01/12/12

Seconda laurea in Medicina: il tirocinio a radiologia.

Un RX del torace: è vero, non ho avuto alcuna fantasia.
Il tirocinio a radiologia inizia già male: ci dividono in tanti piccoli sotto-gruppi, e a me mi lasciano come unico studente nel laboratorio dove fanno le TAC.

Che già io non è che sia tutto 'sto grande esperto di niente, ma qualche TAC l'ho già vista fare e a medicina d'urgenza l'ultima volta si aspettavano pure che gliela refertassi (cosa che ho fatto sbagliando completamente diagnosi) e stare lì in piedi a non fare nulla non si prospetta come il tirocinio più eccitante del mondo.

Poi alle TAC ci sta un radiologo agitatissimo che si lamenta che lo hanno lasciato solo: litiga e s'incavola con tutti, alza il telefono e sbraita contro non si sa chi, mi guarda e non mi guarda e ogni tanto dice "non posso seguirti, che mi hanno lasciato da solo!" tutto disperato e con le mani tra i capelli.

Essere abbandonato completamente da solo per un radiologo vuol dire che ci stanno solo lui, il tecnico di laboratorio, un tirocinante neolaureato, l'infermiere, gli operatori sanitari, ovviamente il paziente e pure io... che male che vada non so fare un cazzo ma - metti che succede davvero qualcosa - posso comunque aprire la porta e andare a chiamare uno degli altri quarantotto tra dottori e specializzandi che stanno nella stanza lì accanto.

I poracci che fanno la notte al Pronto Soccorso è capace che stanno da soli nel senso che per trovare un altro dottore devi chiamare un'ambulanza e portare il paziente in un altro ospedale. Questo vuol dire restare soli, almeno secondo la mia recrudescente mentalità ingegneristica che ogni tanto fa capolino nei reparti ospedalieri e si domanda: boh?!

Comunque sia alla fine il radiologo si rivela anche simpatico, e una volta che si dà una mezza tranquillizzata è pure gentile e mi spiega un po' di cose che non sapevo sulla radiologia... che magari l'idea di base era proprio quella.

Anche il tecnico di laboratorio è piuttosto disponibile, e mi fa vedere come mettono il paziente sul lettino della TAC, iniettano il mezzo di contrasto (la parte che dà motivi di preoccupazione dal punto di vista medico è proprio questa) sparano un po' di raggi X tanto per, centrano le immagini e programmano i macchinari e tutto quanto, e alla fine fanno l'esame vero e proprio che - per chi non lo sapesse - ricrea al computer una sorta di immagine del paziente fatto a fettine abbastanza dettagliate da poterci riconoscere vasi, organi, ossa, strutture varie e - soprattutto - se c'è qualcosa che sembra un po' fuori posto o che non dovrebbe proprio esserci per niente.

Per la durata di circa venti minuti inizia quasi a piacermi, la radiologia. Certo per entrare alla specializzazione devi avere ventinove e mezzo di media e aspettare 3 anni... ma che problema c'è? È ancora molto più abbordabile di Cardiologia o Pediatria. Alla fine metti la gente sul lettino, premi un po' di bottoni, referti le immagini e hai finito lì. Con i pazienti - se non ne hai voglia - quasi nemmeno ci parli. I tecnici sono bravissimi e gli infermieri ancora meglio, e tutto fila liscio e tranquillo e senza intoppi.

Uno degli ultimi pazienti è una signore sui 40, massimo 45 anni. Ha una di quelle malattie che mi pare fuori luogo anche solo nominare in un blog tutto sommato leggero e superficiale come il mio, ma insomma avrete capito. È stata operato da un po', è in terapia da un altro po' con relativi farmaci chemioterapici e biologici del bisogno, e questo è uno dei tanti controlli periodici ai quali deve sottoporsi.

È talmente abituato al rituale di questi esami che si sdraia sul lettino e aspetta le indicazioni come se stesse prendendo l'autobus o se stesse facendo la fila alla posta. Quando ha finito si sistema i vestiti, saluta tutti e si allontana con la naturalezza di chi passava da quelle parti per caso e ha detto: "tò, c'è una TAC?! Quasi quasi me ne faccio una".

Quando poco più tardi guardiamo il risultato finale, il radiologo scorre le immagini per mostrarmele.

«Vedi?» mi spiega, indicando tante macchioline che riempiono lo spazio del fegato. «Queste cose qui non ci dovrebbero essere. Queste sono tutte schifezze».

E io quando mi trovo di fronte a situazioni del genere rimango sempre un po'... un po' come non saprei dire. Ma è la sensazione che penso provino un po' tutti i medici in questi casi: è come se stessimo tutti camminando dentro a un enorme campo minato, e ogni tanto senti il botto di qualcuno che è appena saltato per aria.

Le schifezze nel fegato non sono una bella scoperta, questo non penso sia necessario spiegarlo a nessuno. In quanto a fare il radiologo, invece, sto bene dove sto adesso e non penso proprio che rientri nei miei progetti per il futuro. Ma pure questa, non penso sia stata chissà quale rivelazione.

Simone

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Bel post però il "e a me mi lasciano" non si può vedere.

Simone ha detto...

Perché no?! Mica è un corso di grammatica è un racconto: chi parla dicendo "a me lasciano" senza il "mi"? Poche persone e ancora meno studenti universitari e sicuramente non io che sono la voce narrante. Comunque grazie ciao! :)

Simone

emma ha detto...

http://www.unradiologo.net/wp-content/uploads/2011/03/zAKVb.jpeg

Quando il paziente si mostra più responsabile del radiologo...

Simone ha detto...

Eh sì, meno male che c'ha pensato il paziente! :)

Simone

Stefania ha detto...

Sono tecnici di radiologia loro, non tecnici di laboratorio :) un abbraccio! Continua a scrivere!

Simone ha detto...

Ah sì, ho toppato :)

Simone

Dama Arwen ha detto...

Bel post…
mentre leggevo, dello smistamento, del radiologo incazzato, ho cercato di immaginare me stessa se mi capitasse di dover star dietro a uno/a stagista in una periodo sovraccarico di lavoro come questo… e mi verrebbe da sclerare…
Poi i miei pensieri han preso un'altra piega, proseguendo nella lettura del post.

Credo che il senso di impotenza che ti coglie di ronte a certe situaizoni, piano piano si indebolirà, e ti abbadonerà quando anche tu saprai curare le persone :-)
Sembra sempre una strada senza fine, da come lo descrivi, ma ogni tanto si intuisce da quel che scrivi e come lo scrivi che un bel po' di nozioni si sono ficcate in quella testolina… certo tra il dire e il fare c'è di mezzo "e il" (:-P) però ci sarà il giorno in cui scriverai delle vite che hai salvato o i pazienti che sono guariti grazie a te.
Perché continuerai a scriverlo, vero?

Simone ha detto...

Dama: in effetti anche il punto di vista del radiologo caricato di lavoro è molto condivisibile... alla fine è una specie di "piramide" dove tutte le scocciature - compreso il sottoscritto - finiscono a chi sta più in basso e deve già occuparsi di troppa roba :)

Curare, guarire, salvare le vite... credo sia una visione molto romantica del lavoro del medico: io lo vedo come un professionista che fa le cose "giuste" per arrivare all'epilogo "migliore". E se un paziente può guarire oppure no dipende spesso solo dalla sua malattia, purtroppo.

Detto questo non lo so, credo che i blog abbiano già fatto il loro tempo e questo qui lo porto avanti perché mi piace l'idea di arrivare almeno fino alla laurea. Dopo forse scriverò sempre, ma magari utilizzando altri mezzi.

Simone

Stefano Temperini ha detto...

scusa il ritardo ma volevo solo fare un appunto: detto da un TSRM (Tecnico di Radiologia) quello che hai descritto (metti su, spari un pò di ragi a caso) è assai offensivo...e poi capisco lo sclero del medico Radiologo lasciato solo:la diagnosi parte per il 70% da te, se toppi poi so c***i...
saluti

Simone ha detto...

Stefano: lo specializzando da solo comunque non referta mai. E in pronto soccorso sono amico di tutti i radiologi d'urgenza... figurati se qualcuno davvero si offenderebbe! :)

Simone