28/07/14

Il giorno della laurea.

Lo legge lo studente coi voti più alti: io stavo tranquillo.
Sabato e Domenica li ho vissuti in un mix di ansia, paranoia e psicosi.

Che poi alla prima laurea, quella in Ingegneria, stavo - almeno mi sembra - tranquillissimo, e del giudizio della commissione non sarebbe potuto importarmene di meno.

Sarà che, infatti, alla fine la discussione della tesi di Ingegneria è andata un po' una mezza schifezza.

E saranno anche l'età, la saggezza, il rimbambimento senile o il semplice fatto che ci tenevo a fare una bella impressione, ma al "secondo giro" l'aspetto emotivo si è fatto senticchiare, e un pochino l'ho accusato.

Domenica sera però mi sentivo più tranquillo, e anche la mattina del lunedì stavo - abbastanza - rilassato.

Sveglia prestissimo, che io certi orari manco sapevo che esistessero. Colazione, doccia, completo blu con camicia bianca e cravatta abbinata. E poi: si parte.

Appuntamento nell'aula della discussione alle 8. Qualche formalità burocratica, e poi c'è da aspettare un po' con amici e parenti che arrivano e salutano e si mettono a sedere mentre io cammino avanti e indietro per l'aula scavando tipo i solchi per terra come nei cartoni animati.

Alle 9 e qualche minuto si comincia. Sono il primo primo primissimo a discutere: che un po' d'ansia derivava anche da questo, ma alla fine... com'è che si dice? Via il dente, e via il dolore.

La discussione deve durare 7 (sette) minuti, che se no siamo in 15, la seduta di laurea dura un mese, la commissione si scoccia e finisce che ti fanno apposta le domande cattive.

A casa l'avrò ripetuta una trentina di volte, col cronometro, per vedere se stavo nei tempi. E ogni volta impappinandomi su qualche passaggio o perdendomi un pezzo o dimenticandomi di dire qualcosa di fondamentale.

Stamattina invece sono andato deciso, calmo, incredibilmente si capiva quello che dicevo (non per niente mi piace scrivere: perché a parlare sono un po' una pippa) e non mi sono né impappinato né perso passaggi importanti per strada.

Sette minuti che passano calmi calmi. Una domandina dal mio relatore giusto "tanto per", che se non ti fa domande nessuno - insomma - ci rimani pure male. E la mia parte l'ho fatta: è finita.

Torno al posto, e cominciano le discussioni degli altri. Ma io un po' li seguo e un po' sto su facebook a postare le foto, o su whatsapp a rispondere a 10 mila messaggi, che ormai sto già in fase "post laurea".

Qualche tesi è interessante, qualcun'altra meno. Globalmente bene o male tutti i candidati riescono a fare una presentazione come si deve, e dopo due ore e mezza dall'inizio della seduta la commissione si riunisce per deliberare... o per fare per quello che fanno le commissioni di laurea, che non so come si dice.

Nel frattempo, amici parenti e compagni di corso vari mi avranno fatto 15 video, e 100 foto e ho salutato e baciato tanta di quella gente che manco se mi sposavo.

Torna la commissione. Ci mettiamo al centro dell'aula, e loro iniziano a chiamare i vari candidati. 2 o 3 persone prima di me, e poi è il mio turno.

«Simone Maria Navarra» fa il presidente della commissione. «Ti dichiaro dottore in Medicina e Chirurgia, con la valutazione di..»

Vi ricordate quando dico sempre dei voti alti alti, ma non proprio il massimo? Quelli che vuol dire che, sì, uno è tanto bravo e s'è impegnato tanto ma - poverino - più di così, proprio non ci arrivava?

Ecco, appunto: 109 su 110.

109 è pure il voto massimo a cui potevo ambire se proprio andavo perfettamente alla grande, e mi regalavano pure qualcosa. Perciò, insomma: che vogliamo dire? Meglio di così non poteva proprio andare.

«Per Navarra è anche la seconda laurea» aggiunge il presidente.

Sento qualche mormorio tra il pubblico. E, be': che abbia detto questa cosa, in quel momento così importante, devo ammettere che mi ha fatto veramente piacere.

Finite le proclamazioni, nel silenzio generale, una ragazza legge il giuramento di Ippocrate.

Se lo volete sapere, mi piace questa tradizione dei medici che "dichiarano" altri medici, passandosi in un certo senso le consegne. Questo fatto che dalla notte dei tempi ci sta sempre qualcuno malato, e qualcun altro che lo vuole curare. Un filo conduttore fatto di tragedia e speranza, che ci lega un po' tutti, dall'inizio alla fine dell'umanità.

La mia compagna di corso legge il giuramento di Ippocrate. Io un po' mi emoziono di nuovo, e penso che sia un momento importante.

Finalmente ci congedano. Un'amica mi regala pure la corona d'alloro, che copre pure un po' di capelli bianchi e sembro quasi pure io un ragazzino di 20 anni. E poi altre foto e filmati e whatsapp e click e link e messaggi come se piovesse. E a un certo punto più che contento, rilassato oppure sollevato, inizio più che altro a sentirmi stordito. Lasciatemelo ammettere.

Saluto i miei. Una bevuta al volo con qualche amico, e poi - finalmente - di nuovo a casa.

A casa dopo la discussione della tesi della mia seconda laurea. Una cosa che ho sognato e risognato per anni, e che in certi momenti non avrei mai pensato di raggiungere sul serio.

Sono a casa, e l'unica cosa che mi viene in mente è che ho fame. Non per niente, sono 3 giorni che ho un nodo allo stomaco e che ho mangiato pochissimo.

Metto a scaldare un po' di pane. Apro il frigo, tiro fuori formaggio, affettati e un po' di frutta. Intanto continuo a rispondere ai messaggi sul telefono. Su Facebook ho già una foto con più di 100 "mi piace". Ho ricevuto tante di quelle chiamate che inizia a mancarmi la voce.

E mentre affetto il salame, come un fulmine improvviso e inaspettato, un qualche neurone si risveglia, dà una scrollata a un paio di amici suoi per tirarli su, e - finalmente - realizzo:

È andata. Ce l'ho fatta. L'obiettivo è raggiunto.

Sono diventato un dottore.

Simone

21/07/14

Quasi in cima.

Una cosa tipo questa... solo che adesso fanno 40 gradi.
A fine mese, il 28 luglio, ho la discussione della tesi.

E sembra ieri che ho iniziato a studiare per l'esame di ammissione. Davvero. Alla fine gli anni mi sembra che siano volati in un attimo.

E tutti quegli esami, i tirocini, le lezioni, i laboratori con le firme... sembrava dovesse volerci chissà cosa, e invece è stato un attimo.

Per certi versi, anche emotivamente mi sento un po' tale e quale a quando dovevo ancora iniziare: un po' di preoccupazione, tanta incertezza, l'impazienza anche che passino i prossimi mesi e di scoprire che cosa mi aspetta dopo.

Qualche centinaio di post più indietro, attorno al primo anno, ricordo di aver scritto come tutti i libri di tutte le varie materie che mi aspettavano sembravano quasi una montagna da scalare. E una volta che uno si arrampica e arriva in cima, inizia anche a vedere distintamente il paesaggio e a farsi un'idea di quello che ha intorno.

Insomma è un periodo che tiro somme, faccio conti e valuto progetti, e se da un lato sono felicissimo o a dir poco entusiasta di tutto questo percorso, dall'altro lato c'è un pochino di paura e di incertezza che danno al tutto una sensazione difficile da definire.

Qualcuno direbbe che ho la discussione della tesi e me la sto facendo sotto... e - tutto sommato - non penso che questa conclusione si discosti più di tanto dalla realtà.

Insomma, come già detto, tra una settimana mi laureo. Anzi mi ri-laureo... o mi bi-laureo, se preferite.

Siamo divisi in una dozzina di turni. Ogni turno 12 candidati, e ogni candidato ha a disposizione 7 minuti per presentare il proprio lavoro, più circa pare 3 minuti massimo per rispondere alle varie domande.

Dopo tutta questa preparazione insomma la discussione vera e propria sembra una cosa abbastanza piccola, quasi marginale. È un po' una mezza mattinata in cui vai lì, ti fai vedere 10 minuti e poi ti prendi questa benedetta laurea.

Io per primo personalmente vedo la cosa come un momento tutto sommato secondario rispetto a tutto il percorso: anche la laurea, in fondo, senza l'esame di abilitazione non è che concluda più di tanto. La "fine" vera e propria di questo ritorno agli studi sarà l'iscrizione all'albo, mentre per ora ci sono ancora tante cose da fare e da sistemare, e la discussione della tesi e solo una di queste.

Spero di fare una bella figura, il 28. Andrò a vedere tutte o quasi tutte le lauree dei miei compagni di corso, nei giorni prima e dopo il mio, e spero che vada tutto alla grande anche per loro.

Poi farò una bella cena in famiglia. Qualcosa con gli amici più cari. Una bella vacanza - spero - per festeggiare e scaricarmi come si deve... e poi, dopo l'estate, si ricomincia praticamente come se non fosse cambiato nulla con i tirocini per l'esame di stato e le 5000 relative domandine a crocette da imparare a memoria.

Intanto ci sono da stampare le ultime copie della tesi. Da preparare le slide per la presentazione, e da fare una prova di discussione con gli altri laureandi per arrivare - si spera - un pochino più preparati a quei 7 minuti fatidici.

Fatemi un bell' "in bocca al lupo"... e ci risentiamo presto!

Simone

18/07/14

ll tirocinio a chirurgia d'urgenza.

Fa male l'occhio? E noi lo caviamo: problema risolto.
Nel mio ospedale, come del resto nella maggior parte dei pronto soccorsi (pronti soccorso?) grandi, la parte delle emergenze chirurgiche è separata da quella delle emergenze mediche.

Così come ancora da un'altra parte si trovano il pronto soccorso oculistico, quello ginecologico, quello pediatrico, quello ortopedico e quello delle urgenze minori. E quello otorino. E quello... bo'?! Ora non mi viene in mente, ma qualche altro pronto soccorso - di sicuro - ci sarà.

Così se hai il dolore al torace ti visita subito l'internista, che magari è un infarto. Se hai dolore alla pancia ti visita subito il chirurgo, che magari hai l'appendicite. Mentre se hai il dolore un po' sopra e un po' sotto, chiunque ti visita ti visita dirà in ogni caso che non sei un paziente suo, incazzandosi a morte con l'infermiere del triage.

E capirete che se da studente stai fisso in un posto dove vedi i pazienti con i problemi X e Y, ma poi dopo la laurea vai in un altro posto dove vedrai i pazienti con i problemi W e Z, questo potrebbe portare al non irrilevante contrattempo di trovarti di fronte a uno che sta male, e tu che non sai dove accidente mettere le mani.

Fatto sta insomma che - unico studente credo di tutta Italia o anche probabilmente delle Americhe e dei continenti sub-equatoriali limitrofi - per cercare di colmare un po' un minimo di qualche mia incolmabile lacuna, di tanto in tanto frequento anche gli altri pronti soccorsi per conto mio e gratis e facendo un lavoro in più che non mi verrà riconosciuto in alcun modo. Ma - diciamo la verità - lo faccio soprattutto perché mi piace, e perché - ancora più soprattutto - non devo essere tanto normale.

Del pronto soccorso pediatrico ho già parlato tipo 6 mesi fa. Di oculisti e ginecologi non mi importa sinceramente più di tanto, e dunque non resta che la parte della chirurgia.

Il bello del pronto soccorso chirurgico, rispetto alla sala rossa, è che le patologie sono più chiare e le terapie più semplici:

Arriva un medico in pensione con l'ernia del disco e il colpo della strega: tu gli metti la sua bella flebo di antinfiammatori e antidolorifici e grastroprotezioni del caso. Lo piazzi da una parte, e dopo un po' lo vai a rivedere.

«Come va il dolore?» chiedi. «È passato?»

«Va un po' meglio» risponde lui.

Magari non troppo convinto, a dire il vero. Ma insomma: non tagliamo troppo per il sottile! Via l'agocannula, stampa un po' di fogli al computer, timbro, firma, stretta di mano, e il paziente torna a casa.

Arriva il vecchietto che è inciampato e s'è rotto la testa? Facile! TAC, RX, punti di sutura. E se è tutto a posto: a casa, anche lui.

I pazienti chirurgici arrivano con le loro gambe. Ti spiegano quello che hanno parlando a chiare lettere. Spesso conoscono già la loro patologia, e ti dicono pure quello che devi fare per curarli.

«È la solita colica, dotto'» spiega un signore sulla cinquantina. «Sbrigateve a famme la flebo, che nun je la faccio più. Meno male che tra du' giorni me opereno!»

Il pronto soccorso chirurgico è sempre super-affollatissimo, questo sì: pazienti in barella, pazienti in sala di attesa, pazienti al triage, pazienti davanti alla porta, pazienti da rivedere, da dimettere, ricoverare... e ogni minuto suona il telefono che c'è il parente di uno, le analisi dell'altro, la radiografia di questo che s'è persa, la TAC da refertare o la risonanza magnetica che vuole l'impegnativa per il mezzo di contrasto.

Praticamente è un po' come stare alla Posta, solo che invece dei pacchi e corrispondenza devi gestire le persone in attesa e tutto il casino che gli ruota attorno.

Il pronto soccorso chirurgico mi piace anche perché i pazienti più gravi vengono seguiti da tutta un'altra parte, per cui puoi andare lì con l'idea che - in linea di massima - farai il tuo lavoro con il tuo ritmo senza ritrovarti di colpo proiettato in qualche puntata di E.R. Che sì E.R. è fico e tutto quanto... ma magari - qualche volta - è bello pure l'ambulatorio tranquillo dove non succede niente di particolarmente drammatico e puoi tornartene a casa senza il magone.

Che poi il problema diventa che certi pazienti sono talmente meno gravi che, dopo un po', iniziano a smaniare per essere visitati prima loro, che è tardi, che c'hanno da fare e che vogliono andarsene.

«Mi faceva male la pancia» spiega uno. «Poi sono andato in bagno, e m'è passato. Non me la fate la colonscopia?»

«È grave, dotto'?!» chiede un'altra ragazza. «Mi sento gonfissima. Eppure è una settimana che mangio solo insalata!»

Oppure, un classico:

«Sono cinque giorni che mi fa male l'orecchio. Epperciò oggi mi sono preoccupato tantissimo e ho chiamato l'ambulanza per portarmi in pronto soccorso a farmi visitare. Adesso. Alle quattro di notte».

E io capisco che uno si spaventa, e che magari ha bisogno di sentirsi rassicurato. Ci mancherebbe! Noi stiamo lì apposta. Però se ci sono 20 persone in attesa e altre 20 appena visitate più 20 in barella da rivedere per soli 2 - dico 2 - medici, non è che potete bussare ogni 5 minuti per chiedere quando tocca a voi: questo non accelererà in alcun modo i tempi, e rischiate soltanto di finire a litigare.

Del pronto soccorso chirurgico - infine - mi piace soprattutto il fatto che la gente, il più delle volte, guarisce.

Che pare una assurdità, ma la medicina, i farmaci e le terapie - per conto loro - non è che risolvano un bel niente: la pressione alta la tieni controllata, ma se smetti di prendere i farmaci sale di nuovo. Per il diabete ti danno l'insulina. Per la cardiologia ci stanno 100 mila terapie, ma nessuna che ti dà un cuore di nuovo sano, a parte i trapianti... che pure quelli - a voler essere pignoli - sono una roba chirurgica, oltre che a essere di per sé un gran bel casino.

La terapia medica cerca un equilibrio tra la vita e la malattia. Un'omeostasi farmacologica in cui inserire una persona, allo scopo di influire in maniera positiva sul suo stato di salute altrimenti compromesso.

Invece la chirurgia è bella perché, dopo l'intervento del chirurgo, il problema è - in un certo qual modo - risolto.

C'hai i calcoli nella colecisti? Noi la buttiamo via, e i calcoli non ti vengono più. Ti sei rotto tutte le braccia? Noi ti mettiamo un 2-300 chiodini: avrai qualche problema con i metal detector ma le braccia, in linea di massima, le rimuovi. Ti sei tagliato le dita con l'affettatrice, segato una gamba mentre potavi la siepe o staccato un orecchio dal parrucchiere? Niente che non si risolva con un po' di ago, filo, colla vinilica e cerotti medicati.

Che poi lo so che ci sono anche interventi per condizioni, purtroppo, irrisolvibili, e che tra medicina e chirurgia non esiste davvero una distinzione così netta. Ma almeno nei box del pronto soccorso chirurgico, dove ti occupi solo di eventi acuti su pazienti altrimenti - almeno fino a poco prima - sani, i chirurghi tendono a risolvere un po' tutto. E alle brutte ti rattoppano comunque alla meno peggio, e amen: quel che è stato è stato. Altro giro, e altra corsa.

La vita va avanti, con tutti i suoi problemi. Ma almeno a questo - di problema - non ci pensiamo più.

Simone

11/07/14

6 anni di Medicina, in 1 (post).

Moderno ospedale, di quando mi sono iscritto.
Estate 2008: ho già deciso che proverò il test, e sto studiando su quei libroni riepilogativi che si usano per preparare i concorsi.

In famiglia ci sono 2 o 3 parenti o amici cari che condividono la mia decisione e mi appoggiano. Altri invece cercano di farmi desistere prevedendo tragedie e sventure... o un più banale "perderai un sacco di tempo, e ti stancherai prima".

Mi iscrivo al corso estivo di una delle grosse case editrici che fanno i libri per il test, più per obbligarmi a rinchiudermi in un posto a studiare che per reali speranze che un corso possa davvero aiutarmi.

Al mio arrivo, mescolato in una fiumana di adolescenti neodiplomati, una delle insegnanti esordisce "ma tu che cavolo ci fai qui?"

Un ragazzo del gruppo mi vede e lo sento commentare con gli altri: "proprio tutti medici, eh?"

Il bello di quella estate, il bello forse di tutto il percorso, sono i più debosciati di tutti che al corso di preparazione al test prendono e passano la notte in discoteca.

"Vieni con noi?" mi chiedono. "Dormiamo in stazione, e torniamo domani mattina".

Loro sono i 18enni fighi che io sognavo di essere alla loro età, ma che non sono mai stato. Per un attimo - con 15 anni di ritardo - posso sentirmi come uno di loro. Poi però rifiuto, perché sto lì per studiare e se passo una notte intera in discoteca, come minimo, muoio. Avrei dovuto andarci, invece? Forse.

A Settembre faccio il test di ammissione con tanto di influenza intestinale. Ma questo ve l'ho già raccontato da qualche parte, per cui passiamo oltre.

Primo anno di università: a lezione siamo una dozzina di ultra venti-trentenni, e faccio un po' comunella con loro.

Dopo il primo semestre saremo la metà. Dopo il primo anno, un terzo. Al quinto ero rimasto solo io... ma so che c'è qualcun altro un po' indietro, ma che comunque è andato avanti.

Il primo esame è Anatomia 1, ed è un trauma: prendo l'abitudine di scrivermi le cose da memorizzare su dei foglietti che rileggo sempre in qualsiasi momento. Al semaforo, in banca, in fila al supermercato. Farò così per anatomia, biochimica, microbiologia, farmacologia... tutti esami che sono come poesie da ricordare a memoria, e tutti foglietti sempre perennemente in tasca per ripetere appena ho 5 minuti, con lo stress che me se porta.

Alla fine ad Anatomia 1 prendo 23. Un'amica organizza una festa a sorpresa con tanto di torta con 23 candeline, e quello è il momento più bello.

Secondo anno di medicina: neuroanatomia, e biochimica. E microbiologia. E fisiologia.

Un anno di medicina che è come una laurea a parte.

Ricordo il pranzo di Pasqua, e io che saluto tutti i parenti e vado a casa a ripetere la via spino-rubro-talamo-qualcosa-cerebellare con l'abbiocco che mi uccide e la consapevolezza che non riuscirò mai a ricordarmi come si deve quelle cose assurde.

Ricordo una parte da imparare a memoria che ricordava più una commedia di Ionesco: un testo surreale, senza manco mezza parola che avesse una parvensa di senso o significato. Ho cercato aiuto su Internet ma non c'era manco un disegno, e mi sarei messo a piangere.

Agosto del secondo anno l'ho passato a casa col libro di Biochimica e il portatile per cercare i composti su Wikipedia. Non ho mai studiato così tanto in vita mia. Troppo. Vorrei dirvi che poi è servito ed erano cose importanti e che uso tutti i giorni, ma non è così.

Al secondo anno di Medicina ho visto la prima autopsia, e se non c'era un collega "anziano" che mi teneva buono mi sa che svenivo pure. Sempre al secondo anno ho visto la seconda autopsia e non mi ha fatto più tutto 'sto grande effetto. Al quinto anno avrei dovuto vedere la terza, ma non ci sono andato e sono rimasto a dormire.

Anche i bei ricordi, sul secondo anno, sono esclusivamente legati agli esami: in particolare quando ho finito Anatomia. Sono uscito dall'aula: era una giornata bellissima, mi sentivo al settimo cielo e ho capito che potevo farcela.

Terzo anno di medicina: forse il meno impegnativo, da un punto di vista esclusivamente della mole di studio.

Per la prima volta ci portano in reparto. E a chirurgia stiamo tutti lì che ci caghiamo sotto che chissà cosa ci faranno vedere... e invece, poco e niente. Che resterà una costante da lì all'ultimo giorno, ma questo ancora non lo sapevamo e avevamo aspettative - diciamo - inverosimili.

Nel reparto di medicina interna vado per conto mio. I primi pazienti, uso per la prima volta il fonendoscopio. Leggo cartelle senza capire una mazza, guardo ECG chiedendomi che mistero racchiudano, vedo fare prelievi ed emogas e penso che non avrò mai il coraggio di provarci io.

Il terzo anno di medicina è stato, probabilmente, il più bello.

Quarto anno: le patologie integrate. Esami di clinica dei vari apparati, con dentro farmacologia e diagnostica per immagini e anatomia patologica fino a formare degli ammassi infiniti di roba da sapere.

Cardiologia - che poi in realtà l'ho fatto al secondo semestre del terzo - sono 2200 pagine su 7 diversi libri. Gastroenterologia pure lì circa 2000. Le altre sono un po' più corte, ma manco tanto.

E gastroenterologia mi boccia 3 volte allo scritto, e se seguivate il blog lo sapete: ogni volta solo a rileggerlo ci metto un mese. Poi vado lì, e mi bocciano di nuovo. Sto rimanendo indietro con gli esami e inizio a pensare di abbandonare. È stato un momento veramente, veramente nero.

A un certo punto mi chiudo in casa 3 settimane, e ripeto gastro e mi studio reumatologia da zero... e alla fine in 2 giorni faccio tutti e due gli esami e miracolosamente mi ritrovo di nuovo in carreggiata.

Il momento più brutto è stato pensare che, dopo tanta fatica, non sarei più diventato un dottore. Il più bello, realizzare che avevo superato anche quello.

Quinto anno: 10 esami in 10 appelli.

Medicina e Chirurgia 1 è tostarello. Un altro di quegli esami - grazie a Dio l'ultimo - dove ti chiedono le poesie a memoria, e dove mi ritrovo ad andare in giro coi foglietti in tasca per ripetizioni lampo nei momenti di buco.

Gli altri esami sono più semplici, ma sono talmente tanti che stai praticamente sempre sui libri e sempre con qualche scadenza da rispettare in una specie di tour de force accademico.

Al quinto anno, dopo aver frequentato urologia, gastroenterologia e due reparti di medicina interna,  ho iniziato a frequentare medicina d'urgenza. E dopo qualche mese mi hanno spostato in pronto soccorso.

A medicina d'urgenza ho fatto i miei primi benedetti prelievi, con le mani che mi tremavano e la paura che i pazienti mi picchiassero. Ho iniziato a leggere un ECG come si deve, e ho finalmente sfogliato qualche cartella clinica capendone - più o meno - tutto il contenuto.

Le cose che prima mi sembravano impossibili stavano piano piano entrando a far parte della routine quotidiana: per la prima volta, andavo in reparto e mi pareva di stare lì per imparare qualcosa.

Il quinto anno di medicina è quello dove tutto sommato da studente uno diventa mezzo dottore. O almeno così avevo sentito dire, e anche per me è stato così.

I ricordi più belli sono una ragazza che festeggia il compleanno fuori dall'università. Porta dei muffin come dolce, e io me ne mangio 4 di fila prima di andare in pronto soccorso a fare la notte. E poi il mio - di compleanno - passato coi compagni di corso: ho compiuto 38 anni, e non me ne sentivo nemmeno 19. Oppure una festa in un appartamento di studenti: io sto lì che bevo come se stessi ancora a ingegneria, e a un certo punto arriva uno e mi fa: "ma tu sei Simone Maria Navarra? Io leggo sempre il tuo blog!!!"

E notare che - quando facevo lo scrittore - non mi ha mai riconosciuto nessuno.

Sesto anno: l'ultimo. Questo. Eccoci qua, che non è ancora proprio finito.

Al sesto anno c'è lo stress che devi fare 18 mila rotture di palle burocratiche, oltre agli esami, la tesi, i tirocini e - generalmente - mangiare e dormire quando sei fuori dal reparto.

All'ultimo anno di medicina devi dare 7 esami, ma sono tutti più un rimiscugliamento di robe vecchie piuttosto che argomenti nuovi da studiare da zero. Durante i tirocini facciamo meno cose rispetto ai primi che si facevano tre anni prima. A lezione non controllano tanto le presenze, e alla fine non viene più a seguire quasi nessuno.

Penso che l'ultimo anno di medicina poteva essere tranquillamente il quinto, mentre al sesto non si fa davvero chissà cosa di imprescindibile, e l'intero corso di laurea si spegne lentamente con solo la tesi a dare una parvenza di "novità" rispetto agli anni precedenti.

Durante i turni in pronto soccorso - quelli che faccio da me senza alcun obbligo particolare - ho imparato a fare qualche ecografia. Ho messo i primi punti di sutura, e forse tutto sommato ho finito per saper fare anche qualche cosina in più rispetto agli obiettivi che mi ero prefissato all'inizio di questi 6 anni.

Il ricordo più bello è la festa organizzata in aula l'ultimo giorno di lezione. La foto tutti in camice sulla scalinata del policlinico, e poi la sera di nuovo in giro per festeggiare con gli - ormai ex - compagni di corso.

Da qui in poi manca solo la tesi, a fine mese ma sempre in data da definire. E poi?

Il settimo anno di medicina, cioè l'anno dopo la laurea, prevede 3 mesi di tirocinio e poi l'esame di iscrizione all'albo.

Dopo farò il corso da ecografista della SIUMB, e il master in medicina d'urgenza della mia università.

Ormai ho deciso: non penso che aspettare un anno per il concorso di specializzazione, e poi - se mi dice bene - 5 anni in giro per l'Italia a fare la vita dello specializzando, sia una scelta ragionevole per uno che ha quasi 40 anni.

Corsi e master mi danno qualifiche più in fretta, e inizio a pensare di essere abbastanza capace da riuscire a trovarmi uno spazio per quello che so fare, e non per i pezzi di carta che ho o non ho accumulato.

Adesso - intanto - ci sono da sistemare le ultime cose per la tesi, e la discussione. E poi, si vedrà.

Simone

03/07/14

In bianco e nero.

Farei qui la mia vacanza post-laurea... se solo sapessi dov'è.
Riccardo: 27 anni, sempre stato in ottima forma. Mai un intervento, mai una malattia, mai un cavolo di niente: una salute perfetta.

L'altra mattina esce di casa per andare a lavorare. Arriva alla macchina, prende le chiavi... e cade per terra con gli occhi girati che non respira e la gente intorno che s'impressiona e grida e svengono pure loro uno dietro l'altro, stile domino.

Veronica: 50 anni, professione sanitaria non meglio definita, che si occupa di non so che cosa. Pressione alta, qualche problema cardiaco, ma in sostanza niente di che.

Sta lavorando in sala operatoria: tutto tranquillo e secondo routine, quando a un certo punto prende e crolla per terra pure lei in mezzo a ferri, dottori, paziente intubato e tutto il resto.

Sembra quasi l'inizio di una puntata di un qualche avvincente telefilm sui dottori, non trovate? E adesso per continuare a leggere vorrei farvi pagare l'iscrizione al blog... ma - purtroppo - non ho ancora capito come si fa, e mi tocca lasciarvi proseguire gratis.

Riccardo arriva in ospedale con l'ambulanza del 118. Si è già ripreso, e racconta - come già vi dicevo - di non avere mai avuto problemi di salute particolari.

Veronica, invece, è arrivata in pronto soccorso accompagnata dai colleghi: durante il tragitto hanno preso la bella iniziativa di riempirla di farmaci a caso, senza correlazione ai segni, ai sintomi, alla situazione o a una benché minima eventuale linea guida di qualcosa... dando effettivamente adito a pensare che Veronica non fosse poi realmente così tanto amata da tutti. O anche che se ti senti male e arriva subito un dottore - tutto sommato - non è necessariamente una cosa positiva.

In tutto questo, non v'ho ancora detto che in reparto c'era già anche Mario, un signore molto anziano: Mario ha la febbre. Le gambe gonfie. I polmoni arruffati. L'elettrocardiogramma fa quello che gli pare, e quando respira sembra una macchina del caffé.

Mario è un dottore anche lui. 60 anni di professione - o magari un po' meno, non sono stato a contare - sempre dall'altro lato della barricata. Adesso invece è lì, al posto del paziente, e si lascia visitare e curare senza lamentarsi o dire una parola. Un piacevole caso di paziente-dottore non rompipalle: vi assicuro che è - veramente - rarissimo.

Insomma, 3 pazienti: Riccardo che è svenuto che ancora non si sa perché. Veronica che ora vediamo, ma sta davvero davvero messa male, e Mario che avrà una polmonite e sta con noi già da un po', nel limbo dei pazienti in osservazione.

Riccardo non lo visito io, perché finisce in un'altra ala del pronto soccorso e insomma ci arrivano solo notizie indirette. Cos'ha e cosa non 'ha, pare comunque più una crisi epilettica che un problema cardiaco o altro. Magari ha battuto la testa e non si ricorda. Magari ha preso qualcosa che non ci ha detto... comunque sia lo spediscono alla TAC, nella speranza di chiarire l'arcano.

Veronica invece viene da noi. O meglio ce la portano: ha la metà destra del corpo completamente paralizzata. Pressione arteriosa a livello Goodyear. Oscilla tra una semi-incoscienza e uno stato di rincoglionimento più moderato.

«Mi può stringere le mani?» chiedo io, verificando che effettivamente un braccio e una gamba non accennano minimamente a muoversi.

«Io sto benissimo» risponde lei, biascicando le parole e ignorando completamente che metà dei suoi arti sono appena andati a puttane.

Questa cosa del perdere totalmente la cognizione di una parte del proprio corpo, in neurologia, ha anche un nome ben preciso: e se avete voglia di cercarlo su google - magari - ditelo anche a me.

Veronica pare di gran lunga il paziente più grave, e la TAC se la becca per prima. Torna su in reparto che già abbiamo le sue immagini, e queste risultano negative. E con "negativo" - in medichese - si intende in genere una cosa bella:

«Io ti amo perché sei sempre negativa» disse il dottore alla dottoressa. «Vuoi sposarmi?»

«Negativo!» rispose lei.

E vissero per sempre felici e contenti.

Per Veronica si pone una diagnosi di ischemia cerebrale. Siamo nei tempi giusti, e il neurologo decide per la cosiddetta "trombolisi": una specie di idraulico liquido in versione biochimica, che toglie i coaguli dalle arterie e - per lo meno nelle intenzioni di chi lo propone - rivascolarizza il tessuto cerebrale.

Per Riccardo, invece, la TAC dà una risposta che non si augurava proprio nessuno:

Gli hanno trovato un edema di 7 cm nel cranio. E sotto all'edema ci sta un tumore. E sotto al tumore ci sta il cervello sano. E togliere tutto il tumore lasciando lì quello che invece non devi toccare è una di quelle cose che i dottori ancora non riescono a fare bene per niente.

Il neurochirurgo parla di operare tra un paio di giorni: deve aprire, togliere tutto quello che riesce a togliere, fare la chemioterapia, e poi mettere il cronometro per vedere quanti minuti ci mette a recidivare un tumore aggressivo come quello.

Passa il tempo in reparto, e per Veronica c'è una processione di amici, colleghi, parenti e chi più ne ha più ne metta. Pare che in ospedale conosca mezzo mondo, e che mezzo mondo voglia venire a trovarla per sapere come sta... oltre che - incidentalmente - a rompere le palle a noi.

Attorno agli esami di Riccardo, invece, si forma un viavai un po' diverso: c'è chi è sconfortato dalla notizia. Chi guarda e riguarda la TAC, che un caso così non l'aveva mai visto. Qualcuno tira in ballo Dio e non so che discorsi sui preti e cose del genere.

Un parente del ragazzo che lavora con noi ci spiega che dovrà parlarne con la sua famiglia, ma non sa nemmeno da che parte cominciare.

Alla fine Riccardo viene ricoverato in neurochirurgia, mentre poco più tardi torno a vedere Veronica:

La trombolisi non ha funzionato. Che poi non è proprio esatto: adesso un pochino il braccio e la gamba li muove, mentre prima erano paralizzati. Solo che è totalmente rintronata: gli dici una cosa e ti risponde fischi per fiaschi, ed è convinta di stare bene e vuole alzarsi e andarsene non si sa dove e non si sa come. Che se solo prova a mettersi in piedi - di sicuro - casca.

Il neurologo spiega che il tappo che chiude l'arteria è talmente grosso che il farmaco non basta, e allora proveranno per via endovascolare: in sintesi prendono un tubo, lo infilano in un'arteria, arrivano - minchia - fino a dentro al cervello, e con quello provano ad aspirare via tutta la robaccia che non ci dovrebbe essere. E insomma parte pure Veronica, alla volta della neurochirurgia endovascolare, angiologia interventistica o vattelappesca come si chiama il posto dove la operano.

Il pronto soccorso però è sempre pieno, perché come va via un paziente ne arrivano altri due, e non c'è tempo di stare a pensare a molto più di quello di cui devi occuparti al momento. Così il tempo passa e la giornata, rapidamente, finisce.

Di Riccardo, so che l'intervento - almeno quello - è andato bene. Da lì in poi farà il suo percorso, e io gli auguro che arrivi di botto tutta quella fortuna che finora gli è mancata. Vorrei dirvi che siamo ottimisti, che ci sono ottime possibilità e che abbiamo molte speranze. Vi giuro che vorrei potervelo dire davvero.

Io credo in Dio un po' a mio modo, in una maniera che non è semplice spiegare in poche parole. Ma credo anche che se abbiamo abbastanza missili da bruciare mille volte ogni essere vivente della Terra, però nemmeno un farmaco per fare secche 4 cellule del cazzo, tutto sommato tirare in ballo Dio come nei discorsi che faceva qualcuno ha poco senso. Mi sembra più il caso di guardare in faccia la realtà, ed ammettere che il male - il più delle volte - gli uomini se lo fanno da soli.

Veronica sono andato a trovarla in neurologia, dove era ricoverata.

«Ero in pronto soccorso ieri, quando è arrivata» le ho detto, dandole la mano.

Ho notato subito che adesso il braccio lo muoveva normalmente, e anche la gamba.

«Non mi rendevo conto di stare male» mi ha spiegato. «Mi hanno detto che ero paralizzata, ma non me ne sono mai accorta».

Per quel poco che riesco a vedere, mi pare che i danni dell'ictus siano regrediti del tutto. Un successo che capita di rado: metti in moto un percorso, e ogni cosa cade al suo posto in una successione di eventi perfettamente in sintonia e allineati.

Nel turno successivo, in pronto soccorso, trovo di nuovo Mario. Il dottore di cui parlavo prima.

Sudato, ansimante, praticamente in coma. Attaccato a delle macchine che mandano responsi bruttissimi, qualche farmaco per far pompare il cuore quel poco che ancora può.

Mario sta morendo. Come avrà visto morire tanti suoi pazienti, in tutti i suoi anni di professione. Né più, né meno: stesse cause, stessa malattia, stesso risultato. Ha accompagnato tante persone lungo il medesimo percorso, e forse tutto sommato la sua calma di pochi giorni prima dipendeva anche da quello: dalla consapevolezza di qualcosa che deve accadere.

E un po' mi rivedo in lui: lo stesso lavoro, le stesse scelte. Io il medico e lui il paziente, all'interno di ruoli che vengono continuamente ribaltati.

Un po' mi rivedo in Veronica, nella speranza che vada tutto esattamente alla perfezione, il giorno che ne avrò bisogno. E un po' mi rivedo anche in Riccardo, per la paura di tutte quelle cose che uno non vorrebbe mai nemmeno lontanamente pensare.

Siamo tutti sulla stessa barca. In mezzo alla stessa tempesta. In un mondo in bianco e nero che ogni tanto ci sospinge dolcemente, e ogni tanto ci spazza via.

Facciamoci coraggio, e andiamo avanti.

Simone

25/06/14

Da ingegnere a medico.

Strumento magico costruito da ingegneri NON civili.
Nel 2007, come ingegnere, mi occupavo di prevenzione incendi e di pratiche relative all'isolamento termico di appartamenti e villini.

Detto in soldoni prendevo delle fotocopie, compilavo tabulati standard al PC, realizzavo disegni così come da normativa, firmavo moduli prestampati e rilasciavo "documentazioni richieste" all'ufficio competente del caso.

Come ingegnere avevo provato un paio di volte il concorso per i Vigili del Fuoco, non riuscendo però a entrare.

Una delle prove classiche del concorso prevedeva il progetto di un edificio in cemento armato, e ricordo benissimo un momento particolare mentre scartabellavo come un forsennato sul prontuario dell'ingegnere in cerca del giusto quantitativo di ferri da inserire in una trave:

La scena che si allarga, centinaia di candidati tra fogli, libri, calcolatrici e documenti. Io che sono 8 ore che faccio calcoli astratti per il progetto irreale di una struttura inesistente e che d'improvviso, mi chiedo: ma che cazzo ci faccio, qui?!

Il colpo finale l'ho avuto dopo aver preso la qualifica di tecnico antincendi: 5 anni di università, 2 anni di iscrizione all'albo, 120 ore di corso post laurea con tanto di esame dato due volte perché mi avevano pure segato visto che - diciamo la verità - non avevo studiato un accidenti.

Convintissimo che il mio percorso di studi mi avesse dato accesso a chissà quali elitarie vette professionali, vado al mio primo convegno e mi ritrovo circondato da scolaresche degli istituti tecnici - presto abilitati a svolgere il mio stesso e identico lavoro di scartabellatore di pratiche - e giusto qualche collega anziano che si litigava con i ragazzini i gadget che regalavano agli stand.

Fare l'ingegnere civile, nel 2007, per me era semplicemente questo: tanta frustrazione, e la sensazione che quello non fosse il mio posto.

Nel 2007 facevo anche il volontario della Croce Rossa. Andavo un po' con il 118, ero istruttore di rianimazione cardiopolmonare, ho tenuto qualche lezione di primo soccorso e insegnavo - nei limiti delle mie capacità - agli altri volontari come si va in ambulanza.

Che poi non voglio passare per quello con chissà quale spirito altruista, e non è neppure che avessi tutta questa passione per il mondo della sanità e del soccorso: quando sono entrato in Croce Rossa, l'ho fatto solo perché avevo un sacco di tempo libero. Perché cercavo qualcosa che mi gratificasse più del mio normale lavoro, e anche perché non ero entrato nei pompieri, ma mi piaceva troppo quella sensazione di quando succede qualche casino, ti chiamano, e tu arrivi di corsa a sirene spiegate e pregando che non sia proprio quella la volta buona che ti fai male.

Per cui, insomma, potremmo suddividere il mio percorso pseudopatologico in una serie di tappe fondamentali:

1) Laurea in ingegneria con relative esperienze professionali generalmente deludenti.

2) Servizio militare nei vigili del fuoco, dove scopro che un lavoro un pochettino più movimentato dell'ingegnere seduto davanti al PC - tutto sommato - mi piace.

3) Ingresso in Croce Rossa dopo la fine del militare.

E fin qua, e in tutto questo, sottolineerei come non fossi contento per niente. Non stavo bene, non ero sereno, stavo sempre incazzato, ero scontroso e - diciamolo - con quel caratteraccio, iniziavo pure a stare sui coglioni un po' a tutti.

A 27 anni non avevo fatto altro che farmi un mazzo così appresso a cose che non mi avevano realizzato minimamente per niente, e stavo - lentamente - iniziando a capire che avevo assolutamente toppato tutto e su tutta la linea.

A parte, dicevamo, la Croce Rossa.

Entrato - credo - nel 2003, tanto per e tanto per fare qualcosa, alla fine ho iniziato a ri-trovarmi. Facevo un turno in ambulanza, e tornavo a casa contento. Tenevo una lezione a un corso, e mi piaceva. Seguivo un aggiornamento e - per quanto stancante - mi trovavo interessato. Per la prima volta nella mia vita, scoprivo di avere un impegno che arrivavo addirittura a trovare divertente.

E così ho iniziato a trovarmi a contatto con i dottori. Vedevo quello che facevano, e tutto quel mondo fatto di scienza/non scienza, matematica senza numeri, fiale, alambicchi, tubi, marchingegni elettrici e strumenti pseudo-magici mi affascinava.

Mi affascinava, e col tempo ho iniziato a pensare che mi sarebbe piaciuto avere il loro stesso ruolo, trovarmi al loro posto. In fin dei conti, avrei potuto studiare anche io per fare le loro stesse cose: perché non lo avevo fatto? Ero un ingegnere che si ritrovava ad appassionarsi per la medicina, ma che non aveva le qualifiche e le conoscenze e i titoli per andare oltre il proprio ruolo.

Ma adesso spezziamo una lancia a nostro favore: gli ingegneri, una cosa - almeno una - la sanno fare meglio di tutti. Perché l'idea dell'ingegnere, tutto sommato, è solo quello: trovare delle soluzioni.

Volevo più qualifiche di tipo sanitario, e la soluzione - ai miei occhi - era la più semplice del mondo: acquisire altre qualifiche di tipo sanitario. Che pare una stronzata, ma prima di realizzare che l'unica soluzione era rimettersi a studiare, mi ci sono voluti degli anni.

È iniziato così un percorso in cui cercavo ovunque idee per master, corsi, certificazioni, abilitazioni e chi più ne ha più ne metta. L'idea era di imparare a fare qualcosa da applicare in campo sanitario, e allora c'era il master in Ingegneria Clinica di qui, la scuola di Ingegneria Biomedica dall'altra parte, l'idea di studiare elettronica da solo... insomma, un po' di tutto. Dubbi, incertezze, perplessità, intanto che il tempo passava.

C'è voluto l'unico parente medico della famiglia per puntualizzare e chiarire - finalmente - la questione: io ero andato lì a mostrargli i volantini di non so che corso noioso e inutile sulla gestione dei macchinari ospedalieri. E lui: "se vuoi fare il dottore", mi ha detto, "l'unico sistema al mondo, è quello di laurearti in medicina".

Né più, né meno. Dal problema, alla soluzione. Da una vita da persona disillusa, scontenta e sconfitta, al sogno - perché un sogno era, visto il terrore che avevo di fare questa scelta - al sogno dicevo di un nuovo percorso, gratificante e pieno di soddisfazioni.

Sono andato a parlare con un primario dell'università, e lui mi ha detto: "se lo vuoi fare, fallo. Ma pensa che i 6 anni saranno 6 anni completi, perché con la laurea in ingegneria non ti riconoscerano praticamente nulla".

Sono andato a parlare con un professore di Ingegneria Biomedica, e lui mi ha detto: "sei già ingegnere: ti iscrivi alla specialistica, per i crediti che ti mancano vieni da me e ti dico cosa studiare. Ci metterai un 3 anni in totale, ma scoprirari che ingegneria - adesso - è più facile di quando l'hai fatta tu".

Dopo tutti questi incontri e queste discussioni, ho passato intere nottate insonni a pensare a 6 anni di studio completamente da zero, contro solo 3. Un'intera - interminabile - laurea da medico, oppure solo mezza laurea da ingegnere, con tanto di professori/colleghi dalla mia parte.

Notti insonni al termine delle quali - grazie a Dio - ho realizzato quale immensa stronzata stavo facendo soltanto a voler pensare di potermi iscrivere a ingegneria di nuovo... e alla fine, insomma, ho deciso: avrei provato a diventare un dottore.

In questo presupposto, ero a dir poco oberato da una quantità incalcolabile di paure, dubbi, incertezze. C'erano 10000 incognite da affrontare, a partire dal riuscire in qualche modo a dirlo ai miei senza fargli venire un infarto, dal riuscire a entrare e dal trovare la forza di rimettersi sui libri.

E a quel punto ho affrontato la cosa - di nuovo - con un approccio ingegneristico, scindendo il problema in tanti piccoli sotto-problemi più semplici: prima di tutto avrei provato il test di ammissione. Poi avrei provato a seguire i primi corsi. Poi avrei tentato o primi esami. Poi avrei cercato di prendere in mano un ago senza svenire... e così via, un pezzo alla volta, per 6 anni, e possibilmente fino alla fine.

Di quei giorni, ricordo quel senso di anticipazione. Quel "chissà come andranno le cose". Quel brividino sopra lo stomaco e dietro la schiena che ti ricorda che domani non sai bene cosa ti aspetta, ma che sei comunque curioso e con la testa piena di possibilità, e non vedi l'ora che quel domani - finalmente - arrivi.

C'era tanta incertezza, quando sono andato sul sito dell'università a iscrivermi al test. Ma in quella incertezza ero già più sereno, e nel dubbio più tranquillo. E da quel punto in poi - piano piano e senza quasi rendermene conto conto - ho rimesso in moto la mia vita. E dopo di quello, è stato tutto già un po' in discesa.

Simone

20/06/14

Qualche dubbio pre-laurea.

Ecg portatile del secolo scorso. Non c'entra niente, ma è bello.
Ora che ho finito gli esami e sto con un po' più di calma... scopro che la calma in realtà non c'è per niente.

Diciamo che la tesi è praticamente finita, ho anche preparato le slide per la presentazione che devo soltanto rivedere, e ho fatto la domanda in segreteria con tanto di plico fantozziano di fogli e burocratume vario da consegnare.

Resta un po' di preoccupazione per tutti gli annessi e connessi: copie da stampare e rilegare, eventualità che in segreteria mi chiamino perché manca la fotocopia della tesina dell'esame di terza media, la prova della discussione da fare col professore una volta che saremo in prossimità della data... insomma tutto a quasi posto e in quasi ordine, ma tutto ancora da rivedere e risistemare fino al giorno fatidico.

Oltre a questo sto - ovviamente - continuando a frequentare il reparto. Credo che mi mancherà molto questo impegno para-universitario, e una volta che sarò laureato inizio a chiedermi come riuscirò a riempire le giornate senza il pronto soccorso e tutto il tempo che ci ho passato dentro.

Perché ovviamente non avrei problemi a continuare a frequentare anche dopo la laurea... ma, mi chiedo, dovrei farlo? Una volta finito tutto ma proprio tutto mi farò una bella vacanza e poi inizierò il tirocinio per l'esame di stato. Andare in reparto senza una reale giustificazione non so tanto che senso avrebbe: in fin dei conti dovrei fare anche altre esperienze e magari qualcosa da fare venendo (ho quasi paura a dirlo) perfino retribuito. Continuare invece ad andare - così - solo per fare pratica, avrebbe senso?

Non lo so. Ed è solo uno dei tanti "non lo so" che accompagnano la fine di questo percorso di studi.

Farò il master dopo la laurea? Oppure riuscirò a entrare in specializzazione? Lavorerò per conto mio, con qualche privato, o nel pubblico? Cosa mi aspetta di preciso?

Tanti interrogativi e tanti dubbi, che purtroppo non sono solo i miei ma accomunano moltissimi dei laureandi o medici appena laureati: se pensate che c'è gente che si è laureata già da un anno ma aspetta ancora il prossimo concorso di specialità, che ora dovrebbe essere a ottobbre... ci sono poche certezze nel percorso di un dottore che inizia a fare questo lavoro, questo è poco ma sicuro.

Ma alla fine penso anche che avevo tanti dubbi anche quando mi sono iscritto a medicina, ma che alla fine le cose sono andate alla grandissima. Per cui, sì, c'è un po' di quella sensazione di stare per precipitare nel vuoto verso morte certa, ma anche un certo ottimismo che mi fa pensare che se ho fatto tutta questa strada - alla fine - troverò qualcosa che mi piace anche dopo.

Per ora come già detto l'unica certezza è che dopo l'estate sarò un neo-laureato, e inizierò il tirocinio. Per il resto tanti dubbi e un po' di nostalgia già per le cose che dovranno necessariamente cambiare.

Prossimamente spero di scrivere qualche altro racconto - si spera - divertente sulle mie vicissitudini da tirocinante. Per il momento ho poco da dire: ora mi sa che riguardo un attimo le slide della presentazione, e poi domandi ho il turno in pronto soccorso. Uno degli ultimi da studente.

E poi, dopo, si vedrà.

Simone