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18/07/14

ll tirocinio a chirurgia d'urgenza.

Fa male l'occhio? E noi lo caviamo: problema risolto.
Nel mio ospedale, come del resto nella maggior parte dei pronto soccorsi (pronti soccorso?) grandi, la parte delle emergenze chirurgiche è separata da quella delle emergenze mediche.

Così come ancora da un'altra parte si trovano il pronto soccorso oculistico, quello ginecologico, quello pediatrico, quello ortopedico e quello delle urgenze minori. E quello otorino. E quello... bo'?! Ora non mi viene in mente, ma qualche altro pronto soccorso - di sicuro - ci sarà.

Così se hai il dolore al torace ti visita subito l'internista, che magari è un infarto. Se hai dolore alla pancia ti visita subito il chirurgo, che magari hai l'appendicite. Mentre se hai il dolore un po' sopra e un po' sotto, chiunque ti visita ti visita dirà in ogni caso che non sei un paziente suo, incazzandosi a morte con l'infermiere del triage.

E capirete che se da studente stai fisso in un posto dove vedi i pazienti con i problemi X e Y, ma poi dopo la laurea vai in un altro posto dove vedrai i pazienti con i problemi W e Z, questo potrebbe portare al non irrilevante contrattempo di trovarti di fronte a uno che sta male, e tu che non sai dove accidente mettere le mani.

Fatto sta insomma che - unico studente credo di tutta Italia o anche probabilmente delle Americhe e dei continenti sub-equatoriali limitrofi - per cercare di colmare un po' un minimo di qualche mia incolmabile lacuna, di tanto in tanto frequento anche gli altri pronti soccorsi per conto mio e gratis e facendo un lavoro in più che non mi verrà riconosciuto in alcun modo. Ma - diciamo la verità - lo faccio soprattutto perché mi piace, e perché - ancora più soprattutto - non devo essere tanto normale.

Del pronto soccorso pediatrico ho già parlato tipo 6 mesi fa. Di oculisti e ginecologi non mi importa sinceramente più di tanto, e dunque non resta che la parte della chirurgia.

Il bello del pronto soccorso chirurgico, rispetto alla sala rossa, è che le patologie sono più chiare e le terapie più semplici:

Arriva un medico in pensione con l'ernia del disco e il colpo della strega: tu gli metti la sua bella flebo di antinfiammatori e antidolorifici e grastroprotezioni del caso. Lo piazzi da una parte, e dopo un po' lo vai a rivedere.

«Come va il dolore?» chiedi. «È passato?»

«Va un po' meglio» risponde lui.

Magari non troppo convinto, a dire il vero. Ma insomma: non tagliamo troppo per il sottile! Via l'agocannula, stampa un po' di fogli al computer, timbro, firma, stretta di mano, e il paziente torna a casa.

Arriva il vecchietto che è inciampato e s'è rotto la testa? Facile! TAC, RX, punti di sutura. E se è tutto a posto: a casa, anche lui.

I pazienti chirurgici arrivano con le loro gambe. Ti spiegano quello che hanno parlando a chiare lettere. Spesso conoscono già la loro patologia, e ti dicono pure quello che devi fare per curarli.

«È la solita colica, dotto'» spiega un signore sulla cinquantina. «Sbrigateve a famme la flebo, che nun je la faccio più. Meno male che tra du' giorni me opereno!»

Il pronto soccorso chirurgico è sempre super-affollatissimo, questo sì: pazienti in barella, pazienti in sala di attesa, pazienti al triage, pazienti davanti alla porta, pazienti da rivedere, da dimettere, ricoverare... e ogni minuto suona il telefono che c'è il parente di uno, le analisi dell'altro, la radiografia di questo che s'è persa, la TAC da refertare o la risonanza magnetica che vuole l'impegnativa per il mezzo di contrasto.

Praticamente è un po' come stare alla Posta, solo che invece dei pacchi e corrispondenza devi gestire le persone in attesa e tutto il casino che gli ruota attorno.

Il pronto soccorso chirurgico mi piace anche perché i pazienti più gravi vengono seguiti da tutta un'altra parte, per cui puoi andare lì con l'idea che - in linea di massima - farai il tuo lavoro con il tuo ritmo senza ritrovarti di colpo proiettato in qualche puntata di E.R. Che sì E.R. è fico e tutto quanto... ma magari - qualche volta - è bello pure l'ambulatorio tranquillo dove non succede niente di particolarmente drammatico e puoi tornartene a casa senza il magone.

Che poi il problema diventa che certi pazienti sono talmente meno gravi che, dopo un po', iniziano a smaniare per essere visitati prima loro, che è tardi, che c'hanno da fare e che vogliono andarsene.

«Mi faceva male la pancia» spiega uno. «Poi sono andato in bagno, e m'è passato. Non me la fate la colonscopia?»

«È grave, dotto'?!» chiede un'altra ragazza. «Mi sento gonfissima. Eppure è una settimana che mangio solo insalata!»

Oppure, un classico:

«Sono cinque giorni che mi fa male l'orecchio. Epperciò oggi mi sono preoccupato tantissimo e ho chiamato l'ambulanza per portarmi in pronto soccorso a farmi visitare. Adesso. Alle quattro di notte».

E io capisco che uno si spaventa, e che magari ha bisogno di sentirsi rassicurato. Ci mancherebbe! Noi stiamo lì apposta. Però se ci sono 20 persone in attesa e altre 20 appena visitate più 20 in barella da rivedere per soli 2 - dico 2 - medici, non è che potete bussare ogni 5 minuti per chiedere quando tocca a voi: questo non accelererà in alcun modo i tempi, e rischiate soltanto di finire a litigare.

Del pronto soccorso chirurgico - infine - mi piace soprattutto il fatto che la gente, il più delle volte, guarisce.

Che pare una assurdità, ma la medicina, i farmaci e le terapie - per conto loro - non è che risolvano un bel niente: la pressione alta la tieni controllata, ma se smetti di prendere i farmaci sale di nuovo. Per il diabete ti danno l'insulina. Per la cardiologia ci stanno 100 mila terapie, ma nessuna che ti dà un cuore di nuovo sano, a parte i trapianti... che pure quelli - a voler essere pignoli - sono una roba chirurgica, oltre che a essere di per sé un gran bel casino.

La terapia medica cerca un equilibrio tra la vita e la malattia. Un'omeostasi farmacologica in cui inserire una persona, allo scopo di influire in maniera positiva sul suo stato di salute altrimenti compromesso.

Invece la chirurgia è bella perché, dopo l'intervento del chirurgo, il problema è - in un certo qual modo - risolto.

C'hai i calcoli nella colecisti? Noi la buttiamo via, e i calcoli non ti vengono più. Ti sei rotto tutte le braccia? Noi ti mettiamo un 2-300 chiodini: avrai qualche problema con i metal detector ma le braccia, in linea di massima, le rimuovi. Ti sei tagliato le dita con l'affettatrice, segato una gamba mentre potavi la siepe o staccato un orecchio dal parrucchiere? Niente che non si risolva con un po' di ago, filo, colla vinilica e cerotti medicati.

Che poi lo so che ci sono anche interventi per condizioni, purtroppo, irrisolvibili, e che tra medicina e chirurgia non esiste davvero una distinzione così netta. Ma almeno nei box del pronto soccorso chirurgico, dove ti occupi solo di eventi acuti su pazienti altrimenti - almeno fino a poco prima - sani, i chirurghi tendono a risolvere un po' tutto. E alle brutte ti rattoppano comunque alla meno peggio, e amen: quel che è stato è stato. Altro giro, e altra corsa.

La vita va avanti, con tutti i suoi problemi. Ma almeno a questo - di problema - non ci pensiamo più.

Simone

20/06/14

Qualche dubbio pre-laurea.

Ecg portatile del secolo scorso. Non c'entra niente, ma è bello.
Ora che ho finito gli esami e sto con un po' più di calma... scopro che la calma in realtà non c'è per niente.

Diciamo che la tesi è praticamente finita, ho anche preparato le slide per la presentazione che devo soltanto rivedere, e ho fatto la domanda in segreteria con tanto di plico fantozziano di fogli e burocratume vario da consegnare.

Resta un po' di preoccupazione per tutti gli annessi e connessi: copie da stampare e rilegare, eventualità che in segreteria mi chiamino perché manca la fotocopia della tesina dell'esame di terza media, la prova della discussione da fare col professore una volta che saremo in prossimità della data... insomma tutto a quasi posto e in quasi ordine, ma tutto ancora da rivedere e risistemare fino al giorno fatidico.

Oltre a questo sto - ovviamente - continuando a frequentare il reparto. Credo che mi mancherà molto questo impegno para-universitario, e una volta che sarò laureato inizio a chiedermi come riuscirò a riempire le giornate senza il pronto soccorso e tutto il tempo che ci ho passato dentro.

Perché ovviamente non avrei problemi a continuare a frequentare anche dopo la laurea... ma, mi chiedo, dovrei farlo? Una volta finito tutto ma proprio tutto mi farò una bella vacanza e poi inizierò il tirocinio per l'esame di stato. Andare in reparto senza una reale giustificazione non so tanto che senso avrebbe: in fin dei conti dovrei fare anche altre esperienze e magari qualcosa da fare venendo (ho quasi paura a dirlo) perfino retribuito. Continuare invece ad andare - così - solo per fare pratica, avrebbe senso?

Non lo so. Ed è solo uno dei tanti "non lo so" che accompagnano la fine di questo percorso di studi.

Farò il master dopo la laurea? Oppure riuscirò a entrare in specializzazione? Lavorerò per conto mio, con qualche privato, o nel pubblico? Cosa mi aspetta di preciso?

Tanti interrogativi e tanti dubbi, che purtroppo non sono solo i miei ma accomunano moltissimi dei laureandi o medici appena laureati: se pensate che c'è gente che si è laureata già da un anno ma aspetta ancora il prossimo concorso di specialità, che ora dovrebbe essere a ottobbre... ci sono poche certezze nel percorso di un dottore che inizia a fare questo lavoro, questo è poco ma sicuro.

Ma alla fine penso anche che avevo tanti dubbi anche quando mi sono iscritto a medicina, ma che alla fine le cose sono andate alla grandissima. Per cui, sì, c'è un po' di quella sensazione di stare per precipitare nel vuoto verso morte certa, ma anche un certo ottimismo che mi fa pensare che se ho fatto tutta questa strada - alla fine - troverò qualcosa che mi piace anche dopo.

Per ora come già detto l'unica certezza è che dopo l'estate sarò un neo-laureato, e inizierò il tirocinio. Per il resto tanti dubbi e un po' di nostalgia già per le cose che dovranno necessariamente cambiare.

Prossimamente spero di scrivere qualche altro racconto - si spera - divertente sulle mie vicissitudini da tirocinante. Per il momento ho poco da dire: ora mi sa che riguardo un attimo le slide della presentazione, e poi domandi ho il turno in pronto soccorso. Uno degli ultimi da studente.

E poi, dopo, si vedrà.

Simone

03/06/14

Il punto sugli esami... e l'esame (tipo) sui punti.

Filo per suture prima che si annodi misteriosamente da solo.
Periodo mediamente terribile.

Il fatto è che sto preparando medicina d'urgenza. E poi - 2 giorni dopo - andrò a fare pure medicina e chirurgia 3 perché, nell'ordine:

1) Se uno dei due esami va male, è l'unico modo per avere un appello di recupero prima delle scadenze per la laurea.

2) A Medicina e Chirurgia 3 chiedono talmente qualsiasi cosa possibile e (in)immaginabile, che l'unica preparazione sensata è andarci a provare sperando nel sommo culo.

E insomma giorni e giorni sui libri a studiare, e pure in pronto soccorso questa settimana penso che non andrò, che mi toglie troppo tempo.

Mapperò, invece - in reparto - ci sono andato Domenica scorsa:

Non era richiesta una mia grande partecipazione all'interno dell'area medica (tradotto: "mi stavo facendo due palle così"). E come al solito quand'è così mi metto a girovagare per il pronto soccorso per importunare la gente che sta lavorando.

Nei box chirurgici ho trovato una dottoressa che conosco, con un infermiere che conosco pure lui.

«Mi annoio che non c'ho niente da fare» spiego all'infermiere.

«E qui che te faccio fa?» mi dice lui. «Vuoi mette un po' de punti?»

E vabbe', l'incredibile miracolo: dopo praticamente anni di pronto soccorso, nei pressi ormai della seconda laurea, dopo aver provato sul manichino, sulla zampa di maiale, sulle garze, sulla gente che passa sotto casa, sui gatti randagi e poi conseguentemente su me stesso, finalmente capita che mi fanno mettere i punti di sutura a un paziente vero.

Notevole (?) come negli anni scorsi adesso vi avrei fatto un racconto super-splatter di come questo poraccio c'aveva un taglio sulla testa che si vedeva il cervello con tutto il sangue che mi schizzava in faccia, e a ogni buco si sentivano le grida e mi tremavano le mani e girava la testa col sudore che colava sugli occhi dalla fronte e le grida nel pronto soccorso coperte dalle ambulanze che partivano a sirene spiegate.

Il fatto invece è che - dopo tutto questo tempo - mi ha effettivamente ancora un po' emozionato la cosa, e nei primi momenti le mani un pochettino mi tremavano pure ma, insomma: sono arrivato alla laurea che mi fa praticamente molto meno effetto fare qualcosa io in prima persona, rispetto a quando - ai primi anni - la vedevo fare dagli altri.

Qualcuno direbbe che mi sono de-sensibilizzato (lo dico io). Qualcun altro direbbe che una volta che conosci le cose sai anche meglio come comportarti (sempre io). Per cui insomma sia io che io siamo più o meno d'accordo di trovarci forse sulla buona strada, entrambedue. Ma forse - bisogna ammetterlo - siamo un po' di parte.

Quello che posso dire è che mettere i punti - dico metterli bene - è difficilissimo:

Rischi di far mare al paziente. Rischi che venga una schifezza. Rischi di sporcarti e di pungerti e di prenderti qualche malattia. Devi saper scegliere il filo giusto, bucare e cucire senza impicciarti, senza fare nodi che due secondi dopo si sciolgono, senza ritrovarti con una specie di gomitolo pure quando quel filo sintetico sembra un tubo per innaffiare che si muove per i cazzi suoi.

Devi preparare il campetto sterile e non contaminarlo. Usare forbici, pinze e quant'altro toccando solo altre cose sterili senza fare poi la scena alla Fantozzi che prendi e ti passi la mano nei capelli riempiendo di sangue te stesso e di batteri tutta la strumentazione.

Essere bravi non basta nemmeno. Perché magari fai un lavoro fatto bene ma comunque usi troppo filo e l'infermiere ti cazzia che: "ammazza quanto filo stai a sprecà pe' du' punti, ma guarda che quello costa!"

Insomma pure mettere 3 suture in croce in fronte a uno che ha preso una bottiglia a testate lo puoi saper fare o saper fare bene, e tra le due cose c'è un abisso di differenza e io ancora sto davvero, davvero lontano ma - almeno - ho iniziato a provare.

Pazzesco come l'unico modo sia stato frequentare il pronto soccorso per tanto tempo e per conto mio. Nessuno che ti dia un voto o un giudizio finale. Nessuna firma, libretti o verbalizzazione elettronica. Nessuno che ti dica "bravo" o "riprova, ancora non va: devi impegnarti di più".

Sì, ok: c'è l'esame dove metti i punti sul manichino ed è sempre meglio di niente... ma davvero dovrebbe essere come metterli su una persona vera? Se mi avessero fatto fare una cosa del genere al terzo anno di università, probabilmente mi sarei sentito male.

Forse sbaglio, ma io pensavo che non aver mai messo per davvero un punto durante questi sei anni fosse una sorta di sconfitta. Ma ormai ero convinto che - prima della laurea - non sarebbe mai capitato. Ed era anche per questo che ultimamente l'università mi aveva un po' deluso, ed ero abbastanza giù di morale.

Non che adesso io sappia fare chissà cosa in più rispetto a quando facevo l'ingegnere. Però per lo meno un po' di mio ce l'ho messo, e qualche risultato l'ho pure ottenuto se all'inizio come vedevo mezza goccia di sangue dovevo vomitare (vabbe', quasi) e adesso - come vi raccontavo tempo fa - capita più spesso che siano i pazienti a vomitare addosso a me.

Per una volta finisce il turno di pronto soccorso che non ho duemila pensieri sulla specializzazione o sul dover far più pratica o sull'età o sul perdere tempio. Una volta tanto me ne vado a casa - semplicemente - sereno.

Simone

26/05/14

Gli infermieri del Pronto Soccorso.

Senza la diligenza, in ospedale ti tocca andà a piedi.
Iniziamo con un'erudita citazione del Codice Penale:

"(Il delitto) è colposo, o contro l'intenzione quando l'evento, anche se preveduto, non è voluto dall'agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia..." (Art. 43 c.p.)

E adesso parliamo d'altro: tempo fa, mi hanno chiesto di fare un prelievo a un paziente ricoverato nel nostro reparto.

«Tanto ha l'accesso arterioso» mi hanno detto. «Fai lo scarto, prendi il sangue e fai il lavaggio con un po' di fisiologica».

Facile, l'avevo già fatto tante volte. Che ce vo'?!

Solo che l'accesso arterioso non funzionava. Si era spostato un po' fuori dall'arteria, e probabilmente era anche ostruito e non andava più.

Insomma, giuro: non è stata colpa mia quando l'accesso arterioso è uscito del tutto, ha inondato il pronto soccorso di sangue e alla fine era da rimetterne uno nuovo! Anche il codice penale qui sopra non c'entra niente, e l'ho citato per tutto un altro motivo che vedremo dopo: io non ho fatto nulla, e insomma era già praticamente così.

«Se lo scopre l'anestesista, quello che c'è oggi, sei morto» dice lo specializzando che era in turno con me.

«Ma non ho fatto niente!» piagnucolo io, che l'anestesista quello che c'è oggi l'ho già visto sgozzare studenti e tirocinanti per molto meno.

Lui però scuote la testa.

«Sei morto».

Consapevole della fine incombente, la disperazione mi spinge a cercare una delle infermiere che conosco.

«C'è un problema con l'accesso arterioso di un paziente» gli spiego. «È colpa dell'altro studente tirocinante, che però adesso è andato via».

«Non va l'accesso arterioso?» l'infermiera sbianca talmente tanto da contrastare in positivo sopra il bianco del camice. «Se lo scopre l'anestesista, sei fottuto!»

In un attimo chiama a raccolta tutta la brigata degli infermieri di turno.

«Tu prendi il rubinetto» dice, dividendo i compiti. «Tu il lenzuolo pulito e le cose per lavare. Tu il cerotto. Tu la cannula».

Poi guarda me, e aggiunge.

«Tu invece non toccare niente! E la prossima volta, prima di fare casini, chiamami».

L'ingranaggio funziona alla perfezione, e in un minuto la confraternita infermieristica riesce a sistemare il paziente, a riposizionare l'accesso arterioso e a ripristinare il tutto come stava prima che io non facessi nulla, perché non è stata colpa mia. Anche se non ci crede nessuno.

«Cosa state facendo?» meno di 3 secondi dopo che sono state fatte sparire le ultime prove, l'anestesista entra nella stanza.

Silenzio generale. Lui si affaccia sul paziente. Guarda e fa un'espressione del tipo: "mah, mi pare tutto a posto".

Tutto questo racconto, solo per raccontarvi (eh!) che in pronto soccorso è pieno di gente che - se fai qualche casino - invece di andare dal capo a dire "è stato Simone, s'incazzi con lui!", trovano più naturale rimboccarsi le maniche e mettere le cose a posto senza stare lì a starnazzare mentre vanno a sbattere contro le pareti, come farebbe invece qualcun altro.

E quando non sono impegnati a riparare i casini fatti da me, gli infermieri del pronto soccorso può capitarti di vederli girare col codazzo di tirocinanti al seguito: c'è uno che a mettere un'agocannula l'ha (quasi) insegnato a me. L'ha insegnato agli studenti di scienze infermieristiche e l'ha insegnato pure agli specializzandi, facendoci provare e riprovare ogni stanta volta che si presenta l'occasione senza incazzarsi, senza sbuffare e mettendoci sempre qualche parola di incoraggiamento anche quando uno è - innegabilmente - una pippa.

Ho visto infermieri stringere la mano a pazienti in lacrime. Lavarli, cambiargli i vestiti, frugare l'intero pronto soccorso per trovargli qualcosa da mangiare, e subito dopo organizzare per noi un mini-tirocinio sui punti di sutura o un corso sulla ventilazione o un ripasso dell'emogas.

L'altra sera c'era un bambino con una gamba rotta. E in mezzo a tutto il casino, l'infermiere della sala rossa prende e si piazza davanti alla sua barella.

«Qui c'ho un fazzoletto» dice, mostrandogli un tovagliolino di stoffa rosso.

Poi prende il fazzoletto, lo infila un po' alla volta nella mano chiusa a pugno spingendolo ben bene dentro con le dita, e infine ci soffia sopra.

«Euualà!» esclama, aprendo platealmente le mani vuote. «Il fazzoletto è sparito».

Un gioco di prestigio antico come la mia laurea in ingegneria, no? Quello che mi colpisce, è che l'ha fatto bene: come uno che si è messo lì a provarlo e riprovarlo davanti allo specchio fino a che il trucco - almeno per un bambino - non diventasse invisibile.

E poi il fazzoletto l'ha pure fatto ricomparire: "ariuualà!". Che quest'ultima parte a me non mi riesce mai, e a casa mia non trovi più un tovagliolo manco a pagarlo.

Tornando al Codice Penale. La negligenza, o non diligenza, viene da un verbo mezzo latino tipo diligere, che vuol dire: amare, stimare, aver caro, apprezzare.

Si vede che ho appena fatto medicina legale, vero? Ho imparato una parola nuova, e essendo infatti una persona che scrivo, non vedevo l'ora di utilizzarla.

Alla fine dell'ultimo anno di medicina, insomma, ho scoperto che fare il proprio lavoro con passione - al di fuori del semplice interesse personale - è un'idea che non si trova solo nei discorsi utopici di qualche babbeo. Ma è addirittura prevista e contemplata dalla Legge.

E se decidessimo di applicarla, questa legge? A questo punto, quelli che si iscrivono a Medicina con l'idea che "poi da dottore guadagno un sacco di soldi", andrebbero messi direttamente in galera.

Non male, vero? Anche se forse è una mia interpretazione un po' arbitraria, lo ammetto.

Sarebbe comunque un ottimo modo per risolvere, in via definitiva, il problema dell'affollamento della facoltà. Nonché per dare - finalmente - un taglio a tutte le noiose polemiche sul test di ammissione.

Simone

17/04/14

Un turno un po' da schifo.

Questa può essere una protezione adeguata.
L'altra sera arrivo in Pronto Soccorso col mio classico spirito da idiota tutto contento che gli piace andare lì, e non vedeva l'ora che arrivasse il turno.

Immagino che arrivi un punto in cui uno si è talmente abituato e ne ha talmente sopra ai capelli da non poterne più... ma fino al fatidico giorno in cui diverrò insomma una persona normale, lo stato d'animo con cui vado in reparto è questo.

Entro nel box medico. Saluto strutturati, infermieri, pazienti in barella e specializzandi, e non ho fatto nemmeno in tempo a guardarmi intorno che un paziente deve dare di stomaco.

Mi metto i guanti, di corsa alla testa per aiutarlo a girarsi su un fianco mentre gli infermieri lo tengono di lato... e il paziente mi vomita addosso esattamente nello spazio del mio braccio rimasto scoperto tra il guanto e il camice.

«Simo', vatte a lavà!» consiglia intelligentemente un infermiere.

«Visto che faccio bene a portarmi sempre un camice di riserva?» commento io... anche se poi in realtà il camice è intonso, e quello tutto svomitazzato sono io.

Vado a pulirmi, e per prudenza mi immergo nell'amuchina e nel sapone medicalizzato. Tempo 10 minuti, e mi fanno:

«Prendi l'ecografo, che serve per il paziente Tal dei Tali, nell'altra stanza».

Io vado a cercare l'ecografo. Lo sollevo per spostarlo... ed evidentemente qualcuno che l'ha usato prima non l'aveva pulito bene, perché mi ritrovo addosso tutta una roba viscida e appiccicosa.

«Era solo il gel» mi dico, mentre spando acqua ossigenata sull'appiccicume che imbratta il camice (e a questo punto l'esistenza di quello di riserva si fa più interessante). «Il gel è mio amico».

Finito il lavoro con l'ecografo, decido di fare un salto alle macchinette del caffè. Anche se poi siccome è notte non prendo il caffé (che poi non dormo) ma una bottiglietta di aranciata o coca cola o quello che deciderà lo sponsor.

La bevanda rotola giù nel cassetto del distributore. Io la prendo, l'apro... e come del resto potevo aspettarmi la bottiglietta esplode e mi fa una mezza doccia. E rispetto alla roba che mi ha inzuppato finora potrei anche dire che mi sono lavato e non vedere la cosa come un particolare negativo del turno... ma comunque - questo è innegabile - oggi era proprio giornata.

Bevo quel poco che è rimasto nella bottiglia. Poi torno in reparto, e becco un altro infermiere.

«Mi aiuti a sistemare il respiratore del paziente intubato?» mi fa.

"Certo!" penso io.

«Certo!» dico io, in un fisiologico comportamento egosintonico (tanto per far vedere che ho studiato psichiatria).

Andiamo dal paziente, io mi metto di lato alla barella, l'infermiere stacca il tubo dal raccordo che lo porta alla macchina che ventila... e quello che c'era dentro esce tutto fuori e mi fa l'ennesima doccia della serata.

Io riguardo il tubo e il paziente 200 volte per controllare che nel respiratore non ci fossero sangue, vomito o altri agenti mortali. Per fortuna pare pulitissimo, e dentro c'era solo vapore acqueo condensato.

«Era solo condensa» mi ripeto, facendo lo shampoo con la soluzione iodata e spruzzandomi l'amuchina negli occhi. «Solo schifosissima e ripugnante condensa».

Alla fine torno a casa che, sì, sono ancora contento e felice come dicevo prima. Be', magari un pochettinino-ino meno, che oggi è stata tosta. Magari anche un po' più stanco e chiedendomi se mi verrà la polmonite nosocomiale, una recrudescenza di Vaiolo oppure - semplicemente - la peste. E diciamo che non fatico a capire perché certa gente il pronto soccorso lo odia, e non ci farebbe un turno manco morto ammazzato.

Io però già domani ci torno. E pure a Pasqua ci sarebbe un turno, per cui se finisco presto di ingozzarmi magari un salto lo faccio.

La prossima volta però ci vado con la tuta e cappuccio quelli che si chiudono sigillati, stile guerra batteriologica.

Così il camice, nel frattempo, lo lavo.

Simone

31/03/14

Quando finisce un turno.

Il va e vieni è una specie di questo (prima che me lo chiediate).
Esco dal pronto soccorso che fuori è già buio.

Mi chiudo la giacca, respiro l'aria fresca e scendo con calma le scale che portano all'ingresso dell'ospedale.

Oggi c'era una vecchina con un'ulcera perforata.

A un certo punto ha vomitato sangue, ed è andata in arresto cardiaco. Oppure è andata in arresto e poi ha vomitato sangue: io non so bene in che ordine, che sono arrivato dopo.

Comunque insomma sono entrato lì, e ho visto lei tra le lenzuola, la barella, il materasso e tutto quanto che praticamente galleggiava in un fiume di sangue che manco la scena dell'ascensore di Shining.

In mezzo al casino degli infermieri e dei dottori che rianimavano mi sono fatto spazio, e ho dato il cambio al massaggio cardiaco.

«È stata fatta l'adrenalina?» ho chiesto. «Quant'è che è in arresto?»

E poi, parlando con la persona alla testa che ventilava.

«Facciamo 30 compressioni, e due insufflazioni» come se davvero servisse che glielo spiegassi io.

A un certo punto ho guardato in basso, e ho visto le mie mani sul torace di quella donna che stava immobile, la bocca aperta e gli occhi semichiusi. C'era sangue ovunque: avevo i guanti sporchi, le lenzuola erano nere per quanto erano impregnate, e ogni tanto qualcosa mi schizzava addosso e sul camice che più tardi - piuttosto che pensare di portarlo a casa e provare a lavarlo - ho direttamente buttato nel secchio, e tanti saluti.

Dopo un po', il cuore della vecchina è ripartito. E io l'ho lasciata lì con gli infermieri e i dottori più esperti, che andavano dati i farmaci, i liquidi e quello che serviva e poi - di corsa - in sala operatoria, che bisognava fermare l'emorragia.

L'ho lasciata pensando che in genere dopo un arresto cardiaco, e in quelle condizioni... ma insomma: io, la mia parte, l'avevo fatta.

Poco più tardi, parliamo di minuti, da quella donna piccola piccola siamo passati a un omone di cento e rotti kg.

Settant'anni, non ha mai avuto problemi di salute. È entrato in pronto soccorso che era blu cadaverico senza nemmeno passare dal triage: direttamente in codice rosso.

Non respirava. O quasi: non si capiva più di tanto. Gli ho messo il saturimetro su un dito, e ho visto che segnava 79%.

Per chi non lo sapesse, il valore massimo della saturazione di ossigeno nel sangue è 100%. 95-96% è normale. 90% ci puoi ancora sta', che chi s'accontenta gode... ma 79% è proprio una merda.

79% è la saturazione di ossigeno nel sangue dei pesci, o delle rane. O non lo so di che animale che non respira proprio, o dei batteri che vanno a metano. Ma insomma, per l'essere umano stiamo lì lì che più che l'anestesista fai quasi prima a chiamare il prete.

All'emogas aveva un Ph che sarà stato tipo 6,9. Che adesso non sto qui a spiegarvi pure questo, ma vi giuro che era quasi più brutto della saturazione.

Insomma abbiamo messo l'ossigeno, e l'anestesista stava lì a farlo respirare col va e vieni come nei film dei dottori fighi, e piano piano la saturazione è risalita: prima 80, 85, 90, poi lentamente 96, 97, 98...

All'elettrocardiogramma si è visto che aveva un nuovo infarto. È stata allertata l'emodinamica, e attorno al paziente è iniziata una corsa per prepare tutto e mandarlo il prima possibile a fare una coronarografia, quella cosa che ti infilano un tubo nel braccio o nella gamba e lo usano per sturarti le coronarie.

In tutto questo mi sono ritrovato a ventilare col va e vieni questo omone enorme grosso il doppio di me. Lo sguardo inchiodato su quel numeretto del saturimetro, che come scende un attimo pensi che stai facendo uno schifo mentre come sale di un punto ti senti il dottore più figo dell'universo... anche se poi scopri magari che potevi pure lasciar perdere, perché il paziente respirava da solo.

Far respirare qualcuno con il pallone e l'ossigeno è una cosa che ti stanca come se facessi i pesi, o come quando i miei amici fissati con la montagna mi raggirano e riescono a portarmi a fare trekking. Se fai l'anestesista è capace che capita qualche intervento dove devi farlo per ore e ore e ore di fila... e già questo da solo mi pare un ottimo motivo per scegliere una specializzazione diversa.

Alla fine l'omone è partito per la coronarografia, e ha lasciato il pronto soccorso. E anche per lui ero tutt'altro che ottimista: un infarto del genere, che arriva coi parametri vitali degli anfibi... insomma: non era una situazione facile.

Il resto della giornata non è stato meno impegnativo: ho visto pazienti, letto cartelle, fatto cose... ma - sinceramente - ora come ora, non me ne ricordo nemmeno mezza.

E rieccomi qua, sulle scale dell'ospedale, che avevo iniziato a scrivere che stavo uscendo.

Mi piace quando finisce un turno. La sensazione di aver fatto qualcosa che mi piaceva. Di aver provato a imparare, e di aver fatto il possibile per metterci del mio.

Della vecchina ho saputo che ha superato l'intervento, e che adesso stava ancora in sala operatoria con l'antidolorifico, le trasfusioni di sangue e il cuore che batteva ancora.

L'omone gigante ha fatto la coronarografia, ed è stato trasferito in terapia intensiva. E insomma: anche qui pare che il mio pessimismo totale sia stato fortunatamente malposto.

Dopo il racconto dell'altra volta con la gente che mi scriveva i commenti mentre piangeva (scusate!) o per mandarmi affanculo, avevo promesso un qualcosa con toni un po' diversi e un finale più allegro... ed ecco: non è sempre così, e anzi forse non succede quasi mai. Ma oggi - invece - per qualche caso miracoloso e fortuito, esco dall'ospedale che è tutto andato alla grande.

Faccio quel po' di strada che mi separa dalla macchina. Fuori dal pronto soccorso, quando è buio, c'è un silenzio che è totalmente l'opposto del casino che invece ci trovi all'interno. E io cammino in quel silenzio. Ho la mente libera, e mi sento bene.

Monto nell'auto. Metto in moto, accendo la radio, e vado via.

Simone

03/03/14

Dodici codici rossi.

Capito perché vogliono iscriversi tutti a medicina?!
In genere, quando ho il turno di pomeriggio arrivo un pochino dopo le 2. Così si trova parcheggio davanti all'ospedale, e non mi tocca girare mezz'ora e farmi 2 km a piedi.

Alle 2 e 30 circa sono comunque al mio posto in pronto soccorso. Entro, saluto il mio professore, mentre il medico del turno smontante mi guarda e mi fa:

«Meno male che ci stai pure tu».

Che tradotto potrebbe voler dire: "meno male che c'è uno bravo che ci dà una mano". Ma che tradotto un po' più pignolamente potrebbe anche significare: "meno male che c'è uno che ci dà una mano. Uno qualunque. Pure te".

Questo non lo sapremo mai. Comunque sia guardo lo scaffale dove tengono le cartelle dei pazienti, e mi prende un colpo: abbiamo ricoverato 12 codici rossi. Roba che già quando di codici rossi ce ne hai 5-6 sembra di stare in guerra sotto alle bombe all'uranio impoverito e al plasma termitico... ma 12 davvero è una roba che si avvicina più all'Apocalisse che a un giorno di tirocinio.

E nell'incomprensibile organizzazione dell'ospedale, se arrivano 12 codici rossi e ai codici rossi ci stai tu, te li devi seguire tutti da solo... mentre gli altri 10 mila dottori di tutti gli altri 10 mila reparti dell'ospedale possono pure giocare a farmville su facebook o andarsi a intimeggiare nei locali appositamente adibiti, come da comunicazione allegata.

Insomma ci sta il prof, ci stanno gli infermieri, e - per fortuna insomma meno male - ci sto pure io. E poi, basta.

«Iniziamo a prendere i parametri» mi fa il professore.

Iniziamo.

Misuro la pressione a questo, prendo la temperatura a quello.

«Fai l'emogas a uno» mi chiedono. «Porta l'ecografo per l'altro».

E io lì tra un paziente e l'altro, con l'ecografo e le siringhe e il cerotto adesivo e le garze e l'ovatta e il fonendoscopio e lo sfigmomanometro e tutto il resto, che paro il profugo della medicina d'urgenza.

«Bisogna rifare l'elettrocardiogramma. A lui i bicarbonati, a l'altro c'è da accompagnarlo alla TAC».

Avanti così, dietro a una serie infinita di patologie e complicazioni. Una, due, tre ore: vedi un paziente, e fai appena in tempo ad aggiornare la terapia o a mandarlo in reparto, che magari ti chiamano dal triage:

«Dispnea ingravescente in paziente cardiopatico: codice rosso!»

A quanto siamo arrivati? 13, 15, 20?! Comunque sia molli tutto, e corri dal paziente nuovo.

«Crepitii basali bilaterali» dico, ascoltando il torace. «Edemi declivi... ha uno scompenso cardiaco».

Il prof. annuisce, che ci ho preso, ma vabbe': questo era facile. Cardiopatico con la dispnea, che altro poteva avere? E infatti vi dirò un segreto: se andate in sala rossa e dite "scompenso cardiaco", non vi sbagliate mai. Ce l'hanno tutti, e fate sempre bella figura. Altro che quella minchiata del Lupus!

Comunque sia: diagnosi fatta. E ora di corsa i prelievi. Fai l'emogas. Metti il monitor. Chiedi l'RX, fai l'ecografia. Elettrocardiogramma. Temperatura corporea... e subito dopo già ne arriva un altro, mentre quelli che dovevi rivedere stanno ancora lì e non fai in tempo manco a guardarli.

In tutto questo, ogni - in media - trenta secondi - ti chiama qualcuno.

«I parenti del paziente X possono entrare?» chiedono dalla sala d'attesa.

Io mi stringo nelle spalle, che qui su queste cose non decido io.

«Chiedo al professore» dico. E lo vado a cercare.

«Mio padre può mangiare?» domanda una signora che accudisce un vecchietto. «Può alzarsi per andare in bagno? Può controllare la flebo che è finita? E quando va in reparto?»

E io «non lo so, non lo so, la flebo gliela chiudo io, in reparto ci va quando ci chiamano loro». Non ho le risposte a tutto... e anzi più che altro ho sempre un sacco paura di dire stronzate, per cui ci vado proprio coi piedi di piombo e la bocca serrata col rischio magari che qualcuno non capisce e si offende pure, del tipo che crede che lo sto ignorando.

Per dire, l'altra volta ho visto l'elettrocardiogramma e le analisi di uno che c'aveva un infarto, e quello:

«Ma che, dottore, ho l'infarto»?

E ora sì - io ero abbastanza convinto che l'infarto insomma ce l'avesse - ma vaglielo a dire se poi dopo invece ti sei sbagliato? E ho capito che la medicina difensiva fa schifo e tutto il resto. Però, prima di farmi denunciare, alla laurea vorrei per lo meno arrivarci.

In tutto questo, altre infinite domande e richieste di pazienti che - poracci - stanno lì da tutto il giorno, o da due giorni, o da una settimana, e alla fine insomma qualcosa ogni tanto la vorranno pure loro. Mangiare, spostarsi sulla barella, essere cambiati... o anche solo una voce cordiale per scambiare due chiacchiere con qualcuno.

Oppure - semplicemente - vogliono insultarti, spingerti, strapparsi tutti gli aghi e le flebo e cateteri, fuggire dall'ospedale, darti dell'idiota coglione incompetente o - più candidamente - picchiarti.

Io quando ho a che fare con quelli più aggressivi mi tolgo il cartellino e lo nascondo, che ho paura che ricordandosi il nome mi vengano a cercare per pugnalarmi o cose del genere. E detto da uno col nome scritto in alto su un blog... ma ora non venite a pugnalarmi pure voi: per favore.

Pure oggi, insomma, arriva uno che gli rode di stare in pronto soccorso e sfascia mezzo ospedale. Minaccia di malmenare tutti. Fa il gesto di dare una testata a un infermiere (nel senso che gli dà una testata, ma non lo prende) e quello - l'infermiere - dice tipo: "ah cavolo porca paletta!" tirandosi indietro appena in tempo.

Ed ecco che sbuca un paziente dal gruppo delle persone in attesa.

«Voi non dovete permettervi di insultare le persone!» grida, sdegnato dal comportamento del personale dell'ospedale inadatto a subire in silenzio violenti traumi facciali. «Guardate la sanità in che mani è finita!»

Capito? I pazienti ti picchiano e altri pazienti li difendono. Il che - tutto sommato - mi pare che abbia un suo certo senso logico.

La confusione sembra toccare i livelli massimi, e non pare possibile che le cose peggiorino ulteriormente. Ma - purtroppo - lo fanno. Altra emergenza, questa volta grave: una donna anziana in arresto cardiaco.

Corsa generale. Io massaggio, l'anestesista fa l'adrenalina, il prof tiene i tempi, uno specializzando ventila. Il monitor suona, gente che ci chiama perché non ha capito che - insomma - non è proprio la sua la situazione più urgente. Sento il paziente di prima - in un altro punto del reparto - che litiga di nuovo col personale gridando che vuole uccidere tutti... e io c'ho il terrore che irrompa dalla nostra parte e provi a farlo davvero.

Quando vedo E.R. o merdanatomy o quelle robe lì vedo certe scene e penso "ammazza che boiata, pare che capitano tutte a loro!". E invece, insomma, non c'è limite al peggio: la porta si apre, e il figlio della donna che stiamo rianimando si affaccia nella stanza.

«Non può stare qui!» gli grida un infermiere. «Aspetti fuori!»

 Ma lui resta lì, fermo. Scuote la testa.

«Voglio restare a vedere» dice, asciugandosi le lacrime col dorso della mano.

Una specie di gelo, misto a imbarazzo e senso di "adesso che cazzo famo?" si spande tra il personale sanitario attorno a me. Anche se loro sono più abituati a certe cose, è chiaro che la situazione è complicata per tutti.

Il professore si avvicina all'uomo accanto alla porta. Inizia a spiegargli cosa stiamo facendo, cerca di rincuorarlo un po'... se mai fosse possibile

«L'ho accudita da solo per anni» spiega il figlio, sempre in lacrime. «Ci devo essere anche ora, capite?»

Io non so davvero se capisco, ma insomma: sto lì che ancora comprimo il torace, alzo la testa per guardarlo meglio. Avrà praticamente la mia età, giusto qualcosa di più.

«Ok» gli faccio, prendendo un'iniziativa che tutto sommato non dovrei avere. «Se vuoi restare, resta. Per me va bene».

Lui fa il giro della sala, e si ferma alle mie spalle. E noi continuiamo la rianimazione seguendo la procedura con una tensione che crepa i muri della stanza. La donna in arresto cardiaco sotto di me. Il figlio alle mie spalle che sta lì, che piange, ma non ha paura di guardare.

Vorrei dirvi che è finita bene. Che è andata alla grande. Che il cuore è ripartito e siamo tornati a casa contenti e coi complimenti e gli applausi di tutti e che il giorno dopo mi ha chiamato il proprietario dell'ospedale dicendomi: "bravo, 30 e lode a medicina d'urgenza, domani entri subito in specializzazione!"

La verità è che le cose che scrivo qui, un pochino le cambio sempre, e che quello che leggete non è proprio quasi mai uguale uguale al 100% alla storia vera. Ma cose completamente inventate, sul blog, non ne ho scritte mai: di 30 e lode non ne ho mai presi. In un ospedale pubblico non lavorerò mai, e tutte le esperienze belle o brutte prima o poi finiscono come la laurea, come il pronto soccorso... e come la vita. E scusate questa retorica da fucilazione alle spalle, ma stavolta - davvero - mi è venuta così.

Arrivano le 8 di sera, e arriva il nostro cambio.

Esco dal pronto soccorso per andarmi a cambiare, e lungo il corridoio che separa i reparti incontro il ragazzo di poco prima, il figlio della donna che abbiamo provato a rianimare. Sta parlando con una dottoressa, e il suo aspetto... be': immaginatevelo da voi.

«Condoglianze» gli dico, avvicinandomi per salutarlo. «Mi dispiace»,

Lui mi guarda negli occhi.

«Grazie».

Detto questo mi prende la mano, e la stringe.

Forte.

Simone

10/02/14

Sbagliare, da medico.

Forse conviene iniziare con qualcosa di facile...
L'altro giorno - che poi anzi era ieri - il prof. mi passa l'elettrocardiogramma di un paziente appena arrivato in pronto soccorso (e che io non ho ancora visto) e mi fa:

«Quarda un po' questo. Che cos'ha, secondo te?»

Io guardo l'ECG. Vedo una, due, tre derivazioni sovraslivellate e penso "sarà un infarto".

Do uno sguardo anche alle altre derivazioni, e vedo che sovra o sottoslivellano quasi tutte. L'ECG è tutto completamente "mosso".

Una vocina dentro la testa si ricorda di una cosa sentita o letta da qualche parte, e mi fa:

«Non può essere un infarto con tutte le derivazioni mosse» mi dice con la sua vocina da vocina, ovviamente. «E poi ti pare che ti chiedeva una cosa così facile? Secondo me, è una pericardite».

Insomma, il prof. mi ha presentato un caso difficile convinto che sarei caduto nella trappola. Ma io - tranquilli - non ci casco.

«Ci sono tutte le derivazioni alterate» rispondo convintissmissimissimi... insomma: molto convinto. «Perciò è una pericardite».

Detto questo punto i pugni sui fianchi, allargo i gomiti, gonfio il petto e guardo lontano come a cercare le mie glorie future: nessuno mi frega sull'ECG, a me.

La risposta del professore, però, parrebbe vagamente smontarmi:

«Ma che minchia c'entra la pericardite?!? Non lo vedi che sopraslivella? È un infarto».

Poi prende la cartella e la mette via, con un gesto che suona tipo: "fammi togliere 'sta roba prima che questo fa qualche casino".

Segue intenso momento di grande sconforto: avevo appena iniziavo a sperare di capirci qualcosa... e invece, ho toppato.

Continua la giornata in reparto, e io ci penso e ci ripenso: chi mi aveva raccontato la storia della pericardite?! 'Tacci sua! Quando uno sbaglia, l'importante è - prima di ogni altra cosa - trovare qualcun altro a cui dare la colpa. E prima o poi chi cavolo era me lo ricorderò. Forse.

Ma insomma, al di là di trovare o meno un buon capro espiatorio, ho pur sempre sbagliato io. E ho sbagliato pure di brutto, del tipo che era una cosa seria e io l'ho scambiata per un'altra cosa sempre seria, ma forse un po' meno seria dell'altra. E insomma: se ci stavo io, da solo, rischiavo che erano cazzi.

Che a me poi delle denunce che possono arrivarti o tutto il resto non me ne frega nulla: cioè, fuori da certi reparti trovi le pubblicità degli studi legali che invitano i pazienti a fare causa ai dottori, e che un medico anche bravo e che non sbaglia mai si ritrovi a combattere con avvocati e impicci legali è quasi un dato di fatto che uno accetta al momento dell'iscrizione all'università.

Ma fare qualcosa di sbagliato che danneggia un paziente - parlando insomma del fatto in sé - è ovviamente... o almeno voglio sperare che sia ovviamente, una delle preoccupazioni più grandi di tutti gli studenti e aspiranti dottori.

Poco male. Ieri, intendo. Ho sbagliato una cosa, ho riflettuto sul perché ho sbagliato, e penso di aver individuato qualche punto su cui riflettere per ridurre la possibilità che succeda di nuvo.

Che poi il post doveva essere quello: una minima introduzione, e poi un elenco di motivi che ti fanno sbagliare... ma alla fine mi sono dilungato troppo, e a voi è toccato sciropparvi questo.

È comunqe sostanzialmente questione di fare tanta pratica, ed è importante davvero iniziare avendo accanto un "paracadute" più esperto di te che ti acchiappa un attimo prima di aver combinato qualche casino.

Poi, magari, se volete ne riparliamo.

Simone

24/01/14

Il pronto soccorso pediatrico.

Mettete il camice, e inizieranno TUTTI a piangere.
Come se il mio spirito autodistruttivo non mi avesse già causato una quantità sufficiente di problemi (tra i quali - non dimenticate - questo blog) durante le feste ho iniziato a frequentare il pronto soccorso pediatrico.


E il posto è strutturato più o meno così: varcato l'ingresso, ti titrovi in una sala d'attesa di una ventina di metri quadri, con dentro dai 10 ai 100 (a seconda dei momenti, ma generalmente più 100 che 10) bambini che tossiscono, sputano, smocciolano e sbavazzano ovunque, come se fossero delle piccole macchine per la neve artificiale adattate però a diffondere malattie infettive.

E accanto a ognuno di loro, una coppia di genitori rigorosamente incazzati neri per le inutili ore di attesa e pronti a linciare il primo camice bianco che si ritrovano a tiro.

Insomma: nuoti nel virus respiratorio sinciziale fino a raggiungere uno strutturato in una delle sale visita. Gli chiedi di poterti accollare a lui, iniziano a entrare i bambini, e scopri che più o meno il 90% delle volte le cose vanno così:

Genitore o nonno apprensivo e incazzato nero entra nella stanza col bimbo in braccio.

«Che è successo?» domanda il pediatra del pronto soccorso.

«Il bambino ha il raffreddore da due giorni, e io non so cosa fare».

«Perché non l'ha portato dal pediatra di famiglia?»

Squillo di trombe: scrittura sperimentale interattiva! Scegli il perché il pediatra di famiglia non ha visto il bambino col raffreddore, tra le seguenti risposte a vostra scelta:

1) Il pediatra di famiglia non aveva tempo.

2) Il pdf non ha nemmeno risposto al telefono.

3) Il pdf sotto le feste ha chiuso lo studio.

4) Il pdf mi ha prescritto dei farmaci per telefono, ma mio figlio è diventato fosforescente.

5) Il pdf mi ha detto di portarlo in pronto soccorso.

6) Il pdf sono io, ma i bambini malati mi terrorizzano.

Ovviamente non esiste una risposta corretta, ma sono tutte risposte più o meno adeguatamente verosimili. E ora per non essere accusato di qualunquismo sottolineerei che ci sono anche tanti pediatri di famiglia che si fanno sempre trovare o che vanno pure a casa dei bambini a vederli il 24 notte o il primo mattina e si beccano insomma tutte le rotture di scatole del caso. Ma i loro pazienti - ovviamente - in pronto soccorso non li ho mai visti.

Scrittura sperimentale (e relative interminabili tergiversazioni) terminata, inizia la visita.

«Spogli il bimbo e lo metta sul lettino» chiede il dottore.

La mamma, il papà o chi c'era inizia a spogliare il bambino. E fin qui, tutto a posto.

La mamma, il papà o chi per loro mette il bimbo sul letto e - anche fino qui - sempre tutto a posto uguale.

Un medico o uno specializzando o anche uno studente (che poi sarei io) prova solo lontanamente a sfiorare il bambino che fino a quel momento è stato buonissimo... ed ecco, la tragedia: pianti, strilli, urla e strepiti da crepare i vetri.

C'è questa cosa secondo me che ormai già solo a 6 mesi i ragazzini riconoscono che dai camici bianchi arrivano solo punture, pizzichi, palpate in zone che non vuoi che ti palpino e medicinali d'ogni genere che vanno assunti - chissà perché - sempre attraverso il passagio sbagliato.

E insomma, come ti vedono che ti avvicini capiscono che è in arrivo la fregatura, ed ecco che partono gli strilli. Lacrimoni giganti inondano il lettino infradiciando tutto... e io che mi chiedo: ma le malattie infettive, si trasmetteranno pure attraverso le ghiandole lacrimali?!

Immagino assolutamentissimamente di sì. Come si trasmettono attraverso la bocca, le orecchie, il naso e tutte le secrezioni che ne derivano.

Una volta abbiamo beccato una bambina con una "mano-bocca-piedi". E la dottoressa mi ha fatto:

«Hai visto la mucosa orale?»

Io mi sporgo in avanti per vedere meglio l'interno delle guance... e la bimba mi tossisce perfettamente - ed esattamente - in bocca. Un centro perfetto. E forse la mano-bocca-piedi ce l'avevo già avuta, o forse non si attacca poi così facilmente quando uno è adulto: in ogni caso, il fine settimana seguente l'ho passato con una certa apprensione.

Che poi dopo che visiti uno, dieci, cento bambini, ti accorgi che - tolti ovviamente casi particolari - hanno tutti più o meno sempre la stessa cosa: parti da un raffreddore, poi una tosse un po' antipatica, poi la febbre, poi inizi a respirare male fino a una polmonite vera e propria... ma insomma: è sempre lo stesso virus figlio di puttana, che poi a seconda dei casi e delle situazioni e delle predisposizioni individuali (l'equivalente medico della sfiga, come dico sempre io) dà degli effetti da praticamente nulla a ricovero immediato in condizioni gravissime.

Cercate Virus respiratorio sinciziale su Wikipedia, e saprete già più o meno il 90% della teoria che un pediatra di pronto soccorso si trova a dover utilizzare. Il medico di pronto soccorso bravo, più di quello, ha la semplice caratteristica di essere presente. Di aver letto qualche libro in tema con gli argomenti di cui si occupa, e di aver visto settantamila milioni di miliardi di bambini con un cazzo di raffreddore, al punto da saperti dire:

«Bambino di 6 mesi, con la febbre: ricoveriamo».

«Tre anni. Non mi piace questa tosse: facciamo una lastra».

«A lui diamo la tachipirina. Per qualche ora rimane qui, e poi vediamo».

«Signora, può tornare a casa. Ma se non scende la febbre lo riporti».

E i medici più bravi di tutti - nel pronto soccorso pediatrico - sono gli infermieri: per fare un prelievo a un neonato, devi inserire un ago spesso quanto un capello dentro a una vena appena invisibile. Col bambino che strilla come un'aquila, e i genitori già incazzati neri per conto loro che ti sorvegliano guardandoti storto.

Virata melodrammatica, che ormai avrete capito che i miei post sono tutti così: verso la fine del turno, ci chiamano in reparto per vedere un paziente.

In mezzo al casino del pronto soccorso, non si capiva che eravamo in un giorno di festa. Ma nelle altre aree dell'ospedale, invece, è evidente: corridoi vuoti, qualche infermiere che gira, uno specializzando ogni tanto sepolto da torri di cartelle cliniche da aggiornare.

Il nostro paziente è un bambino già malato di suo, ricoverato per una brutta infezione.

Sta lì sulla sua sedia a rotelle. Respira con un tubo nella trachea. Non so nemmeno se capisce oppure no quello che gli succede intorno.

Dei genitori accanto a lui, non mi viene da dire nient'altro, se non: stanchi.

Stanchi di aspettare, stanchi di una vita fatta di medici e corsie ospedaliere, stanchi ogni volta di inseguire qualche nuova terapia, possibilità o soluzione, per poi finire regolarmente a schiantarsi contro l'ennesimo muro di complicazioni e di fallimenti.

Il pediatra del pronto soccorso legge la cartella. Rivede la terapia. Cambia antibiotico... o non lo so che fa di preciso, veramente. Diciamo che cambia qualcosa, per non cambiare - sostanzialmente - nulla.

Mentre il dottore aggiorna la terapia e discute coi genitori, io guardo il bambino. Ha gli occhi socchiusi, e la testa inclinata su un lato, che non ce la fa a tenerla su.

Inclino la testa come la sua, per guardarlo dal dritto.

«Ciao, giovanotto!» gli dico.

In tutto quello schifo in cui siamo immersi, lui pare che mi sorrida. Credo. Non ne sono sicuro... ma credo di sì: sembra proprio un lieve, e accennato, piccolo sorriso.

Lasciamo la stanza, saluto il dottore del pronto soccorso e lascio anche l'ospedale. Nell'andar via incrocio altri genitori con i loro bambini. Due infermieri, e uno specializzando ancora nella sua stanzetta a scartabellare superflui incartamenti cartacei. In tutto l'edificio, o - forse - in tutto l'intero comprensorio del policlinico, credo di essere l'unico studente.

Studenti che si impegnano al massimo per avere voti alti. Studenti che sognano di vincere concorsi su concorsi, di battere tutti e di avere anche un gran colpo di culo, fintanto da riuscire ad arrivare lì. Proprio lì, in quel reparto, a fare le cose che ho fatto io oggi.

Questi sono i sogni degli altri. Di alcuni di loro, almeno, se non della maggior parte.

Lascio un policlinico semi-desero in un giorno di festa. Monto in macchina, e guido verso casa. E quali siano i miei - invece - di sogni, in questo momento, non lo saprei veramente dire.

Simone

16/01/14

Troppa carne al fuoco?

Questo è l'unico esame che farei senza lamentarmi...
Tra una settimana dovrei avere l'esame di medicina e chirurgia 2. Forse. Non ho ancora deciso.

Nella paura di perdere troppo tempo con una materia (medicina e chirurgia 2, appunto) confusa e senza un programma definito da seguire, ho detto: "tanto vale che inizio a prepararmi pure Ginecologia, così male che vada ho tutte e due gli esami mezzi pronti".

Solo che Ginecologia sarebbe tra 2 settimane, e insomma mi sembra che forse sarebbe un'idea migliore concentrarsi a questo punto su quella con maggiore calma... che tanto male che vada ho già mezzo pronto pure medicina e chirurgia 2 che - per l'appunto - sarebbe l'esame che starei preparando.

Insomma: un casino. Non si capisce niente. Ma in qualche modo - spero - mi organizzerò.

Riguardo ai tirocini, in questi giorni il mio professore non c'è, per cui sono andato in pronto soccorso fino a Domenica, e poi ho avuto insomma un po' di giorni di "buco" fino alla settimana prossima.

In compenso ho iniziato (e quasi finito, visto che dura una settimana) a frequentare lo studio di un medico di base: molto interessante, lui è bravissimo, e ho visto e capito finalmente come funziona almeno in parte la sanità pubblica al di fuori dell'ospedale.

Ho anche deciso che - la medicina generale - non mi fa impazzire. L'idea che ho io (quella cosa di fare il medico di base nel privato) è un po' diversa: io vorrei vedere magari un po' meno patologie, ma saper studiare di più il paziente prima di mandarlo - nel caso - da uno specialista.

Il medico di medicina generale - inoltre - è un po' un ponte tra le persone e il servizio sanitario, struttura dalla quale io (volente o nolente) mi aspetto in ogni caso di rimanerne sempre un po' fuori. E poi, diciamocela tutta: il casino, la gente che litiga, i codici rossi, chiedere una TAC e vederla poco dopo, gli infermieri che mi prendono per il culo...  insomma: il pronto soccorso - per i miei personalissimi gusti - è un'altra cosa.

Il pronto soccorso è un'altra cosa. E questo tirocinio mi ha insegnato che, pur lavorando per conto mio e inventandomi quello che capita per lavorare e mettermi in tasca due lire, continuerò sempre a frequentare un DEA e le relative strutture. Anche se potrò farlo soltanto da medico volontario, e pagandomi pure l'assicurazione.

E insomma: di esami e studio vi ho parlato. Della Medicina generale, pure. Che altro rimane?

Ecco: dovrei - o meglio, potrei - tornare qualche volta al pronto soccorso pediatrico. Ma per questa settimana il tirocinio che sto facendo mi basta e mi avanza, per cui se ne riparlerà la settimana prossima.

Come se non fosse già sufficiente, ho anche ripreso i turni del pronto soccorso chirurgico e vorrei provare a tornarci un altro paio di volte per cercare di imparare a mettere due punti, e qualche altra cosa che probabilmente i chirurghi faranno... anche se non ho bene capito cosa sia. Ma se già non riesco a seguire il reparto mio, a studiare e a fare le cose che già - appunto - non sto facendo, mi sa che 3 reparti, medico di base e 2 esami insieme iniziano - davvero - a essere un po' troppi.

Forse dovrei iniziare a dare un taglio a destra e a sinistra, e a concentrarmi solo sulle cose essenziali. Che così rischio di fare 100 lavori per poi non portarne a termine come si deve nemmeno uno.

O magari invece è così che deve essere? Le cose stanno andando a pieno regime, e devo smettere di pensare a quanto mi sto impelagando in 2000 impegni con le mie stesse mani e aspettare semplicemente che arrivino i risultati.

Bho?!

Intanto stasera ho una cena con degli amici. Per cui non si studia, e tanti cavoli.

Simone

13/01/14

Il tirocinio più bello del mondo.

Gruppo di tirocinanti in attesa dell'arrivo del professore.
Tirocinio nel reparto di XXX, che non lo dico che poi magari leggono il blog e mi bocciano all'esame.

Arriviamo alle 9 e 10 circa. Cerchiamo il prof che deve seguirci, dopo un po' di giri a vuoto lo troviamo e lui:

«Venite metà con me, e metà andate dall'altro docente che sta lì, in ambulatorio Y».

Ok. Ambulatorio Y. Io e altri 2 andiamo.

Arrivati lì, ci dicono che «l'altro docente oggi non c'è, ma se aspettate un po' ne arriva un altro ancora, e potete seguire lui».

E va bene, aspettiamo.

Aspettiamo, lì in una stanzetta abbandonata che in mezzo al corridoio ci pare brutto.

Aspettiamo.

Dopo tipo mezz'ora niente: non arriva nessuno e nessun altro ci si fila.

Decidiamo di dire al primo docente della lista che il secondo docente (e il terzo sostituto) non ci sono. Per contattarlo chiamo uno degli altri studenti sul cellulare, ma lui ci dice che «ora stiamo soli, e il prof non c'è. Non so che dirti».

Bene. Aspettiamo, di nuovo.

«Io dovrei andare a casa a studiare» si lamenta uno.

«Io potevo semplicemente rimanere a dormire» piagnucola un altro.

«Sti tirocini so' proprio 'na monnezza» pensiamo, in coro.

Colpo di scena! L'altro studente mi richiama e dice che il prof ha detto che possiamo andare nell'ambulatorio Z. E si riparte.

Arrivati all'ambulatorio Z: magia! Stanno visitando un paziente. Un paziente vero, mica capperi!

E così assistiamo alla visita pure noi, per un totale di 5 studenti, due professori, due specializzandi, il paziente e la sua famiglia, tutti in una stanza di 2 metri per 3.

Poi la visita è finita, e basta: non arriva più nessuno. Non c'è più niente da fare.

Il prof è andato a occuparsi di altri impegni in altri luoghi che non conosciamo. Altri minuti di silenzio lenti e imbarazzanti, ma poi uno specializzando genialmente esordisce:

«Andate giù nel reparto W (iniziano a finire le lettere), c'è la specializzanda dell'altro professore che vi fa vedere tipo una cosa».

Bene. Vai! Tutti al reparto W a vedere una cosa! Tipo.

Peccato che - nel reparto W - la specializzanda non c'è. Non riusciamo a trovarla. Resistiamo però alla tentazione di cedere allo sconforto: blocchiamo altre due specializzande che, per caso, passavano da quelle parti, e muovendole a pietà le convinciamo a farci seguire loro.

«Stiamo andando a vedere la medicazione di un paziente» ci spiegano. «Se volete, potete venire con noi».

Ma se non mi rompevano le palle e mi lasciavano andare in pronto soccorso per conto mio, non le vedevo pure meglio le medicazioni? E lo so che adesso tutti quanti direte: e ok, è arrivato! Il solito polemico.

Insomma allora niente polemiche, ed entriamo carichi di ottimismo nell'ambulatorio... cosa viene dopo W?! Diciamo K, va'.

E insomma eccoci lì nell'ambulatorio K, ma non facciamo nemmeno in tempo a capire dove sta il paziente che arriva uno che dice: «no, regà. Gli studenti poi la medicazione è una cosa che è delicata che, cioè: non se po'!»

Dopo una traduzione all'italiano ottenuta alla meno peggio con Google Translate, comprendiamo che dobbiamo uscire. Che poi - secondo me - quello che ci ha cacciato è lo stesso che se non sai fare una cosa si lamenta che: «e no, regà: 'sti studenti 'nsanno fa' manco 'na medicazione!» Mi ci gioco quello che vi pare.

Di nuovo in un corridoio a fare nulla. Discutiamo su quanto il reparto K è supermegabellissimo, con le luci i vetri i cazzi e mazzi e la roba fantascientifica che pare dove lavorano i dottori ombrosi degli sceneggiati TV. Dove sto io, se trovi una cosa che sembra un po' più nuova è solo perché qualcuno l'ha appena rubata a un altro reparto. E se stai lì che poco poco ti adombri non fai impressione a nessuno e finisce pure che ti mandano a quel paese.

Finalmente ritornano le specializzande che abbiamo sequestrato prima, e ci raccontano ciò che hanno visto con parole chiare e vivide che restano impresse nel profondo. Credo fosse un problema a un occhio, il fegato oppure una frattura... ma comunque, insomma: qualcosa del genere.

Con le specializzande discutiamo anche del fatto che - pure loro - durante i tirocini non è che facessero chissà quali cose esaltanti. Eppure, alla fine, sono comunque arrivate proprio lì, nell'àmbito dell'ambìto reparto K. A dimostrazione che - in un modo o nell'altro - alla fine tutto è possibile.

In tutto questo, si è fatta - finalmente - l'ora.

Ci transumiamo tutti verso il reparto J. Altro professore, il più importante di tutti: quello che controlla le firme.

Firmiamo. Grazie, ciao, e arrivederci. E domattina si ricomincia.

Simone

08/01/14

Anno nuovo, vita vecchia... e pure questo titolo non è che sia originale.

Questa - lo dice su wikipedia - è una pediatra.
Iniziato il 2014, le cose che sto facendo per quella storia della seconda laurea in Medicina (non so se ve ne avevo già parlato) somigliano molto a quelle del 2013.

Di nuovo c'è che, invece di pediatria - che ho dato e già praticamente dimenticato prima delle feste - sto preparando medicina e chirurgia 2.

Questo è un esame un po' strano: a fronte di poche lezioni su argomenti più o meno già conosciuti, l'esame consiste in 4 - ho detto quattro - orali con:

- Medico internista, che può chiedere praticamente qualsiasi cosa di patologia integrata.

- Medico geriatra, che è tipo un internista pure lui.

- Chirurgo generale, che come tutti i chirurghi ha la consuetudine di chiedere patologie inventate di sana pianta, linee guida degli anni '80 e misteriosi particolari anatomici.

- Infettivologo, che chiede cose infettivologia (ma va?) che credo di aver già studiato e dimenticato almeno altre 4 volte. Memorizzare le malattie infettive (come qualsiasi altra cosa) per me è come scavare nel mare con una pala... e rifare 10 volte le stesse materie equivale a rifare 10 volte una figura del cavolo all'esame.

Insomma grande ottimismo per questo esame che non si sa manco che studiare e ti interroga tutto il mondo!

La mia idea è di rileggermi un po' di cose che hanno chiesto agli appelli passati e poi - nel tempo che mi rimane - studiare... Ginecologia.

Così pure se poi il primo appello va male ho un'altra materia mezza preparata, e ho perso poco tempo e non rischio di ritrovarmi 2 materie sovrapposte... anche se a tutti gli effetti in questo modo me le sto sovrapponendo io da solo.

Vabbe'.

Per il resto, sono andato un altro po' di volte al pronto soccorso pediatrico.

Direi che anche lì mi diverto molto, anche se - rispetto al pronto soccorso degli adulti - nel pronto soccorso pediatrico appare davvero evidente come la medicina di base abbia qualche piccola incongruenza:

Certe volte fatico davvero a capire perché certi piccoli pazienti arrivino in ospedale piuttosto che essere seguiti dal medico di famiglia. Il risultato comunque è che chi lavora in pronto soccorso si trova a dover vedere 50 bambini di corsa uno di fila all'altro, col rischio di beccarsi un esaurimento nervoso o - cosa più probabile - di finire linciati da genitori furibondi che aspettano per ore e ore e ore e ore che i figli vengano visitati.

A proposito di medici di famiglia, la prossima settimana farò un breve tirocinio da uno di loro. Mi aspetto di vedere un pochino di più come funziona la medicina fuori dall'ospedale e sarà - spero - un'altra esperienza interessante.

Stasera, invece, il solito reparto. Durante le feste non ci sono andato molto, e devo dire che un po' già mi mancava.

Che dite, sono gravemente malato? E che problema c'è? Tanto tra un po' mi laureo... e poi posso pure curarmi da solo.

Simone

19/12/13

Facciamo in fretta!

Velocecorrieccoaggiornoilblog... ciao!
Che ho un sacco di cose da fare... ma volevo prima aggiornarvi sulle ultime novità.

Domani ho l'esame di pediatria. Sto cercando di ripetere un po' le cose che (pare) chiedono più spesso, ma è un sacco di roba e sto un po' sul disperato spinto. Vi farò sapere.

Intanto ieri ho fatto la prova di Management, che sarebbe un pezzo di un altro esame iniziato l'anno scorso (sanità pubblica... credo) e qui insomma penso che sia andata bene. Non che fosse questa prova insormontabile... ma insomma: quando è difficile è difficile, e quando è facile è facile. Che faccio, mi lamento sempre?!

No, appunto. L'importante è avere un esame di meno da fare fino al traguardo. E se domani va bene bene, se no c'è tutta la sessione invernale per rifare anche pediatria e far sì che gli esami in meno diventino almeno 2.

Nel contempo non sto andando in reparto (con gli esami imminenti è meglio studiare) e ho terminato gli ultimi tirocini del semestre.

In questi due mesi, diciamo che mi sono piaciute particolarmente la settimana di Chirurgia generale, la settimana di Emergenze... e poi qualche tirocinio sparso qua e là a seconda del professore che capitava.

Globalmente direi che - a meno che nel prossimo e ultimo semestre non avvenga il miracolo -  dal punto di vista del tirocini collegati alle singole materie non è che si sia mai fatto niente di che. Ma insomma: me l'avevano detto tutti i vari amici e conoscenti medici che le mattinate in reparto erano quello che erano, e così è satata e anzi: mi immaginavo peggio.

Per fortuna che in reparto le cose vanno meglio. E se la medicina d'urgenza non "copre" la medicina di base proprio al 100% (ma manco al 90, mi sa) vuol dire che una volta laureato mi cercherò per conto mio qualche altro reparto infermiere strutturato o ambulatorio che dir si voglia disponibile a colmare un po' dei buchi rimasti scoperti durante il corso di laurea.

Ma a che serve questo discorso a metà tra il pessimismo totale e il positivismo più travolgente?! A non dire nulla - immagino - ma a farmi un po' scaricare che domani c'ho l'esame e, come in tutti i giorni pre-esame, il mio umore è sotto zero mentre lo stress è ai massimi dei massimi... che a me sta materia m'ha veramente stufato e mi andrebbe bene qualsiasi voto, anche minimo. L'importante è non doverla ristudiare!

Simone

08/12/13

Tirocinio, esami, tesi.

Seduta di laurea: notare la gente coi bastoni.
Settimana più intensa del solito: sarò schematico.

Tirocinio: ho fatto il tirocinio in medicina d'urgenza. Che non è l'internato per la tesi in medicina d'urgenza o la frequenza del reparto di medicina d'urgenza.

È un'altra cosa. Cioè: il tirocinio in medicina d'urgenza fa parte dell'esame di medicina d'urgenza (ma quante volte l'ho scritto?) e non si svolge in reparto o in pronto soccorso ma in sala operatoria e in terapia intensiva... visto che i professori di medicina d'urgenza - almeno molti della 20ina che saranno - non lavorano nel reparto di medicina d'urgenza.

C'avete capito niente? No? Poco male.

Comunque al tirocinio in medicina d'urgenza ho visto, nell'ordine:

- Come si soccorre un politraumatizzato: in Croce Rossa mi fanno i corsi e ri-corsi da 10 anni, qua in 5 minuti "prendi qui, tira lì" ed è finito. Vabbe'.

- Come si fa una rianimazione cardiopolmonare in bambini e adulti: vedi sopra. Ri-vabbe'.

Nota: all'altro canale fanno tutti i corsi BLS-D eccetera con attestati American Hearth. Al mio canale no, ma in compenso facciamo 100 milioni di esami di anatomia patologica in più. Mi pare giusto.

- Come si mette una maschera laringea: cosa questa molto interessante (sono serio!) che non mi aveva mai mostrato nessuno.

- Come si intuba un paziente (sul manichino) rompendogli tutti i denti e mandandolo in anossia: meglio che uso la maschera laringea.

- Come si mette un'agocannula: che al sesto anno di medicina inizia a essere il caso che t'impari. Io ne avrò già messe 50 per conto mio... rompendo 45 vene. Ma l'importante è l'intenzione.

- Interventi a cielo aperto sul cervello: tipica procedura da pronto soccorso. Però, dai, gli interventi al cervello: fico. Al secondo anno quasi svenivo durante l'autopsia, ora ho scoperto che tante cose non mi fanno più una grossa impressione.

Esami: il 20 c'è l'esame di Pediatria.

Ho studiato più o meno già tutto, ma non è che abbia la sensazione di sapere un gran che.

Gli argomenti sono tra i più vari, vaghi e disparati (dal preparare la pappa, alle aritmie al paziente psichiatrico) e bo' a sto punto io spero solo di passarlo con un qualunque voto minimo e avvicinarmi alla laurea, che davvero: l'ultimo anno di medicina - quello in cui impari almeno un po' a fare il dottore - è il quinto. Mentre il sesto anno di medicina si sta rivelando più una ottemperanza burocratica che la degna conclusione di un percorso formativo importante, come invece dovrebbe essere.

O magari tra tirocini, tesi e qualche argomento d'esame che mi fa rivedere cose poco chiare sto imparando più di quello che penso? Mi pare un po' difficile, ma speriamo che sia davvero così.

Tesi: la tesi è un po' in una fase di stallo.

Cioè io ho preso un bel po' di casi clinici, ho imparato a vedere il cuore e il polmone con l'ecografo e a prenderci anche mediamente con la diagnosi (visto che almeno per il polmone è una cazzata, ammettiamolo).

Poi porto tutto al professore, e viene fuori che la tesi non è l'"ecografia polmonare d'urgenza" (la mia idea di prendere casi clinici e presentarli) ma "perché l'ecografia in urgenza è meglio delle altre metodiche".

Cioè io devo dimostrare al mondo che è meglio l'ecografia di altro. Che se vuoi te lo spiego a parole (ci metti meno tempo, e non usa le radiazioni), se vuoi ti metto il link di uno studio su pubmed con centinaia di pazienti (dice che ci metti meno tempo e che non usa le radiazioni) ma a fare una tesi che lo dimostra con fatti concreti... bo'!?

Mi sa che finirà che a fare le ecografie diventerò bravissimo, ma alla laurea mi daranno 2 punti e calcio in culo accademico... ma, a pensarci bene: visto come è andata la mia vecchia tesi a Ingegneria, sarebbe comunque un gran passo avanti.

Simone

29/11/13

User unfriendly.

Il nuovo computer che vi aiuterà nel lavoro.
Nel mio reparto ci stanno gli sfigmomanometri (i cosi per misurare la pressione) a parete.

Quelli tondi, belli grossi, attaccati al muro che così (nell'idea di chi se li è inventati) ce ne sta sempre uno accanto a ogni barella e soprattutto chi passa di lì non può fregarseli tanto facilmente.

Questo nell'idea. Nella pratica lo sfigmomanometro sta attaccato al muro, e il paziente a cui devi prendere la pressione sta nell'altra stanza a 28 metri 3 porte e 5 pareti più in là, e se non smonti quel coso dal suo supporto e non te lo porti appresso non ci arriverai mai.

Il fatto è che - non essendo pensati tanto per stare in giro quanto per stare appesi - dopo un po' che li smuovi e li appoggi per tutto il reparto gli sfigmomanometri a parete iniziano a funzionare male.

Intanto già di loro sono vecchi come il cucco. E quando stringi il manicotto e lo gonfi senti il tessuto a strappo ormai usurato che cede cede cede finché il manicotto non si apre con un prrrrrrrrrrrrrr che sfiata tutto e il paziente ti guarda con la faccia come per dire: ma guarda che dottore coglione che m'è capitato.

Poi a forza di prenderli e sbatterli c'è quello con la lancetta piegata che segna una pressione che devi più indovinare che leggere. Quello col vetro rotto che se lo afferri male muori e quello che perde aria e si sgonfia talmente in fretta che per leggere su che numero stavi quando hai sentito il primo battito devi rallentare il tempo tipo i videogiochi di Max Payne.

Poi c'è l'elettrocardiografo.

Arriva il paziente critico. Tu scopri il torace, metti gli elettrodi con quelle cacchio di ventose che non prendono mai e devi reggerle a mano, premi "stampa" sullo strumento con non si sa bene quale arto ti è rimasto libero e lui:

1) Si spegne se non avevi attaccato la spina.

2) Non stampa un bel tubo perché non si sa perché, forse è rotto.

3) Decide che comunque non stampa, perché SECONDO LUI hai messo gli elettrodi male.

4) Stampa ma s'inceppa la carta.

4) Stampa e non s'inceppa ma lo sportellino chiudeva male e sulla carta chimica non si legge una mazza.

Ora, io dico sempre: quando sarò medico io, comprerò un maledetto elettrocardiografo che se premo il tasto stampa E ZITTO, perché il dottore sono io e lo decido io come stanno gli elettrodi. Per lo sportellino che non si chiude, invece, ci metterò un pezzo di scotch.

Vabbe'. Presa la pressione, fatto l'ECG: mancano i prelievi.

Faccio il prelievo arterioso. E fin qui ok, che almeno il Padreterno non c'ha comprato le arterie facendo un appalto al ribasso, e quando le buchi - in genere - il sangue ancora esce. Vado alla macchina che analizza i prelievi. Infilo il cappuccetto nella siringa, il cappuccetto aspira un po' di sangue e... e... "campione non rilevato". O rivelato. O come accidenti si scrive.

"Inizio test di qualità. Il test di qualità termina tra... 3 minuti".

Cioè capito? Come tocchi il tasto sbagliato, quell'accrocco malvagio prende e si mette 3 minuti a farsi i cavoli suoi, e tu fermo lì con la siringa in mano ad aspettare che abbia finito.

Ma se c'è un'emergenza? Se chissene frega del controllo di qualità, intanto dimmi almeno quello che mi puoi dire? Dove si interrompe 'sta cosa? Non c'è semplicemente un tasto che posso premere?

No. Puoi solo aspettare.

E poi, l'altro giorno, durante il controllo è apparso questo:

"Microgoagulo rivlelvato. Nuovo test in corso. Il nuovo test termina tra... 9 minuti".

In 9 minuti il prelievo arterioso altro che microgoaguli, si macrocoagula tutto! E mo' spiegalo tu al paziente che devi ribucarlo, perché la macchina dell'emogas ci odia.

E una volta poi fatti i vari esami, a uno piacerebbe - che ne so - aprire il computer e vedere la TAC o le lastre che magari sono state fatte... anche solo - così - per imparare qualcosa.

Solo che c'è la cazzo di privacy, e per aprire il computer ci vuole la password che a te non te la danno per via della privacy, e ce l'ha solo il professore. Allora insegui il professore per farti mettere la password, e dopo mezz'ora un'ora due ore diciamo che ha un minuto libero tra un paziente e l'altro, e ti dà retta.

Solo che il programma per vedere le immagini è mezzo buggato e ogni tanto prende e s'impalla, e il professore deve metterti la password di nuovo... ma solo dopo che hai chiuso tutti i processi con ctrl+alt+canc o - una volta sul 3 - scoprire che s'è impallato veramente di brutto e devi per forza spegnere il PC e riavviare tutto da capo. 

Sperando, ovviamente, che si riaccenda.

Simone

19/11/13

Quattro momenti di gloria in reparto.

Festa studentesca con manifestazioni di stima verso di me.
1) L'altro giorno andiamo in reparto e non c'è uno che ci si fila.

O meglio ci si fila uno specializzando:

«Che lo sapete fare l'emogas»? ci chiede.

Tutti quanti rispondono "no, no, no"... a parte io che dico "sì. Gestisco anche un blog in cui non si parla d'altro".

Risultato: l'emogas sono io che lo faccio, e spiego agli altri come si fa.

Poi siccome non ci si filava ancora nessuno prendo l'elettrocadriografo e spiego sempre io agli studenti come si fa l'ECG e come si legge... anche se ho il dubbio che questa cosa invece già la sapessero.

A un certo punto stiamo nel corridoio del reparto e ho 3-4 persone in camice che mi seguono: e io mi sento un gran figo e mi do tutte le arie e spiego con sagace arguzia agli astanti che - quando sarò il capo dell'ospedale - avrò un codazzo così lungo che arriverà la fila fino alla metro.

Poco dopo arrivano i risultati dell'emogas che ho fatto prima: purtroppo non ho preso l'arteria, ma ho fatto un prelievo di sangue venoso e insomma è da rifare e il codazzo si disperde rapidamente mandandomi affanculo.

È stato bello finché è durato.

2) Arrivo in pronto soccorso, e uno specializzando mi chiede:

«Ho un sospetto sui polmoni di questo paziente. Che puoi dargli un'occhiata con l'ecografo?»

Diciamo che non mi pare vero: prendo l'ecografo col carrello gel sonde varie e tutto il resto. Mi metto lì con anestesisti studenti e specializzandi che mi guardano, faccio una dissertazione sull'ecografia polmonare con tanto di crediti ECM e - col tono da dottore figo di greisanatomi - confermo pure il sospetto diagnostico.

Cioè, capito? Ormai sto così "avanti" che mi chiedono i consulti! Fantastico.

Anche se - a farmi due conti - io personalmente mi curerei in un ospedale diverso.

3) Il giorno dopo vado a lezione e in più di uno studente mi chiedono:

«Quand'è che vieni con noi al tirocinio, così ci spieghi qualcosa?»

Vedete che il passaparola funziona? Un domani mi basterà fare la stessa cosa trovando il modo di farmi pagare e la mia carriera sarà praticamente al top... anche se il fatto che tutti ridevano mi lascia il vago dubbio che mi stessero prendendo per i fondelli.

4) Questo ultimo non è in reparto... e non lo era nemmeno quello prima, ma non rompete:

Mi invitano a una festa degli studenti. Io vado a cena con gli anziani miei coetanei, e il tutto solo per poter dire a una cert'ora: "vi lascio che vado a una festa di noi giovini studenti universitari".

Tra lo sgomento e stupore di tutti insomma vado alla festa. Arrivo, e scopro che hanno tipo un bancone degli alcolici costruito smontando e riarredando la casa in cui sono in affitto.

«Che t'offro, ingegnè?» mi fa uno dei miei compagni di corso, con alle spalle una vetrinetta piena di bottiglie e bottigliame vario? «Lo vuoi un rum e pera?»

E che vi devo dire? È troppo bello avere di nuovo vent'anni.

Simone

15/11/13

Università dopo i 30 anni: tra lezioni e tirocini.

Sconforto collettivo per l'ennesima lezione sul LES.
I tirocini del sesto anno di medicina, funzionano che bisogna frequentare per una settimana il reparto relativo a ognuna delle dieci - circa - materie che stiamo seguendo.

Bello, no? In teoria, sì.

Nella pratica, tolti qualche docente e ambulatorio particolarmente interessante (per i quali in genere trovate un raccontino sul blog) è capace che non ci si fila nessuno e stiamo lì ad annoiarci e ad aspettare che arrivi un'ora in cui appaia particolarmente verosimile che "dobbiamo andare a lezione", mettere l'eventuale firma di presenza e andare via.

Mi è capitato pure di essere io a spiegare un paio di cose agli altri studenti, perché già le avevo viste in reparto da me e loro no. Ma vi pare normale? E invece sì, purtroppo sì: è l'assoluta normalità.

I corsi del sesto anno - invece - sono una sorta di permutazione degli esami degli anni passati. Argomenti veramente nuovi ne avranno fatti sì e no una decina su più di cento e passa ore ormai spese sui banchi, e di quante volte abbiamo rivisto tubercolosi, reflusso esofageo o connettiviti varie ho perso il conto ormai da anni.

Tanto per farvi capire: l'altro giorno arriva un docente, e ripete una lezione che lui stesso aveva tenuto anni fa (utilizzando le stesse identiche slide!) Poi a un certo punto arriva un altro professore, vede che in aula a seguire siamo tipo in 20, e s'incazza da morire minacciandoci di ripercussioni, vendetta, morte e - soprattutto - tremende difficoltà aggiuntive in fase di esame.

Ma che ci posso fare io se la gente si è rotta le palle e all'università manco ci viene più? Se non altro, se la prendessero con loro e non con me e i pochi sfigati che ancora frequentano.

Riassumendo il tutto: al tirocinio ci annoiamo, a lezione siamo quattro gatti, e il più delle volte uno si ritrova a domandarsi: "ma che ci sono venuto a fare?"

La risposta è che in tutta questa enorme baracca sul punto di sbriciolarsi che è il sesto anno di medicina, ogni tanto arriva il professore bravo che fa una lezione che ricorderai, o al tirocinio ti capita qualcuno che ti spiega una cosa nuova che ti resterà impressa per tutta la vita... anche se magari è una cosa tremendamente sbagliata, nel caso che te l'abbia spiegata io.

È tutta una questione di essere nel posto giusto al momento giusto, insomma. E visto che i momenti giusti sono decisamente rari, l'unico modo per beccarne qualcuno è esserci - praticamente - sempre.

Lo studio della medicina, arrivati a questo punto, è un po' come una di quelle presse giganti dei film che schiacciano le macchine riducendole a dei cubi di metallo: io ci butto dentro una giornata di 12 ore, e ne ottengo in cambio un cubettino di qualcosa che forse quel giorno mi sono riportato a casa da mettere al pizzo, nella mia collezione di giornate spiaccicate tra tirocini e reparti vari. Anche se non sempre l'impegno che uno ci ha messo appare proporzionale al risultato prodotto.

Simone

12/11/13

Quando un paziente muore.

Attesa all'ingresso di un Pronto Soccorso.
Un giorno qualunque di un mese qualunque, in un ospedale non qualunque, perché è quello dove faccio tirocinio io.

Ho finito di seguire le lezioni. Saluto un po' di colleghi studenti: ciao ciao, ci vediamo domani, abbracci e baci, e vado in reparto.

Apro l'armadietto, e con una mossa stile cavaliere oscuro mi infilo il camice che avevo lasciato appeso con tanto di fonendoscopio, saturimetro e tesserino ancora in tasca. Richiudo l'armadietto, in un attimo faccio le scale ed entro in pronto soccorso.

E subito dietro la porta, trovo che stanno rianimando un paziente.

«Dai il cambio al collega» mi fanno prima di immediatamente di subito, che io manco ho ancora capito cosa stanno facendo. «Sbrigati!»

E io non so nemmeno che accidenti è successo: 3 minuti prima stavo a lezione a scrivere "sono a lezione" su Facebook, e 3 minuti dopo sto lì a comprimere il torace di uno mentre guardo l'elettrocardiogramma sul monitor è penso: dai - cazzo - riparti. Dai - riparti - cazzo.

Non me lo ricordo di preciso, ma potrebbe essere che a un certo punto l'anestesista abbia chiesto "un'altra fiala di adrenalina".

Qualcuno passa il farmaco, qualcun altro lo manda in vena. E io sto lì che comprimo mentre un altro dà l'ossigeno e intorno c'è il casino totale in parte direttamente legato alla rianimazione in corso, e in parte il casino fisiologico del pronto soccorso che va avanti per i cavoli suoi.

Comprimo e mando giù il torace sentendo le costole che scricchiolano sotto le mani. Il camice mi mette caldo, sono rosso in faccia e già comincio a sudare. Guardo il volto del paziente e lui, in compenso, è blu.

«Aspetta».

L'anestesista mi ferma per controllare i parametri vitali. Fissiamo tutti il monitor, e la linea che scorre è una tavola piatta senza manco l'accenno dell'ombra di un'onda che fosse una: il cuore è fermo.

Riparto con le compressioni. Si fanno altri farmaci, altri controlli. Ma più passa il tempo, e più quello che sarà l'esito finale inizia a farsi evidente.

Qualcuno dà il cambio a me, e io passo alle vie aeree. Spingo la maschera dell'ossigeno sopra la bocca del paziente, mentre qualcosa di viscido mi inzacchera i guanti. Sto tutto storto tra la barella, il monitor e la parete. Iperestendere è difficile e mi fa male la mano. Il mio ritmo, adesso, è: dai - ventila - cazzo. Dai - cazzo - ventila.

E poi, a un certo punto, quello che oramai ci aspettavamo tutti già da un po':

«Basta così» dice l'anestesista. «Interrompiamo».

A questo punto, se fossimo in un medical drama, getterei per terra i guanti. Poi butterei all'aria la prima cosa che mi capita a tiro, come l'ecografo o l'armadietto dei medicinali, e me ne andrei sbattendo la porta a fare il muso incazzato in giro per i corridoi e a insultare gli specializzandi mentre tutte le donne che passano si innamorano di me.

La verità è che - in un pronto soccorso vero - quando muore qualcuno c'è chi deve avvisare i parenti, e quella davvero è la cosa più penosa. Poi c'è chi si occupa della salma. C'è chi deve scrivere la cartella sul perché e percome e tutto quel che è successo, e c'è chi ha altri pazienti gravi da seguire e - semplicemente - va ad occuparsi di loro come se vedere qualcuno che ti muore sotto le mani non fosse che la banale routine di un qualsiasi altro banale mestiere.

Per quanto riguarda me, quando muore un paziente ci resto dal male al malissimo, a seconda di quanto era più o meno anziano e a quanto stava più o meno male già da prima. La prima volta che ho visto morire uno dell'età mia, ho passato la notte in bianco a ripensarci sopra. Poi, piano piano, la cosa è un po' migliorata e adesso certe cose le ammortizzo un po' meglio.

Alle volte poi finisci il turno lasciando qualcuno che avevi conosciuto, e che magari non pareva nemmeno poi così messo male. Poi al turno dopo ritorni, e ti dicono che è morto. Che non ce l'ha fatta. E lì, insomma, anche quella è una bella mazzata: hai fatto tanto lavoro e ti pareva di aver risolto chissà che cosa, ma poi niente. Sei stato assolutamente inutile.

Anche la stessa rianimazione cardiopolmonare - una situazione ancora di reversibilità, e che avviene prima che ci si debba arrendere all'irreparabile - è la cosa che mi sta davvero più immensamente e intensamente sul cazzo di un lavoro che - altrimenti - mi piace così tanto che starei lì tutto il giorno, e che quando finisce il turno quasi non me ne voglio andare.

Che poi... lavoro? Io sono solo uno studente, e il giorno che potrei cercare di ambire ad essere pagato mi diranno che il ministero ha tagliato i fondi e mi cacceranno. Però se capita che c'è il turno tipo la domenica, io già dal venerdì prima non sto più nella pelle e non vedo l'ora che arrivi il momento.

Sono una specie di medical addicted. Un secchione del reparto. Uno di quei dottori che li vedi che a 50-60 anni stanno sempre in giro per l'ospedale a fare non si sa bene cosa, e che magari fuori da lì stanno pure giù di morale perché non hanno altri interessi e non sanno come passare la giornata.

Però, di questo lavoro, la parte che più affascina un po' tutti nell'immaginario collettivo creato da telefilm, cinema o racconti drammatici di tragedie vissute, a me fa andare di traverso un po' tutto quanto il resto. Datemi un infartone, uno che si è spatasciato con la moto, un'embolia polmonare, e io: aaaah l'infartone, la moto rotta, l'embolia polmonare da usarci l'ecografo!

Però il bls, il massaggio cardiaco, quello che va in coma e viene intubato, l'arresto cardiocircolatorio, il paziente critico che più critico non si può... no. Quelli proprio me li eviterei volentieri, e ve lo dico con tutta la tranquillità e la schiettezza di questo mondo.

E mi spiace per i miei amici anestesisti, che a occuparsi di certi pazienti ci dedicano la vita e che anche loro - ovviamente - non ameranno certe situazioni tanto quanto non le amo io. O per chi mi consiglia sempre "prova a entrare a rianimazione se ti piace il pronto soccorso". Ma io lo so che è importante e che non si può prescindere dall'occuparsi di queste cose, tanto che già da studente ho fatto i corsi, ho tutti i certificati e so un pochettino dove mettere le mani... però se capita da fare un massaggio cardiaco, spero sempre che capiti nel turno quando non ci sono io.

Ma vediamo il lato positivo della questione: non mi piace che i miei pazienti muoiano. E in una percentuale significativa dei casi non piace nemmeno a loro per cui - tutto sommato - è un buon punto a favore almeno per quanto riguarda la relazione medico/paziente.

«Dottore, io vengo da lei ma preferirei non morire» direbbero loro.

«A dire il vero, se lei morisse mi darebbe assai noia» risponderei io.

E insomma: a conti fatti, andremmo d'accordo.

Simone