Visualizzazione post con etichetta Università dopo i 30 anni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Università dopo i 30 anni. Mostra tutti i post

06/10/14

Ebook - Simone Maria Navarra - Da ingegnere a medico.

La copertina migliore... di uno che non le sa fare.
Da ingegnere a medico - come penso sia facile intuire - è una raccolta dei post che ho ritenuto più interessanti tra tutti quelli che ho scritto nel corso della mia seconda laurea in Medicina e Chirurgia.

È stato difficile riassumere 6 anni in poche pagine, ed è stato difficile tagliare cose che forse mi sarebbe piaciuto mantenere. Ho puntato però a realizzare un ebook - per quanto possibile - leggero e di veloce lettura, mettendo maggiormente in risalto i racconti dei tirocini e delle esperienze ospedaliere rispetto a quelli dello studio e degli esami veri e propri.

Ho pensato infatti che se trovando il libro qualcuno si scoprirà interessato, potrà sempre seguire il link al suo interno e continuare la lettura sul blog. Annoiare a morte invece dei nuovi lettori con centinaia di pagine di lamentele sullo studio della Biochimica o su quanto fosse stressante avere a che fare con la burocrazia universitaria, non mi pareva al contrario un'impostazione ideale.

Credo inoltre che le esperienze in reparto e - particolarmente - quelle in pronto soccorso siano semplicemente più interessanti di tante altre cose di cui potrei aver parlato nel corso di questi anni, e che valga la pena di sottolineare un pochino di più proprio quelle.

Insomma vi lascio questi due file: uno è il pdf in versione A4 (un normale foglio di carta) che potrà essere un po' più comodo per chi vorrà stamparlo.

Un altro file è lo stesso testo sempre in pdf, ma in un formato più ridotto. Che penso sia più comodo per chi preferirà invece leggere il tutto su un lettore portatile con uno schermo magari piuttosto piccolo.

In futuro magari potrei aggiungere una versione epub, ma per ora non ho troppo tempo per lavorarci e - a essere sincero - dopo tanti anni che non "pubblicavo" (gratuitamente e online) più nulla non mi ricordo nemmeno più tanto come si fa.

Ringrazio anticipatamente chiunque vorrà aiutarmi a diffondere questo piccolo lavoro a cui tengo però tanto, mettendo il link magari sul proprio blog, su facebook, su twitter e dove riterrete più o meno opportuno.

Grazie davvero ancora una volta a tutti per la presenza, i commenti, la collaborazione e tutto quanto il continuo appoggio in questi 6 anni... e - si spera - buona lettura! :)

Da ingegnere a medico - formato A4

Da ingegnere a medico - lettori portatili


Da ingegnere a medico - per dispositivi iOS

Da ingegnere a medico - per Kindle su Amazon

Simone

31/07/14

Grazie!

Prima della discussione: sorrido dal terrore.
Giorni un po' caotici tra lauree degli amici, festeggiamenti e tante piccole cose da sistemare.

Ho anche già ripreso ad andare in reparto. Più che altro tornava il correlatore, e fare un salto per portare almeno due pasticcini era il minimo obbligo sindacale.

Ora sento che ho proprio bisogno di un po' di vacanze. E questa estate speriamo di rilassarci un po'... sempre che la smetta di fare tempeste e maremoti un giorno sì e l'altro pure.

Cosa fare del blog - adesso - visto che me lo chiedono tutti?

Intanto penso di sistemare un pochino i vari post. Sistemare i link, i vari tag e cavolate varie. C'è ancora qualcosa del primo anno che non ho riportato dal blog vecchio e che dovrei trasferire.

Poi penso di rileggermi un pochino e nei limiti del possibile (sono 500 e passa post!) tutto quanto, con l'idea magari se è possibile fare una selezione sensata e razionale per "produrre" un ebook, una raccolta... insomma, un qualcosa di completo e a sé stante.

Più che altro poi l'andazzo generale dei post stava virando sull'un po' troppo serio, ma spero alla fine che i post un pochino più divertenti (quell'uno o due all'anno) siano abbastanza da farne insomma una raccolta che la gente leggerà senza rimpiangere di saper capire l'Italiano scritto.

Qui è quando ho presentato la tesi senza svenire!
Per il resto penso che il blog sia già abbastanza indipendente e completo da solo: il libro stampato oppure l'ebook fa molto figo. Molto "scrittore vero" ed è molto più vendibile, esportabile, prestabile e trasferibile.

Ma il senso reale di questa cosa che ho portato avanti per tanto tempo, ce l'ha solo il blog: con la suddivisione nei vari anni, con i post anche secondari che magari in un libro non avrebbero senso e - soprattutto - con tutti i vostri commenti.

Senza il continuo appoggio esterno di decine di milioni di persone (ho gonfiato i numeri un pochino, lo ammetto) che ho incrociato tra queste pagine, negli anni, sarebbe stato di certo tutto più complicato, difficile, e tutto anche un po' più solitario e triste.

Insomma il blog è più interessante - secondo me - di eventuali opere derivate, copincollature o quello che vi pare che se ne potrebbe trarre, e di certo lo lascerò online e leggibile a tutti.

Per cui, se la vostra paura era che qui sparisse tutto da un giorno all'altro, potete stare tranquilli: almeno finché Google non ci tira giù qualche scherzo, o mi censurano o mi denuncia qualcuno, il "Da ingegnere a medico" blog qui presente qui sta e qui resta, a imperitura memoria di questa cosa un po' folle e un po' autolesionista che mi è capitato di combinare dal 2008 al 2014.


Se invece continuerò a scrivere nel blog, in QUESTO blog, almeno... non lo so.

Da un lato penso che il percorso sia concluso. Che la laurea (mi pare) me la sono presa, e che stare ancora qui a parlare di tirocini, studio, esami e cose da studente sarebbe - semplicemente - poco interessante e forse anche un po' poco sensato.

Dall'altro lato, parlare di un percorso professionale da medico (o ingegnere che sia) in una "cosa" - questo blog - nata e cresciuta per parlare di tutt'altro, mi parrebbe anche questo fuori tema e a rischio di degenerare rapidamente verso la noia.

Cioè: un ingegnere si iscrive a medicina, e ok. Fa i turni in ospedale e gli esami e ok anche qui. Ma poi? Si mette a parlare del suo lavoro o continua a parlare degli affari suoi personali a vita. Ma perché? A chi interessa? Ci sono siti di medicina d'urgenza incredibilmente troppo scritti meglio del mio, tra l'altro.

I miei amici fanno photobombing.
Da un terzo lato (?) la scrittura è sempre stata un po' una parte della mia vita. Una volta scrivevo romanzi, poi ho cambiato e sono diventato un po' più autobiografico. Comunque sia non ricordo un periodo, negli ultimi 10 anni, in cui sia rimasto completamente senza scrivere.

Insomma: non lo so.

Mi serve un po' una pausa. Riposarmi, rifletterci un po' su e poi - a mente più calma - decidere come continuare a scrivere, e su cosa.

Intanto tutto questo testo lungo e inutile era per avere abastanza righe da infilarci dentro un po' di foto e il video della proclamazione.

Non c'è un'immagine che mi pare particolarmente indimenticabile, per cui ne ho messe più d'una così almeno - spero - potreste trovarne magari una che piace a voi :)

Quello che è importante, è che voglio ringraziare ancora una volta tutti voi per l'appoggio, l'affetto, l'amicizia e l'incoraggiamento che mi avete dato.

E se davvero come ha detto qualcuno questo blog vi è servito un po' da ispirazione e vi ha spinto in qualche modo a intraprendere un percorso che sognavate ma che - in qualche modo - vi sembrava troppo difficile o vi spaventava... be', grazie ancora: io sono solo uno che ha fatto un po' di esami all'università, e non penso di meritare tanta considerazione e tanta importanza. 

Grazie per l'ennesima volta, e in bocca al lupo a tutti. E vi auguro che tutto quello che state cercando si realizzi il prima possibile, e nel modo migliore che possiate immaginare.

Simone
Grazie!!!!!!!!

28/07/14

Il giorno della laurea.

Lo legge lo studente coi voti più alti: io stavo tranquillo.
Sabato e Domenica li ho vissuti in un mix di ansia, paranoia e psicosi.

Che poi alla prima laurea, quella in Ingegneria, stavo - almeno mi sembra - tranquillissimo, e del giudizio della commissione non sarebbe potuto importarmene di meno.

Sarà che, infatti, alla fine la discussione della tesi di Ingegneria è andata un po' una mezza schifezza.

E saranno anche l'età, la saggezza, il rimbambimento senile o il semplice fatto che ci tenevo a fare una bella impressione, ma al "secondo giro" l'aspetto emotivo si è fatto senticchiare, e un pochino l'ho accusato.

Domenica sera però mi sentivo più tranquillo, e anche la mattina del lunedì stavo - abbastanza - rilassato.

Sveglia prestissimo, che io certi orari manco sapevo che esistessero. Colazione, doccia, completo blu con camicia bianca e cravatta abbinata. E poi: si parte.

Appuntamento nell'aula della discussione alle 8. Qualche formalità burocratica, e poi c'è da aspettare un po' con amici e parenti che arrivano e salutano e si mettono a sedere mentre io cammino avanti e indietro per l'aula scavando tipo i solchi per terra come nei cartoni animati.

Alle 9 e qualche minuto si comincia. Sono il primo primo primissimo a discutere: che un po' d'ansia derivava anche da questo, ma alla fine... com'è che si dice? Via il dente, e via il dolore.

La discussione deve durare 7 (sette) minuti, che se no siamo in 15, la seduta di laurea dura un mese, la commissione si scoccia e finisce che ti fanno apposta le domande cattive.

A casa l'avrò ripetuta una trentina di volte, col cronometro, per vedere se stavo nei tempi. E ogni volta impappinandomi su qualche passaggio o perdendomi un pezzo o dimenticandomi di dire qualcosa di fondamentale.

Stamattina invece sono andato deciso, calmo, incredibilmente si capiva quello che dicevo (non per niente mi piace scrivere: perché a parlare sono un po' una pippa) e non mi sono né impappinato né perso passaggi importanti per strada.

Sette minuti che passano calmi calmi. Una domandina dal mio relatore giusto "tanto per", che se non ti fa domande nessuno - insomma - ci rimani pure male. E la mia parte l'ho fatta: è finita.

Torno al posto, e cominciano le discussioni degli altri. Ma io un po' li seguo e un po' sto su facebook a postare le foto, o su whatsapp a rispondere a 10 mila messaggi, che ormai sto già in fase "post laurea".

Qualche tesi è interessante, qualcun'altra meno. Globalmente bene o male tutti i candidati riescono a fare una presentazione come si deve, e dopo due ore e mezza dall'inizio della seduta la commissione si riunisce per deliberare... o per fare per quello che fanno le commissioni di laurea, che non so come si dice.

Nel frattempo, amici parenti e compagni di corso vari mi avranno fatto 15 video, e 100 foto e ho salutato e baciato tanta di quella gente che manco se mi sposavo.

Torna la commissione. Ci mettiamo al centro dell'aula, e loro iniziano a chiamare i vari candidati. 2 o 3 persone prima di me, e poi è il mio turno.

«Simone Maria Navarra» fa il presidente della commissione. «Ti dichiaro dottore in Medicina e Chirurgia, con la valutazione di..»

Vi ricordate quando dico sempre dei voti alti alti, ma non proprio il massimo? Quelli che vuol dire che, sì, uno è tanto bravo e s'è impegnato tanto ma - poverino - più di così, proprio non ci arrivava?

Ecco, appunto: 109 su 110.

109 è pure il voto massimo a cui potevo ambire se proprio andavo perfettamente alla grande, e mi regalavano pure qualcosa. Perciò, insomma: che vogliamo dire? Meglio di così non poteva proprio andare.

«Per Navarra è anche la seconda laurea» aggiunge il presidente.

Sento qualche mormorio tra il pubblico. E, be': che abbia detto questa cosa, in quel momento così importante, devo ammettere che mi ha fatto veramente piacere.

Finite le proclamazioni, nel silenzio generale, una ragazza legge il giuramento di Ippocrate.

Se lo volete sapere, mi piace questa tradizione dei medici che "dichiarano" altri medici, passandosi in un certo senso le consegne. Questo fatto che dalla notte dei tempi ci sta sempre qualcuno malato, e qualcun altro che lo vuole curare. Un filo conduttore fatto di tragedia e speranza, che ci lega un po' tutti, dall'inizio alla fine dell'umanità.

La mia compagna di corso legge il giuramento di Ippocrate. Io un po' mi emoziono di nuovo, e penso che sia un momento importante.

Finalmente ci congedano. Un'amica mi regala pure la corona d'alloro, che copre pure un po' di capelli bianchi e sembro quasi pure io un ragazzino di 20 anni. E poi altre foto e filmati e whatsapp e click e link e messaggi come se piovesse. E a un certo punto più che contento, rilassato oppure sollevato, inizio più che altro a sentirmi stordito. Lasciatemelo ammettere.

Saluto i miei. Una bevuta al volo con qualche amico, e poi - finalmente - di nuovo a casa.

A casa dopo la discussione della tesi della mia seconda laurea. Una cosa che ho sognato e risognato per anni, e che in certi momenti non avrei mai pensato di raggiungere sul serio.

Sono a casa, e l'unica cosa che mi viene in mente è che ho fame. Non per niente, sono 3 giorni che ho un nodo allo stomaco e che ho mangiato pochissimo.

Metto a scaldare un po' di pane. Apro il frigo, tiro fuori formaggio, affettati e un po' di frutta. Intanto continuo a rispondere ai messaggi sul telefono. Su Facebook ho già una foto con più di 100 "mi piace". Ho ricevuto tante di quelle chiamate che inizia a mancarmi la voce.

E mentre affetto il salame, come un fulmine improvviso e inaspettato, un qualche neurone si risveglia, dà una scrollata a un paio di amici suoi per tirarli su, e - finalmente - realizzo:

È andata. Ce l'ho fatta. L'obiettivo è raggiunto.

Sono diventato un dottore.

Simone

21/07/14

Quasi in cima.

Una cosa tipo questa... solo che adesso fanno 40 gradi.
A fine mese, il 28 luglio, ho la discussione della tesi.

E sembra ieri che ho iniziato a studiare per l'esame di ammissione. Davvero. Alla fine gli anni mi sembra che siano volati in un attimo.

E tutti quegli esami, i tirocini, le lezioni, i laboratori con le firme... sembrava dovesse volerci chissà cosa, e invece è stato un attimo.

Per certi versi, anche emotivamente mi sento un po' tale e quale a quando dovevo ancora iniziare: un po' di preoccupazione, tanta incertezza, l'impazienza anche che passino i prossimi mesi e di scoprire che cosa mi aspetta dopo.

Qualche centinaio di post più indietro, attorno al primo anno, ricordo di aver scritto come tutti i libri di tutte le varie materie che mi aspettavano sembravano quasi una montagna da scalare. E una volta che uno si arrampica e arriva in cima, inizia anche a vedere distintamente il paesaggio e a farsi un'idea di quello che ha intorno.

Insomma è un periodo che tiro somme, faccio conti e valuto progetti, e se da un lato sono felicissimo o a dir poco entusiasta di tutto questo percorso, dall'altro lato c'è un pochino di paura e di incertezza che danno al tutto una sensazione difficile da definire.

Qualcuno direbbe che ho la discussione della tesi e me la sto facendo sotto... e - tutto sommato - non penso che questa conclusione si discosti più di tanto dalla realtà.

Insomma, come già detto, tra una settimana mi laureo. Anzi mi ri-laureo... o mi bi-laureo, se preferite.

Siamo divisi in una dozzina di turni. Ogni turno 12 candidati, e ogni candidato ha a disposizione 7 minuti per presentare il proprio lavoro, più circa pare 3 minuti massimo per rispondere alle varie domande.

Dopo tutta questa preparazione insomma la discussione vera e propria sembra una cosa abbastanza piccola, quasi marginale. È un po' una mezza mattinata in cui vai lì, ti fai vedere 10 minuti e poi ti prendi questa benedetta laurea.

Io per primo personalmente vedo la cosa come un momento tutto sommato secondario rispetto a tutto il percorso: anche la laurea, in fondo, senza l'esame di abilitazione non è che concluda più di tanto. La "fine" vera e propria di questo ritorno agli studi sarà l'iscrizione all'albo, mentre per ora ci sono ancora tante cose da fare e da sistemare, e la discussione della tesi e solo una di queste.

Spero di fare una bella figura, il 28. Andrò a vedere tutte o quasi tutte le lauree dei miei compagni di corso, nei giorni prima e dopo il mio, e spero che vada tutto alla grande anche per loro.

Poi farò una bella cena in famiglia. Qualcosa con gli amici più cari. Una bella vacanza - spero - per festeggiare e scaricarmi come si deve... e poi, dopo l'estate, si ricomincia praticamente come se non fosse cambiato nulla con i tirocini per l'esame di stato e le 5000 relative domandine a crocette da imparare a memoria.

Intanto ci sono da stampare le ultime copie della tesi. Da preparare le slide per la presentazione, e da fare una prova di discussione con gli altri laureandi per arrivare - si spera - un pochino più preparati a quei 7 minuti fatidici.

Fatemi un bell' "in bocca al lupo"... e ci risentiamo presto!

Simone

11/07/14

6 anni di Medicina, in 1 (post).

Moderno ospedale, di quando mi sono iscritto.
Estate 2008: ho già deciso che proverò il test, e sto studiando su quei libroni riepilogativi che si usano per preparare i concorsi.

In famiglia ci sono 2 o 3 parenti o amici cari che condividono la mia decisione e mi appoggiano. Altri invece cercano di farmi desistere prevedendo tragedie e sventure... o un più banale "perderai un sacco di tempo, e ti stancherai prima".

Mi iscrivo al corso estivo di una delle grosse case editrici che fanno i libri per il test, più per obbligarmi a rinchiudermi in un posto a studiare che per reali speranze che un corso possa davvero aiutarmi.

Al mio arrivo, mescolato in una fiumana di adolescenti neodiplomati, una delle insegnanti esordisce "ma tu che cavolo ci fai qui?"

Un ragazzo del gruppo mi vede e lo sento commentare con gli altri: "proprio tutti medici, eh?"

Il bello di quella estate, il bello forse di tutto il percorso, sono i più debosciati di tutti che al corso di preparazione al test prendono e passano la notte in discoteca.

"Vieni con noi?" mi chiedono. "Dormiamo in stazione, e torniamo domani mattina".

Loro sono i 18enni fighi che io sognavo di essere alla loro età, ma che non sono mai stato. Per un attimo - con 15 anni di ritardo - posso sentirmi come uno di loro. Poi però rifiuto, perché sto lì per studiare e se passo una notte intera in discoteca, come minimo, muoio. Avrei dovuto andarci, invece? Forse.

A Settembre faccio il test di ammissione con tanto di influenza intestinale. Ma questo ve l'ho già raccontato da qualche parte, per cui passiamo oltre.

Primo anno di università: a lezione siamo una dozzina di ultra venti-trentenni, e faccio un po' comunella con loro.

Dopo il primo semestre saremo la metà. Dopo il primo anno, un terzo. Al quinto ero rimasto solo io... ma so che c'è qualcun altro un po' indietro, ma che comunque è andato avanti.

Il primo esame è Anatomia 1, ed è un trauma: prendo l'abitudine di scrivermi le cose da memorizzare su dei foglietti che rileggo sempre in qualsiasi momento. Al semaforo, in banca, in fila al supermercato. Farò così per anatomia, biochimica, microbiologia, farmacologia... tutti esami che sono come poesie da ricordare a memoria, e tutti foglietti sempre perennemente in tasca per ripetere appena ho 5 minuti, con lo stress che me se porta.

Alla fine ad Anatomia 1 prendo 23. Un'amica organizza una festa a sorpresa con tanto di torta con 23 candeline, e quello è il momento più bello.

Secondo anno di medicina: neuroanatomia, e biochimica. E microbiologia. E fisiologia.

Un anno di medicina che è come una laurea a parte.

Ricordo il pranzo di Pasqua, e io che saluto tutti i parenti e vado a casa a ripetere la via spino-rubro-talamo-qualcosa-cerebellare con l'abbiocco che mi uccide e la consapevolezza che non riuscirò mai a ricordarmi come si deve quelle cose assurde.

Ricordo una parte da imparare a memoria che ricordava più una commedia di Ionesco: un testo surreale, senza manco mezza parola che avesse una parvensa di senso o significato. Ho cercato aiuto su Internet ma non c'era manco un disegno, e mi sarei messo a piangere.

Agosto del secondo anno l'ho passato a casa col libro di Biochimica e il portatile per cercare i composti su Wikipedia. Non ho mai studiato così tanto in vita mia. Troppo. Vorrei dirvi che poi è servito ed erano cose importanti e che uso tutti i giorni, ma non è così.

Al secondo anno di Medicina ho visto la prima autopsia, e se non c'era un collega "anziano" che mi teneva buono mi sa che svenivo pure. Sempre al secondo anno ho visto la seconda autopsia e non mi ha fatto più tutto 'sto grande effetto. Al quinto anno avrei dovuto vedere la terza, ma non ci sono andato e sono rimasto a dormire.

Anche i bei ricordi, sul secondo anno, sono esclusivamente legati agli esami: in particolare quando ho finito Anatomia. Sono uscito dall'aula: era una giornata bellissima, mi sentivo al settimo cielo e ho capito che potevo farcela.

Terzo anno di medicina: forse il meno impegnativo, da un punto di vista esclusivamente della mole di studio.

Per la prima volta ci portano in reparto. E a chirurgia stiamo tutti lì che ci caghiamo sotto che chissà cosa ci faranno vedere... e invece, poco e niente. Che resterà una costante da lì all'ultimo giorno, ma questo ancora non lo sapevamo e avevamo aspettative - diciamo - inverosimili.

Nel reparto di medicina interna vado per conto mio. I primi pazienti, uso per la prima volta il fonendoscopio. Leggo cartelle senza capire una mazza, guardo ECG chiedendomi che mistero racchiudano, vedo fare prelievi ed emogas e penso che non avrò mai il coraggio di provarci io.

Il terzo anno di medicina è stato, probabilmente, il più bello.

Quarto anno: le patologie integrate. Esami di clinica dei vari apparati, con dentro farmacologia e diagnostica per immagini e anatomia patologica fino a formare degli ammassi infiniti di roba da sapere.

Cardiologia - che poi in realtà l'ho fatto al secondo semestre del terzo - sono 2200 pagine su 7 diversi libri. Gastroenterologia pure lì circa 2000. Le altre sono un po' più corte, ma manco tanto.

E gastroenterologia mi boccia 3 volte allo scritto, e se seguivate il blog lo sapete: ogni volta solo a rileggerlo ci metto un mese. Poi vado lì, e mi bocciano di nuovo. Sto rimanendo indietro con gli esami e inizio a pensare di abbandonare. È stato un momento veramente, veramente nero.

A un certo punto mi chiudo in casa 3 settimane, e ripeto gastro e mi studio reumatologia da zero... e alla fine in 2 giorni faccio tutti e due gli esami e miracolosamente mi ritrovo di nuovo in carreggiata.

Il momento più brutto è stato pensare che, dopo tanta fatica, non sarei più diventato un dottore. Il più bello, realizzare che avevo superato anche quello.

Quinto anno: 10 esami in 10 appelli.

Medicina e Chirurgia 1 è tostarello. Un altro di quegli esami - grazie a Dio l'ultimo - dove ti chiedono le poesie a memoria, e dove mi ritrovo ad andare in giro coi foglietti in tasca per ripetizioni lampo nei momenti di buco.

Gli altri esami sono più semplici, ma sono talmente tanti che stai praticamente sempre sui libri e sempre con qualche scadenza da rispettare in una specie di tour de force accademico.

Al quinto anno, dopo aver frequentato urologia, gastroenterologia e due reparti di medicina interna,  ho iniziato a frequentare medicina d'urgenza. E dopo qualche mese mi hanno spostato in pronto soccorso.

A medicina d'urgenza ho fatto i miei primi benedetti prelievi, con le mani che mi tremavano e la paura che i pazienti mi picchiassero. Ho iniziato a leggere un ECG come si deve, e ho finalmente sfogliato qualche cartella clinica capendone - più o meno - tutto il contenuto.

Le cose che prima mi sembravano impossibili stavano piano piano entrando a far parte della routine quotidiana: per la prima volta, andavo in reparto e mi pareva di stare lì per imparare qualcosa.

Il quinto anno di medicina è quello dove tutto sommato da studente uno diventa mezzo dottore. O almeno così avevo sentito dire, e anche per me è stato così.

I ricordi più belli sono una ragazza che festeggia il compleanno fuori dall'università. Porta dei muffin come dolce, e io me ne mangio 4 di fila prima di andare in pronto soccorso a fare la notte. E poi il mio - di compleanno - passato coi compagni di corso: ho compiuto 38 anni, e non me ne sentivo nemmeno 19. Oppure una festa in un appartamento di studenti: io sto lì che bevo come se stessi ancora a ingegneria, e a un certo punto arriva uno e mi fa: "ma tu sei Simone Maria Navarra? Io leggo sempre il tuo blog!!!"

E notare che - quando facevo lo scrittore - non mi ha mai riconosciuto nessuno.

Sesto anno: l'ultimo. Questo. Eccoci qua, che non è ancora proprio finito.

Al sesto anno c'è lo stress che devi fare 18 mila rotture di palle burocratiche, oltre agli esami, la tesi, i tirocini e - generalmente - mangiare e dormire quando sei fuori dal reparto.

All'ultimo anno di medicina devi dare 7 esami, ma sono tutti più un rimiscugliamento di robe vecchie piuttosto che argomenti nuovi da studiare da zero. Durante i tirocini facciamo meno cose rispetto ai primi che si facevano tre anni prima. A lezione non controllano tanto le presenze, e alla fine non viene più a seguire quasi nessuno.

Penso che l'ultimo anno di medicina poteva essere tranquillamente il quinto, mentre al sesto non si fa davvero chissà cosa di imprescindibile, e l'intero corso di laurea si spegne lentamente con solo la tesi a dare una parvenza di "novità" rispetto agli anni precedenti.

Durante i turni in pronto soccorso - quelli che faccio da me senza alcun obbligo particolare - ho imparato a fare qualche ecografia. Ho messo i primi punti di sutura, e forse tutto sommato ho finito per saper fare anche qualche cosina in più rispetto agli obiettivi che mi ero prefissato all'inizio di questi 6 anni.

Il ricordo più bello è la festa organizzata in aula l'ultimo giorno di lezione. La foto tutti in camice sulla scalinata del policlinico, e poi la sera di nuovo in giro per festeggiare con gli - ormai ex - compagni di corso.

Da qui in poi manca solo la tesi, a fine mese ma sempre in data da definire. E poi?

Il settimo anno di medicina, cioè l'anno dopo la laurea, prevede 3 mesi di tirocinio e poi l'esame di iscrizione all'albo.

Dopo farò il corso da ecografista della SIUMB, e il master in medicina d'urgenza della mia università.

Ormai ho deciso: non penso che aspettare un anno per il concorso di specializzazione, e poi - se mi dice bene - 5 anni in giro per l'Italia a fare la vita dello specializzando, sia una scelta ragionevole per uno che ha quasi 40 anni.

Corsi e master mi danno qualifiche più in fretta, e inizio a pensare di essere abbastanza capace da riuscire a trovarmi uno spazio per quello che so fare, e non per i pezzi di carta che ho o non ho accumulato.

Adesso - intanto - ci sono da sistemare le ultime cose per la tesi, e la discussione. E poi, si vedrà.

Simone

03/07/14

In bianco e nero.

Farei qui la mia vacanza post-laurea... se solo sapessi dov'è.
Riccardo: 27 anni, sempre stato in ottima forma. Mai un intervento, mai una malattia, mai un cavolo di niente: una salute perfetta.

L'altra mattina esce di casa per andare a lavorare. Arriva alla macchina, prende le chiavi... e cade per terra con gli occhi girati che non respira e la gente intorno che s'impressiona e grida e svengono pure loro uno dietro l'altro, stile domino.

Veronica: 50 anni, professione sanitaria non meglio definita, che si occupa di non so che cosa. Pressione alta, qualche problema cardiaco, ma in sostanza niente di che.

Sta lavorando in sala operatoria: tutto tranquillo e secondo routine, quando a un certo punto prende e crolla per terra pure lei in mezzo a ferri, dottori, paziente intubato e tutto il resto.

Sembra quasi l'inizio di una puntata di un qualche avvincente telefilm sui dottori, non trovate? E adesso per continuare a leggere vorrei farvi pagare l'iscrizione al blog... ma - purtroppo - non ho ancora capito come si fa, e mi tocca lasciarvi proseguire gratis.

Riccardo arriva in ospedale con l'ambulanza del 118. Si è già ripreso, e racconta - come già vi dicevo - di non avere mai avuto problemi di salute particolari.

Veronica, invece, è arrivata in pronto soccorso accompagnata dai colleghi: durante il tragitto hanno preso la bella iniziativa di riempirla di farmaci a caso, senza correlazione ai segni, ai sintomi, alla situazione o a una benché minima eventuale linea guida di qualcosa... dando effettivamente adito a pensare che Veronica non fosse poi realmente così tanto amata da tutti. O anche che se ti senti male e arriva subito un dottore - tutto sommato - non è necessariamente una cosa positiva.

In tutto questo, non v'ho ancora detto che in reparto c'era già anche Mario, un signore molto anziano: Mario ha la febbre. Le gambe gonfie. I polmoni arruffati. L'elettrocardiogramma fa quello che gli pare, e quando respira sembra una macchina del caffé.

Mario è un dottore anche lui. 60 anni di professione - o magari un po' meno, non sono stato a contare - sempre dall'altro lato della barricata. Adesso invece è lì, al posto del paziente, e si lascia visitare e curare senza lamentarsi o dire una parola. Un piacevole caso di paziente-dottore non rompipalle: vi assicuro che è - veramente - rarissimo.

Insomma, 3 pazienti: Riccardo che è svenuto che ancora non si sa perché. Veronica che ora vediamo, ma sta davvero davvero messa male, e Mario che avrà una polmonite e sta con noi già da un po', nel limbo dei pazienti in osservazione.

Riccardo non lo visito io, perché finisce in un'altra ala del pronto soccorso e insomma ci arrivano solo notizie indirette. Cos'ha e cosa non 'ha, pare comunque più una crisi epilettica che un problema cardiaco o altro. Magari ha battuto la testa e non si ricorda. Magari ha preso qualcosa che non ci ha detto... comunque sia lo spediscono alla TAC, nella speranza di chiarire l'arcano.

Veronica invece viene da noi. O meglio ce la portano: ha la metà destra del corpo completamente paralizzata. Pressione arteriosa a livello Goodyear. Oscilla tra una semi-incoscienza e uno stato di rincoglionimento più moderato.

«Mi può stringere le mani?» chiedo io, verificando che effettivamente un braccio e una gamba non accennano minimamente a muoversi.

«Io sto benissimo» risponde lei, biascicando le parole e ignorando completamente che metà dei suoi arti sono appena andati a puttane.

Questa cosa del perdere totalmente la cognizione di una parte del proprio corpo, in neurologia, ha anche un nome ben preciso: e se avete voglia di cercarlo su google - magari - ditelo anche a me.

Veronica pare di gran lunga il paziente più grave, e la TAC se la becca per prima. Torna su in reparto che già abbiamo le sue immagini, e queste risultano negative. E con "negativo" - in medichese - si intende in genere una cosa bella:

«Io ti amo perché sei sempre negativa» disse il dottore alla dottoressa. «Vuoi sposarmi?»

«Negativo!» rispose lei.

E vissero per sempre felici e contenti.

Per Veronica si pone una diagnosi di ischemia cerebrale. Siamo nei tempi giusti, e il neurologo decide per la cosiddetta "trombolisi": una specie di idraulico liquido in versione biochimica, che toglie i coaguli dalle arterie e - per lo meno nelle intenzioni di chi lo propone - rivascolarizza il tessuto cerebrale.

Per Riccardo, invece, la TAC dà una risposta che non si augurava proprio nessuno:

Gli hanno trovato un edema di 7 cm nel cranio. E sotto all'edema ci sta un tumore. E sotto al tumore ci sta il cervello sano. E togliere tutto il tumore lasciando lì quello che invece non devi toccare è una di quelle cose che i dottori ancora non riescono a fare bene per niente.

Il neurochirurgo parla di operare tra un paio di giorni: deve aprire, togliere tutto quello che riesce a togliere, fare la chemioterapia, e poi mettere il cronometro per vedere quanti minuti ci mette a recidivare un tumore aggressivo come quello.

Passa il tempo in reparto, e per Veronica c'è una processione di amici, colleghi, parenti e chi più ne ha più ne metta. Pare che in ospedale conosca mezzo mondo, e che mezzo mondo voglia venire a trovarla per sapere come sta... oltre che - incidentalmente - a rompere le palle a noi.

Attorno agli esami di Riccardo, invece, si forma un viavai un po' diverso: c'è chi è sconfortato dalla notizia. Chi guarda e riguarda la TAC, che un caso così non l'aveva mai visto. Qualcuno tira in ballo Dio e non so che discorsi sui preti e cose del genere.

Un parente del ragazzo che lavora con noi ci spiega che dovrà parlarne con la sua famiglia, ma non sa nemmeno da che parte cominciare.

Alla fine Riccardo viene ricoverato in neurochirurgia, mentre poco più tardi torno a vedere Veronica:

La trombolisi non ha funzionato. Che poi non è proprio esatto: adesso un pochino il braccio e la gamba li muove, mentre prima erano paralizzati. Solo che è totalmente rintronata: gli dici una cosa e ti risponde fischi per fiaschi, ed è convinta di stare bene e vuole alzarsi e andarsene non si sa dove e non si sa come. Che se solo prova a mettersi in piedi - di sicuro - casca.

Il neurologo spiega che il tappo che chiude l'arteria è talmente grosso che il farmaco non basta, e allora proveranno per via endovascolare: in sintesi prendono un tubo, lo infilano in un'arteria, arrivano - minchia - fino a dentro al cervello, e con quello provano ad aspirare via tutta la robaccia che non ci dovrebbe essere. E insomma parte pure Veronica, alla volta della neurochirurgia endovascolare, angiologia interventistica o vattelappesca come si chiama il posto dove la operano.

Il pronto soccorso però è sempre pieno, perché come va via un paziente ne arrivano altri due, e non c'è tempo di stare a pensare a molto più di quello di cui devi occuparti al momento. Così il tempo passa e la giornata, rapidamente, finisce.

Di Riccardo, so che l'intervento - almeno quello - è andato bene. Da lì in poi farà il suo percorso, e io gli auguro che arrivi di botto tutta quella fortuna che finora gli è mancata. Vorrei dirvi che siamo ottimisti, che ci sono ottime possibilità e che abbiamo molte speranze. Vi giuro che vorrei potervelo dire davvero.

Io credo in Dio un po' a mio modo, in una maniera che non è semplice spiegare in poche parole. Ma credo anche che se abbiamo abbastanza missili da bruciare mille volte ogni essere vivente della Terra, però nemmeno un farmaco per fare secche 4 cellule del cazzo, tutto sommato tirare in ballo Dio come nei discorsi che faceva qualcuno ha poco senso. Mi sembra più il caso di guardare in faccia la realtà, ed ammettere che il male - il più delle volte - gli uomini se lo fanno da soli.

Veronica sono andato a trovarla in neurologia, dove era ricoverata.

«Ero in pronto soccorso ieri, quando è arrivata» le ho detto, dandole la mano.

Ho notato subito che adesso il braccio lo muoveva normalmente, e anche la gamba.

«Non mi rendevo conto di stare male» mi ha spiegato. «Mi hanno detto che ero paralizzata, ma non me ne sono mai accorta».

Per quel poco che riesco a vedere, mi pare che i danni dell'ictus siano regrediti del tutto. Un successo che capita di rado: metti in moto un percorso, e ogni cosa cade al suo posto in una successione di eventi perfettamente in sintonia e allineati.

Nel turno successivo, in pronto soccorso, trovo di nuovo Mario. Il dottore di cui parlavo prima.

Sudato, ansimante, praticamente in coma. Attaccato a delle macchine che mandano responsi bruttissimi, qualche farmaco per far pompare il cuore quel poco che ancora può.

Mario sta morendo. Come avrà visto morire tanti suoi pazienti, in tutti i suoi anni di professione. Né più, né meno: stesse cause, stessa malattia, stesso risultato. Ha accompagnato tante persone lungo il medesimo percorso, e forse tutto sommato la sua calma di pochi giorni prima dipendeva anche da quello: dalla consapevolezza di qualcosa che deve accadere.

E un po' mi rivedo in lui: lo stesso lavoro, le stesse scelte. Io il medico e lui il paziente, all'interno di ruoli che vengono continuamente ribaltati.

Un po' mi rivedo in Veronica, nella speranza che vada tutto esattamente alla perfezione, il giorno che ne avrò bisogno. E un po' mi rivedo anche in Riccardo, per la paura di tutte quelle cose che uno non vorrebbe mai nemmeno lontanamente pensare.

Siamo tutti sulla stessa barca. In mezzo alla stessa tempesta. In un mondo in bianco e nero che ogni tanto ci sospinge dolcemente, e ogni tanto ci spazza via.

Facciamoci coraggio, e andiamo avanti.

Simone

25/06/14

Da ingegnere a medico.

Strumento magico costruito da ingegneri NON civili.
Nel 2007, come ingegnere, mi occupavo di prevenzione incendi e di pratiche relative all'isolamento termico di appartamenti e villini.

Detto in soldoni prendevo delle fotocopie, compilavo tabulati standard al PC, realizzavo disegni così come da normativa, firmavo moduli prestampati e rilasciavo "documentazioni richieste" all'ufficio competente del caso.

Come ingegnere avevo provato un paio di volte il concorso per i Vigili del Fuoco, non riuscendo però a entrare.

Una delle prove classiche del concorso prevedeva il progetto di un edificio in cemento armato, e ricordo benissimo un momento particolare mentre scartabellavo come un forsennato sul prontuario dell'ingegnere in cerca del giusto quantitativo di ferri da inserire in una trave:

La scena che si allarga, centinaia di candidati tra fogli, libri, calcolatrici e documenti. Io che sono 8 ore che faccio calcoli astratti per il progetto irreale di una struttura inesistente e che d'improvviso, mi chiedo: ma che cazzo ci faccio, qui?!

Il colpo finale l'ho avuto dopo aver preso la qualifica di tecnico antincendi: 5 anni di università, 2 anni di iscrizione all'albo, 120 ore di corso post laurea con tanto di esame dato due volte perché mi avevano pure segato visto che - diciamo la verità - non avevo studiato un accidenti.

Convintissimo che il mio percorso di studi mi avesse dato accesso a chissà quali elitarie vette professionali, vado al mio primo convegno e mi ritrovo circondato da scolaresche degli istituti tecnici - presto abilitati a svolgere il mio stesso e identico lavoro di scartabellatore di pratiche - e giusto qualche collega anziano che si litigava con i ragazzini i gadget che regalavano agli stand.

Fare l'ingegnere civile, nel 2007, per me era semplicemente questo: tanta frustrazione, e la sensazione che quello non fosse il mio posto.

Nel 2007 facevo anche il volontario della Croce Rossa. Andavo un po' con il 118, ero istruttore di rianimazione cardiopolmonare, ho tenuto qualche lezione di primo soccorso e insegnavo - nei limiti delle mie capacità - agli altri volontari come si va in ambulanza.

Che poi non voglio passare per quello con chissà quale spirito altruista, e non è neppure che avessi tutta questa passione per il mondo della sanità e del soccorso: quando sono entrato in Croce Rossa, l'ho fatto solo perché avevo un sacco di tempo libero. Perché cercavo qualcosa che mi gratificasse più del mio normale lavoro, e anche perché non ero entrato nei pompieri, ma mi piaceva troppo quella sensazione di quando succede qualche casino, ti chiamano, e tu arrivi di corsa a sirene spiegate e pregando che non sia proprio quella la volta buona che ti fai male.

Per cui, insomma, potremmo suddividere il mio percorso pseudopatologico in una serie di tappe fondamentali:

1) Laurea in ingegneria con relative esperienze professionali generalmente deludenti.

2) Servizio militare nei vigili del fuoco, dove scopro che un lavoro un pochettino più movimentato dell'ingegnere seduto davanti al PC - tutto sommato - mi piace.

3) Ingresso in Croce Rossa dopo la fine del militare.

E fin qua, e in tutto questo, sottolineerei come non fossi contento per niente. Non stavo bene, non ero sereno, stavo sempre incazzato, ero scontroso e - diciamolo - con quel caratteraccio, iniziavo pure a stare sui coglioni un po' a tutti.

A 27 anni non avevo fatto altro che farmi un mazzo così appresso a cose che non mi avevano realizzato minimamente per niente, e stavo - lentamente - iniziando a capire che avevo assolutamente toppato tutto e su tutta la linea.

A parte, dicevamo, la Croce Rossa.

Entrato - credo - nel 2003, tanto per e tanto per fare qualcosa, alla fine ho iniziato a ri-trovarmi. Facevo un turno in ambulanza, e tornavo a casa contento. Tenevo una lezione a un corso, e mi piaceva. Seguivo un aggiornamento e - per quanto stancante - mi trovavo interessato. Per la prima volta nella mia vita, scoprivo di avere un impegno che arrivavo addirittura a trovare divertente.

E così ho iniziato a trovarmi a contatto con i dottori. Vedevo quello che facevano, e tutto quel mondo fatto di scienza/non scienza, matematica senza numeri, fiale, alambicchi, tubi, marchingegni elettrici e strumenti pseudo-magici mi affascinava.

Mi affascinava, e col tempo ho iniziato a pensare che mi sarebbe piaciuto avere il loro stesso ruolo, trovarmi al loro posto. In fin dei conti, avrei potuto studiare anche io per fare le loro stesse cose: perché non lo avevo fatto? Ero un ingegnere che si ritrovava ad appassionarsi per la medicina, ma che non aveva le qualifiche e le conoscenze e i titoli per andare oltre il proprio ruolo.

Ma adesso spezziamo una lancia a nostro favore: gli ingegneri, una cosa - almeno una - la sanno fare meglio di tutti. Perché l'idea dell'ingegnere, tutto sommato, è solo quello: trovare delle soluzioni.

Volevo più qualifiche di tipo sanitario, e la soluzione - ai miei occhi - era la più semplice del mondo: acquisire altre qualifiche di tipo sanitario. Che pare una stronzata, ma prima di realizzare che l'unica soluzione era rimettersi a studiare, mi ci sono voluti degli anni.

È iniziato così un percorso in cui cercavo ovunque idee per master, corsi, certificazioni, abilitazioni e chi più ne ha più ne metta. L'idea era di imparare a fare qualcosa da applicare in campo sanitario, e allora c'era il master in Ingegneria Clinica di qui, la scuola di Ingegneria Biomedica dall'altra parte, l'idea di studiare elettronica da solo... insomma, un po' di tutto. Dubbi, incertezze, perplessità, intanto che il tempo passava.

C'è voluto l'unico parente medico della famiglia per puntualizzare e chiarire - finalmente - la questione: io ero andato lì a mostrargli i volantini di non so che corso noioso e inutile sulla gestione dei macchinari ospedalieri. E lui: "se vuoi fare il dottore", mi ha detto, "l'unico sistema al mondo, è quello di laurearti in medicina".

Né più, né meno. Dal problema, alla soluzione. Da una vita da persona disillusa, scontenta e sconfitta, al sogno - perché un sogno era, visto il terrore che avevo di fare questa scelta - al sogno dicevo di un nuovo percorso, gratificante e pieno di soddisfazioni.

Sono andato a parlare con un primario dell'università, e lui mi ha detto: "se lo vuoi fare, fallo. Ma pensa che i 6 anni saranno 6 anni completi, perché con la laurea in ingegneria non ti riconoscerano praticamente nulla".

Sono andato a parlare con un professore di Ingegneria Biomedica, e lui mi ha detto: "sei già ingegnere: ti iscrivi alla specialistica, per i crediti che ti mancano vieni da me e ti dico cosa studiare. Ci metterai un 3 anni in totale, ma scoprirari che ingegneria - adesso - è più facile di quando l'hai fatta tu".

Dopo tutti questi incontri e queste discussioni, ho passato intere nottate insonni a pensare a 6 anni di studio completamente da zero, contro solo 3. Un'intera - interminabile - laurea da medico, oppure solo mezza laurea da ingegnere, con tanto di professori/colleghi dalla mia parte.

Notti insonni al termine delle quali - grazie a Dio - ho realizzato quale immensa stronzata stavo facendo soltanto a voler pensare di potermi iscrivere a ingegneria di nuovo... e alla fine, insomma, ho deciso: avrei provato a diventare un dottore.

In questo presupposto, ero a dir poco oberato da una quantità incalcolabile di paure, dubbi, incertezze. C'erano 10000 incognite da affrontare, a partire dal riuscire in qualche modo a dirlo ai miei senza fargli venire un infarto, dal riuscire a entrare e dal trovare la forza di rimettersi sui libri.

E a quel punto ho affrontato la cosa - di nuovo - con un approccio ingegneristico, scindendo il problema in tanti piccoli sotto-problemi più semplici: prima di tutto avrei provato il test di ammissione. Poi avrei provato a seguire i primi corsi. Poi avrei tentato o primi esami. Poi avrei cercato di prendere in mano un ago senza svenire... e così via, un pezzo alla volta, per 6 anni, e possibilmente fino alla fine.

Di quei giorni, ricordo quel senso di anticipazione. Quel "chissà come andranno le cose". Quel brividino sopra lo stomaco e dietro la schiena che ti ricorda che domani non sai bene cosa ti aspetta, ma che sei comunque curioso e con la testa piena di possibilità, e non vedi l'ora che quel domani - finalmente - arrivi.

C'era tanta incertezza, quando sono andato sul sito dell'università a iscrivermi al test. Ma in quella incertezza ero già più sereno, e nel dubbio più tranquillo. E da quel punto in poi - piano piano e senza quasi rendermene conto conto - ho rimesso in moto la mia vita. E dopo di quello, è stato tutto già un po' in discesa.

Simone

22/05/14

Il mio (secondo) ultimo giorno di lezione.

Uno sparuto gruppo di neolaureandi specialisti dottori.
L'ultimo giorno di lezione di Ingegneria non me lo ricordo proprio. Vuoto assoluto, mi dispiace.

Ricordo invece il primo, di giorno, a Ingegneria: sono andato lì la mattina, ho scoperto che le lezioni erano state spostate al pomeriggio, e ho conosciuto alcuni compagni di corso uno dei quali - incredibile - a tutt'oggi di tanto in tanto (diciamo di sei mesi in sei mesi) sento ancora.

Nel pomeriggio dello stesso - primo - giorno di università ho scoperto l'affollamento assurdo delle aule. Ho organizzato con qualcuno la tristissima trafila di fare i turni per occupare i posti la mattina presto, e credo di aver seguito la prima lezione di Analisi Matematica I.

Del primo giorno di lezioni di questa seconda laurea in Medicina ho parlato invece a suo tempo anche sul blog. Ma non è che abbia detto poi molto, e non vale credo nemmeno la pena di star qui a mettere il link.

Ricordo comunque con una certa vaghezza le primissime lezioni. Il primo disperato tentativo di conoscere altre persone più grandi con cui sentirmi meno "fuori" dai normali canoni universitari. L'ansia per non dire l'angoscia del rendermi conto della terribile montagna di esami, prove, test, firme, burocratame e rotture di ogni genere che mi aspettava da lì per i prossimi sei anni.

E poi, chissà come, arriviamo a ieri. All'ultima lezione del corso di laurea in Medicina e Chirurgia.

Il corso è Medicina d'Urgenza. E forse potremmo vederci una sorta di indicazione fatidica tra la fine di un percorso e il nuovo inizio che mi aspetta, o forse - anzi, sul serio - è solo che di lezione è semplicemente capitata quella, e amen.

Tra l'altro, aprendo una parentesi che si ricondurrà comunque - spero - al fatto in questione della fine dei corsi, il giorno prima era stato il mio compleanno: ho finalmente compiuto i 39 anni fatidici che - facendomi degli ottimistici conti - calcolavo che avrei avuto in prossimità del termine della seconda laurea... e così è stato.

Per i miei 39 anni ho portato le pastarelle in Pronto Soccorso, e poi le pastarelle in aula e pure una bottiglia. E ho stappato, mi hanno fatto gli auguri, ed è stato un po' come togliersi finalmente una sorta di spina dalla zampa.

Voglio dire: la paura maggiore, il maggior inconveniente, e la principale cosa che mi tratteneva dall'iniziare un percorso così lungo - come del resto sono certo trattiene un po' tutti dal fare una scelta analoga alla mia - era il fattore tempo. Iniziare a 33 anni per diventare - forse - medico a 39.

Scrivevo 6 anni fa che mettere giù un progetto che avrei potuto dire finalmente concluso soltanto a quarant'anni era una cosa che mi faceva un po' girare la testa. Ma alla fine così ho detto, così ho deciso, e così comunque - ed evidentemente - è andata a finire.

Ho stappato quella bottiglia in aula. E il tappo che volava per aria e ricadeva giù dietro agli sparuti compagni di corso che ancora venivano a lezione, è stato un po' come il dente attaccato alla maniglia della porta che si vedeva nei cartoni animati quando un qualche personaggio decideva di non cedere alla lobby dei dentisti odontoiatrici, e di risolversi il problema da sé.

Era quello che volevo. L'ho fatto. Ha fatto un pochino male e adesso magari senza antibiotici morirò... ma comunque, è andata.

Il giorno seguente, l'ultima lezione del sesto anno di corso, è stato un po' diverso.

Abbiamo portato un po' tutti qualcosa. Altre bottiglie stappate, altri pasticcini, patatine, caramelle e una valanga di foto da condividere via Whatsapp e su Facebook.

Tutti sicuramente a ripensare all'inizio dell'università, e a come non vedevi l'ora che fosse già finita. Mentre ora che sei alla fine ti dici col magone che è già passato tutto e che - per qualche meccanismo assurdo della psicologia umana - tutto questo, in fondo, ti mancherà.

Mi sono sempre mancati infatti i giorni di Ingegneria, fuori dalla biblioteca, a fumare e a dire cazzate con gli amici. Le nottate fino all'alba a ubriacarsi. La sensazione di studiare per costruirsi un futuro fantastico che sarà chissà quale figata.

Mi mancheranno i giorni di Medicina. I tirocini che ti aspettavi sempre chissà cosa avresti visto, anche se magari alla fine niente. Le feste nelle case degli studenti. Gli esami tutti insieme per il corridoio nell'attesa di essere interrogati con l'ansia che ti si porta via. Il continuo pensiero di avere quasi 40 anni, ma sentirmene allo stesso tempo 20 di meno.

Insomma, questa seconda laurea nemmeno è finita che già c'ho la nostalgia. E pensare che all'inizio ero così talmente indeciso che addirittura per anni ho desistito, e quasi quasi a medicina non mi ci iscrivevo neppure.

Domani ho il primo esame della sessione, e speriamo che vada bene. Poi chiusa totale in casa a studiare per cercare di fare subito le materie che mi mancano per questa benedetta laurea. Poi discutere la tesi. Poi il tirocinio. Poi l'esame di stato e poi e poi e poi...

E poi c'è un po' di confusione, e quello che ci aspetta a noi nuovi medici futuri neolaureati non l'ha ancora capito bene davvero nessuno.

Ma intanto almeno questa cosa l'abbiamo fatta. E poi, per domani, si vedrà.

Simone

Foto di qualche giorno prima... che a lezione eravamo in 20 :)

29/04/14

Un po' preoccupato.

E vabbe': non COSI' preoccupato!
È già da un po' che vado in giro dicendo che ho quasi finito gli esami.

Che la tesi è praticamente finita (a questo ho dedicato un post proprio 2-3 giorni fa), che sto in dirittura di arrivo, che manca poco... e che insomma questa specie di sogno o miraggio o delirio psicotico (a seconda di come lo volete vedere) della seconda laurea in medicina, sta incredibilmente per avverarsi.

E a questo punto credo - o immagino - che tutti pensino che io mi senta strafelice.

Realizzato, contento, euforico... quante ne volete dire? Avevo un obiettivo lungo, importante e difficile, e sono quasi arrivato a raggiungerlo: come altro dovrei sentirmi?

Be', il titolo la dice tutta, no?

Sono - un po' - preoccupato.

Preoccupato perché sì, ok, tutti i discorsi che abbiamo fatto sulle possibilità post laurea anche senza una specializzazione. Corsi, master, reparti da frequentare e tutta una serie di alternative. Ma se poi, nella pratica gira tutto storto?

Non è che pensi davvero di non trovare lavoro come medico. Anzi: come dirò tra un attimo, trovare lavoro sarà anche fin troppo facile. Ma il pensiero comunque di non trovare qualcosa che mi gratifichi appieno c'è sempre in un angolino del cervello, e - insomma - non è piacevolissimo.

Sono anche preoccupato perché ho passato tanto tempo in reparto. Ho studiato, mi sono appassionato di molte cose, e ce l'ho davvero messa tutta per imparare a essere un dottore per lo meno decente.

Però - in tutta sincerità - non mi sento davvero così pronto a mettermi lì e a fare le cose completamente da solo. Non mi sento così autonomo e preparato all'idea di dare una terapia, nell'eventualità dover seguire un paziente con tante patologie, o al pensiero di affrontare un'urgenza medica senza la supervisione di qualcuno più esperto.

Ci vorrebbe un lavoro o un'occupazione post-laurea che mi consentisse di fare pratica ed esperienza senza avere direttamente io tutte le responsabilità. Magari come assistente di qualcuno, o in un gruppo già affiatato, o non so che altro.

Invece la sensazione è che una volta laureato o entri in specialità (della quale penso abbiamo parlato anche troppo) oppure rischi di finire a lavorare in dei posti dove ti sparano praticamente da solo in mezzo alla guerra, e se sai fare le cose bene o se no: arrangiati.

Davvero penso che sarà facile trovare un lavoro qualsiasi. Molto meno facile trovare un lavoro che invece sia proprio quello che potremmo definire "giusto".

E sono un po' preoccupato anche perché - alla fine - tutta questa trafila di studiare per prendere una laurea, andare al tirocinio, fare gli esami e tutto il resto è anche una cosa che mi ha riempito la vita più di quanto potessi immaginare.

Certamente sarà faticoso e a molti potrà non piacere avere tanti impegni da seguire: le giornate buttate dietro alle lezioni, l'ospedale giorno e notte, e non avere mai un buco di tempo libero in cui rilassarsi con calma, senza il pensiero che - invece di stare lì a poltrire - forse faresti meglio a studiare.

Però poi penso che magari dopo la laurea non troverò subito da fare chissà cosa. Non ci sarà motivo di chiudersi sui libri per giornate intere, non avrò pomeriggi prenotati dalle lezioni o mattine in cui alzarmi di corsa perché sono già in ritardo per il tirocinio.

Ma io senza un obiettivo, senza un impegno e senza qualcosa a lungo termine di cui occuparmi non ci so stare. E se poi, dopo la laurea - semplicemente - mi annoio?

E insomma: qualcuno potrebbe dire che, ora che l'obiettivo si sta avvicinando, me la sto facendo sotto. E forse è davvero un po' così.

Che poi non è che non sia contento, anzi! Questa seconda laurea in medicina mi ha cambiato la vita a un punto tale che mi sentivo già realizzato uno o due anni fa. Voglio dire: c'è stato un periodo in cui non avevo neanche lontanamente finito, ma nel quale ho capito di aver fatto la scelta giusta. E in quel momento - probabilmente - avevo già raggiunto un qualche traguardo intangibile che stava nascosto tra l'iscrizione e la laurea.

Nel rileggere il blog, riesco anche quasi a identificarlo, questo periodo. Probabilmente un po' prima e un po' dopo di quando ho scritto questo post. O forse è arrivato più tardi, o ancora forse era così già da un po' di tempo, ma è più o meno in quell'epoca che me ne sono accorto.

Vabbe', forse ho fatto un po' troppi giri di parole un po' campati in aria. In ogni caso la laurea vera e propria, il voto che prenderò e la pergamena che mi daranno, sono solo formalità burocratiche che devo portare a termine. Ma quello che cercavo nell'iscrivermi a medicina, per tanti versi, credo di averlo trovato già da un bel pezzo.

Certo è che sarò contentissimo il giorno della discussione della tesi. E se ce la faccio davvero per Luglio, vuol dire che questa estate la passerò in una sorta di beatitudine mentale tra mare, viaggi, vacanze, feste e baccanali e che chi più ne ha più ne metta.

Però - insomma - un po' di preoccupazione per davvero c'è, e un po' di pensieri continuo a farmeli. E credo anche che questa riflessione fosse necessaria.

Simone

14/04/14

Sesto anno, secondo semestre: un dottore - quasi - preparato.

Leggere l'epitaffio, grazie.
Aggiornamento sulle ultime novità universitarie, che ogni tanto ci vuole:

Esami: gli esami iniziano a maggio/giugno. Devo dare come dicevo medicina legale, medicina e chirurgia 3 ed emergenze.

Sarei il solito lamentoso piagnone e ripetitivo a dirvi - per l'ennesima volta - che queste materie non mi piacciono, che sono noiose e che il sesto anno di medicina è una perdita di tempo. Per cui non dico nulla, anche se poi invece l'ho detto lo stesso... vabbe'.

La cosa che forse non immaginavate (ma probabilmente sbaglio) è che se do subito tutti e 3 gli esami tra primo e - massimo - secondo appello, allora vuol dire che mi laureo a luglio, e ho sconfitto - per la seconda volta - l'università.

Se invece c'è anche un minimo intoppo... be': se ne riparla settembre. E l'università ha sconfitto me. Vedremo.

Tesi: la tesi - l'ecografia polmonare d'urgenza - è a ottimo punto. Così ottimo che l'ho già fatta vedere al primario, che lui me l'ha già distrutta e che ho già fatto le varie riscritture e correzioni da fargli rivedere.

Se riesco a finire tutto entro o poco dopo la fine di Aprile, poi posso davvero metterla da parte e concentrarmi sugli ultimi esami. Speriamo bene.

Tirocini obbligatori: i tirocini "allegati" ai vari esami dell'ultimo semestre sono - invero - un tantinello deludenti.

Per il sesto anno di medicina io mi immaginavo giornate intere in reparto a operare pazienti e curare ammalati, mentre nella realtà il tirocinio finale totale ultimo e definitivo prima di diventare medico consiste in lezioni in aula, casi clinici in aula, ripasso in aula e un paio di mattine - solo due su 20 giornate di tirocinio o quante sono - in un reparto di chirurgia... dove ci hanno chiesto di intervistare un paziente e scriverne l'anamnesi.

Mi avevano già detto più persone e più volte che alla fine sarebbe andata così, e di non avere troppe aspettative. Però devo ammettere di essere comunque un po' deluso: come dicevo già anni fa, all'università ti danno almeno il doppio della preparazione teorica richiesta, ma poi quella del medico è una professione praticamente autodidatta: quello che sai fare te l'impari da te, mentre l'università è una grande e continua fatica per realizzare poi non si sa bene cosa.

Ripenso alla prima laurea in ingegneria, e provo a ricordarmi come fossero le cose lì, a suo tempo: in linea di principio non è che nessuno ti seguisse o ti insegnasse a lavorare davvero neanche come ingegnere, e per tutti i lavori che ho fatto in seguito ho dovuto comprarmi i libri e studiarmi le cose da me.

Ricordo esami assurdi dove usavo software complicatissimi per calcolare le oscillazioni di una torre di controllo, o giornate intere a disegnare autostrade o altre cose lontane anni luce dalla realtà che mi aspettava nel mondo reale.

Il lavoro dell'ingegnere è fatto delle cose che - incidentalmente - a volte capitavano a margine degli impegni folli imposti dai nostri professori, ecco: le cose inutili che ti obbligavano a fare per laurearti in ingegneria erano più facilmente "riciclabili" in un lavoro vero. Era un inutile che - magari non volendo - ti portava ad acquisire anche competenze dotate di una utilità reale.

A medicina invece ti dicono "non vi portiamo in reparto, perché siete troppi", e la cosa finisce lì. E forse questo discorso andrebbe approfondito in altri post... ma per ora forse è meglio cercare di guardare solo gli aspetti positivi, e lasciar perdere.

Internato per la tesi: passando insomma alle cose positive, la tesi come già detto va bene e l'internato in pronto soccorso prosegue - o sarebbe da dire "si va concludendo" - alla grande.

Contrariamente ai tirocini di cui borbottavo qui sopra, la frequenza in reparto mi ha dato una preparazione che io reputo "non sufficiente, ma quasi" a poter fare qualcosa anche da solo dopo la laurea.

Potremmo poi anche ammettere che l'internato per la tesi sia una parte inscindibile del corso di laurea, e che - in definitiva - il giudizio complessivo sull'aspetto pratico della formazione medica potrebbe anche rivelarsi a sorpresa positivo.

Il fatto però che tutto questo lavoro sia stato principalmente volontario, non obbligatorio e per certi versi controproducente per la mia (eventuale) carriera da dottore - visto che avrei speso più fruttuosamente lo stesso tempo a studiare per avere voti più alti e maggiori possibilità di entrare in specializzazione - conferma in sintesi quello che dicevo prima: si può uscire da medicina essendo dei dottori - quasi - preparati. Assolutamente sì. Ma è un lavoro che bisogna portare avanti per conto proprio.

E vabbe'. Per la prossima volta basta lagne e discorsi sull'università, che ci siamo rotti: direi che sarebbe il caso di provare a raccontarvi un altro tirocinio divertente (nel senso che ho fatto ridere tutti e ancora mi prendono per il cu...ore) che ho fatto l'altro giorno.

Poi - non so - di che altro volete parlare? Sentitevi liberi di proporre qualcosa... che - ora come ora - le idee un pochettino scarseggiano :)

Simone

07/03/14

L'ultimo semestre di medicina.

A. Schweitzer: è un botto che non aggiorna il blog.
Medicina è un corso di studi che dura - almeno - 6 anni. E questo mi sa che già lo sapevate.

Sono 6 anni divisi in 13 semestri, che al quarto anno riescono magicamente a tirare fuori un semestre in più. E ieri - per spiegare il motivo di questa introduzione - è iniziato il primo giorno dell'ultimo semestre dell'ultimo anno.

E ora sarebbe bello (?) dire che mi sembra di aver iniziato appena ieri, e che il tempo è volato. E un po' è anche così: 6 anni sembravano un percorso interminabile, ma per qualche motivo sono già qui verso la fine, e pare per certi versi irreale che il tempo sia passato così in fretta.

Però invece ci sono tanti periodi di questi sei anni che ricordo pesanti, lunghi, noiosi, faticosi... o ancora appunto non me li ricordo per niente. Diciamo che la cosa è andata a periodi. Alti e bassi, lenti e veloci. Un mix di tante cose, a volte difficili e da dimenticare (appunto) altre volte belle e cariche anche di emozioni.

Riguardo al primo giorno di università, ho scritto qualcosa a suo tempo sul blog che avevo all'epoca (ma sto trasferendo tutto anche qui, sotto il tag "I ANNO"), ma a rileggerlo viene fuori solo la confusione del momento e le grosse incertezze con cui ho iniziato: sarei arrivato alla fine? Avrei dato esami così diversi da quelli ai quali ero abituato, dopo così tanto tempo?

Insomma, tanti dubbi e domande che dovevo tenermi per me, in attesa di scoprirne la risposta.

E oggi, 6 anni dopo (ma a fare il pignolo sono 5 e mezzo) mi avvio verso l'ultimo spezzone di questo film infinito con forse altrettanti dubbi e incertezze su quello che mi aspetta dopo, una volta messi nel sacco pure gli ultimi 3 esami e raffazzonato qualche altro capitolo per la tesi.

Ricevo di continuo lettere che mi chiedono consigli, chiarimenti, spiegazioni. Persone che hanno tanti dubbi come quelli che all'inizio avevo io. E io ci provo a rispondere sempre e a dire qualcosa di per lo meno sensato... ma la verità è che non so niente di come andranno a finire le cose per me stesso medesimo, per cui pretendere di dare delle certezze a qualcun altro sarebbe francamente un po' fuori da ogni ragionevole aspettativa.

Quello che so di sicuro, è che era una cosa - questa seconda laurea, dico - era una cosa che volevo fortemente fare. C'era 'sto grillo per la testa che suonava e rompeva le palle da anni, e alla fine l'unico modo per azzittirlo davvero è stato dargli retta.

Io mi sono iscritto a medicina a 33 anni per diventare la persona che volevo diventare. Non è per i soldi o per il lavoro, o per salvare la gente o per che cazzo ne so curare i deboli e sacrificarsi per i bambini o per passare le giornate ad affettare cadaveri... insomma tutti i motivi di appeal che potrebbe avere questa professione, su di me sicuramente fanno anche un po' presa (a parte la cosa di affettare i cadaveri) ma non era quello l'obiettivo.

Quando scrivevo romanzi, una vita fa, leggevo Conan Doyle e pensavo "cazzo io sono solo scrittore (per modo di dire) e lui invece era anche medico". Vedevo mio zio dottore e mi dicevo che era l'unico della famiglia a fare un lavoro che poteva appassionarmi. Andavo sull'ambulanza e pensavo che avrei voluto fare di più ma non avevo fatto il percorso di studi giusto. Volevo un lavoro utile e significativo: un impiego che inizi la mattina, finisci la sera e - nel mezzo - hai combinato qualcosa di concreto.

Ricordo che non so se prima o dopo l'inizio ho cercato "medicina a 30 anni" su google, e invece di questo blog (che ancora non c'era, e spero che sia superfluo averlo spiegato) ho trovato Albert Schweitzer, e dopo aver letto anche la sua autobiografia mi sono detto che il dott. Schweitzer doveva essere un musone sempre incazzato e che con me non c'entrava proprio niente... ma per troppi altri versi era comunque quello il tipo di persona che volevo diventare.

Insomma: bo'?! In questi sei anni mi sono reso conto di non aver mai spiegato chiaramente perché ho lasciato la professione da ingegnere per passare a questo. Credo che - più volte - qualche lettore me l'abbia chiesto, e sempre più volte ho provato a rispondere, ma mai in maniera troppo esaustiva.

Ora ho scritto questa cosa, e mi rendo conto che non ho pienamente risposto - di nuovo - a una domanda che tra l'altro questa volta non mi era stata neanche posta, ma penso di essermici avvicinato un po' più del solito.

«Perché hai scelto medicina come seconda laurea, dopo ingegneria?»

«Perché mi ero rotto di fare l'ingegnere, e pensavo che fare il medico potesse piacermi di più».

Quest'ultima, per tagliare la testa al toro - e se la preferite - era la versione semplificata. Che forse suona anche meglio dell'altra...

Se non altro, richiede discussioni molto, molto meno logorroiche :)

Simone

31/01/14

Una settimana pesante.

E lui non ha manco il raffreddore!
Domenica mi è venuto un raffreddore mostruoso, altrimenti detto influenza, che credo mi sia stato donato dai miei piccoli e teneri pazienti del pronto soccorso pediatrico.

Lunedì sveglia presto, con l'influenza e tutto, per andare a verbalizzare l'esame di Management che avevo dato precedentemente.

Il professore di Management se ne esce e mi fa la domanda per la lode: io la domanda sinceramente nemmeno la volevo. Ero lì per verbalizzare e basta, e l'ultima volta che ho toccato questa materia era nel 2013.

In sintesi insomma non prendo la lode, e faccio pure una figura di merda col medico di famiglia con cui ho fatto il tirocinio e che gli aveva appena detto che "ero stato bravissimo".

Passo la notte con tachipirina e naso chiuso. Martedì di nuovo sveglia presto per andare a verbalizzare Pediatria, pure questo già fatto a Dicembre.

Qui per fortuna niente da segnalare, a parte che secondo me uno con l'influenza la mattina dovrebbe stare a letto.

Pomeriggio e giorno seguente inchiodato sulla scrivania per ripetere Ginecologia, accompagnato da fazzoletti, naso che cola e cerchio alla testa.

Giovedì, esame di ginecologia ancora col raffreddore, tachipirina e devastante malessere generalizzato che mi aiuta a tirarmi fuori dal letto col sorriso sulle labbra.

Mi interrogano due professori. Uno mi fa un'esame di anatomia, che tra l'altro sapendo che la chiedevano mi ero studiato anche bene ma insomma: l'anatomia agli esami coi chirurghi è sempre un motivo di panico, e qualcosa che non va bene esce fuori sempre.

Un altro mi chiede una cosa sulla quale non avevamo lezioni, e che io avrei giurato che non fosse in programma. Gli avevo anche dato una guardata giusto per scrupolo... e alla fine rispondo pure ma insomma: così così, e mi abbassa il voto.

Viene fuori che ho passato l'esame con un risultato tutto sommato decente. Un po' mi rode che per come avevo studiato potevo prendere qualcosa di più. La settimana dopo c'è un altro appello, e a rivedere certe cose ci metterei poco... ma non ho mai rifiutato un voto in vita mia, e non sono così coglione da farlo adesso.

Il pomeriggio vado anche in reparto, che il raffreddore sembra andare meglio. C'è metà del pronto soccorso con l'influenza e virus respiratori di tutti i tipi, ma comunque i pazienti più gravi li visito con la mascherina da appestato, che mi sembra corretto.

Faccio un po' di ecografie. Un po' di visite. Un po' di ECG. A un certo punto arriva un amico interno a psichiatria, e scopro che è bello incrociarti nel lavoro con persone che conosci, e scambiare magari due chiacchiere.

Parliamo di come vanno le cose, dei pazienti che abbiamo visto, degli ultimi esami... e mi sembra di stare anni luce lontano da sbobinature, libri, e programmi vari.

La settimana prossima, faccio Medicina e Chirurgia 2.

Mi mancano 4 esami alla laurea.

Simone

02/01/14

2014: tra fantascienza e vita da studente.

Astronavi e alieni non erano fanta-abbastanza.
2014. Duemilaquattordici Due mila e quattordici.

Non sembra un numero vero, è troppo grosso. Sembra una di quelle date dei film di fantascienza.

2014: l'anno che arrivano gli alieni. 2014: fuga dal futuro... insomma, ci stanno un sacco di film con titoli del genere o anche con date più piccole, se è per questo... tipo appunto il 2010 dell'immagine qua a sinistra.

Già nel 2010 - per cui figuratevi quattro anni dopo - la gente doveva viaggiare nello spazio, o andare nel futuro, o avere innesti nel cervello e tutte le cose più implausibili che vi vengono in mente. Magari dentro astronavi di plastica con lucine lampeggianti e senza i più banali ritrovati della tecnologia reale come internet, cuffie per ascoltare la musica o videogiochi.

Ma insomma, niente di tutto questo: il 2014 - come il 2013 e gli anni precedenti - lo passerò all'università. Senza dispositivi spaziali volanti. Senza alieni, senza viaggi nel tempo e tutto quanto, ma nella solita - banale - quotidianità da studente.

Eppure, un qualcosa di fantascientifico questo 2014 ce l'ha sul serio: perché il 2014 è l'anno in cui - dovrei - laurearmi.

A parte il fatto che - ora che ho scritto questo post - me la sono sicuramente tirata da solo e di lauree mi toglieranno pure la prima, resta questa sensazione di un anno carico di attese e possibilità importanti.

Sensazione presto smorzata dal fatto che dopo la laurea mi toccherà fare l'esame di stato, e che quello - ahimè - ci sarà nella migliore delle ipotesi a Febbraio 2015.

Insomma, che fregatura: gli alieni avranno cercato un pianeta dove la laurea in medicina dura di meno (beati loro). Non ho una Smart volante con cui parcheggiare comodamente in mezzo agli asteroidi, e pure se mi laureo in tempissimo non finirò in ogni caso di studiare.

Ma, insomma: la laurea potrebbe comunque arrivare, e direi che l'abilitazione è un problema talmente secondario di cui potremmo anche fare finta di fregarcene.

E adesso visto che non ho niente di meglio da dire, un mini-elenco dei traguardi medico-universitari conseguiti nel 2013. Che lo so che non gliene frega niente a nessuno, però il post era corto:

- Nel 2013 ho fatto DODICI ESAMI.

Il vecchio record di Ingegneria era 8, per cui lo abbiamo effettivamente stracciato. 12 esami sono talmente tanti che mi dimostrano allo stesso tempo di essere un super secchione senza speranza, e che gli esami di Medicina - evidentemente - sono troppo facili.

- Nel 2013 ho imparato a fare prelievi in maniera un po' così... alla "speriamo che ci riesco".

Ho fatto un bel po' di ecografie e in genere ci capisco qualcosa, ma non proprio tutto. Ho imparato a leggere un elettrocardiogramma, anche se qualche volta ancora sbaglio e invece - insomma - non sarebbe il caso.

So riconoscere un bel po' di cose alla TAC, ma non tutte. Faccio un esame obiettivo decente anche se alle volte mi scordo le cose, e un esame neurologico generalmente superficiale e affrettato ma sempre meglio di niente.

Ho messo una volta sola un accesso arterioso. Ho aiutato a mettere punti di sutura anche se non ho "cucito" mai io direttamente cose che non fossero manichini o stinchi di maiale.

Nel 2013 ho fatto insomma un sacco di cose da dottore "vero", e nel 2014 penso che probabilmente l'ideale sarebbe rifare tante volte queste stesse cose... ma un po' meglio.

- Nel 2013, il blog ha toccato un "top" di 25 mila pagine visitate nel mese di settembre, con punte di oltre 400 lettori al giorno.

Non mi piace tanto guardare questi numeretti (sicuramente, la maggior parte dei visitatori non è realmente interessata a quello che trova qui, ma ci arriva per caso) ma confrontandoli con quelli dei miei vecchi blog posso dire che - come scrittore - sono più letto adesso di quando cercavo per l'appunto di fare lo scrittore come lavoro... e questo la dice lunga su quanto non ci avessi capito una mazza :)

- Nel 2013, per concludere, ho praticamente riempito l'ultimo scaffale che avevo libero nel mio studio... e ora nel 2014 non so più dove cavolo mettere i libri universitari.

Ma vale la pena comprare una libreria nuova per un solo, ultimo anno? La prima, vera sfida del 2014 - evidentemente - sarà dare una risposta a questo importante quesito... anche se già adesso penso che butterò un po' di robaccia vecchia, e amen.


Simone

27/12/13

Diventare un dottore.

I medici precari sono pagati in compresse di Tachipirina.
Durante l'ultima lezione del semestre, tra studenti e professori è nata una discussione lunghissima sul post laurea, concorso per la specializzazione, e (tristi) possibilità lavorative per i pochi che ancora non hanno deciso di espatriare.

Al cenone di Natale (e nei giorni successivi) più di un parente mi ha fatto il solito terzo grado su: "cosa fai dopo"? "In che ti specializzi"? "Come pensi di trovare lavoro "solo" con la laurea in Ingegneria e Medicina?"

Incontro degli amici, e di nuovo: "ma col master cosa ci fai? Perché dovrei farmi fare l'ecografia da te? Ma l'elettrocardiogramma non devi essere SPECIALIZZATO IN CARDIOLOGIA, per poterlo fare?"

Pure su Facebook, la gente mi chiede l'amicizia per farmi le stesse domande: "ma poi dopo la laurea che farai?" e lo stesso via mail. E su Twitter. E nei commenti al blog.

Ci manca giusto Instagram, ma lì forse è colpa mia che non lo so tanto usare e magari qualcuno mi chiede qualcosa ma me la perdo.

E insomma, è un po' di tempo che sembra quasi che non si parli di altro e che il discorso sia diventato un po' monotematico. Sarà il fatto dei tagli alla sanità, sarà la crisi e - soprattutto - sarà il periodo storico un po' negativo per i medici in generale.

Davvero, chi si è laureato in questi ultimi mesi rischia di ritrovarsi nell'infornata di medici più sfigata della storia: a partire dai seguaci di Esculapio alle più moderne terapie genetiche, non c'è mai stata una situazione così nera e negativa per un dottore italiano appena laureato.

In pratica ti laurei in una facoltà che già di per sé non ti dà degli strumenti per lavorare con un minimo di indipendenza. Non c'è posto per specializzarsi, non c'è posto per farsi assumere, non si può nemmeno fare il medico di base o i certificati più banali. Alla fine quello che puoi ambire nella più fortunata delle ipotesi è un posto da libero professionista precario, sottopagato, senza malattia o tredicesime o cazzi vari e schiacciato da burocrazia, tasse, assicurazioni e obblighi di ogni tipo.

Aggiungiamo pure gli assurdi fatti di cronaca recenti (che non voglio citare, ma saprete di cosa parlo) e che come sbagli a mettere un dito messo male rischi pure di beccarti denunce e procedimenti giudiziari vari... e allora stiamo veramente alla frutta.

E insomma: dopo l'entusiasmo di queste feste vogliamo passare al pessimismo totale e illimitato? No. Almeno - io - no. Assolutamente.

Io quando ho scelto di mollare quello che facevo per diventare un dottore, non sapevo realmente dove sarei arrivato. La cosa poteva durare un mese, un anno e poi spegnersi lì, oppure potevo andare avanti e finire dove sono adesso, che ormai manca poco.

Io sapevo che iscrivendomi a medicina non potevo aspettarmi chissà che risultati, e che vincendo il test di ammissione non avrei "svoltato" come si crede una bella fetta di quei 50 mila candidati che - chissà per quale motivo - ci provano ogni anno.

Decidendo di diventare un medico il lavoro "da paura", quello da ingegnere che firmi 4 carte del cazzo e stampi la fattura e intaschi i soldi - che già avevo - lo stavo buttando nel cesso e addio. Ciao ciao. Il fatto è che io sono un coglione, e a me quel lavoro faceva schifo e mi aveva reso infelice e depresso.

Fatto sta che nessuno aspetta un neolaureato di 40 anni per assumerlo o farlo primario o metterlo a capo di qualche sala operatoria o dipartimento importante. Ma io non è che non ci arrivavo da me fin dal principio, eh? La laurea in Ingegneria insomma a capire un minimo dei rapporti di causa ed effetto tutto sommato è servita :)

Se mi sono iscritto a medicina l'ho fatto per diventare la persona che volevo essere. E a 30-40 anni ma anche un pochino a 18 o a 20 - perché non sarebbe giusto dire altrimenti - se decidi di diventare chi vuoi tu devi farlo barattandolo con un casino di tempo buttato sui libri. Con la possibilità di sistemarti subito. Con una professione migliore. Con possibilità di carriera. Con una serenità familiare e con tante altre cose delle quali niente di quello che potresti ottenere o vincere "dopo la laurea" ti potrà mai ripagare materialmente.

L'unica cosa che dà un senso a certe scelte e a certi percorsi, è portarli a termine. È spegnere quella vocina del cazzo che da anni ti dice "provaci, provaci" e guardarti indietro alla fine di tutto e dirti: "ecco, ce l'ho fatta. Non mi pare vero".

Se andiamo a valutare lo stipendio, io non guadagnerò mai abbastanza rispetto a quello che ho speso in questa laurea, mi pare evidente. Ma, insomma, già lo sapevo e l'avevo già messo in conto.

E insomma: a Natale sono stato - tra il pranzo e la cena - in pronto soccorso. Unico studente dell'intero comprensorio ospedaliero e universitario, ho fatto un po' di ecografie, ho visto qualche medicazione, ho letto una TAC e mangiato cioccolata e panettone con gli amici infermieri e medici del reparto.

Il 26 Dicembre sono andato al pronto soccorso pediatrico. Unico studente dell'intero comprensorio ospedaliero e universitario pure lì, ho visitato un po' di regazzini. Ho visto cosa si fa quando hanno il raffreddore e sputacchiano e scatarrano, e lì la cioccolata non c'era ma tanto poi avevo un'altra cena natalizia e dolci e pandori vari non sono mancati.

E insomma, per rispondere di nuovo a tutti parenti e amici e conoscenti che me lo chiedono: dopo la laurea farò qualche corso e master. Senza specializzazione certo è difficile trovare un impiego stabile o dei pazienti o una struttura che ti si fili, e non è facile nemmeno trovare un modo elegante per rispondere a chi ti predice sventura durante il cenone di Natale.

Ma io mi sono iscritto a medicina per diventare un dottore. Io voglio fare il medico perché mi piace andare in pronto soccorso durante le feste tra il casino, la puzza, la gente che schizza sangue e i bambini che ti sputano i virus in bocca e piangono per tutto il turno filato senza interruzioni pause o abbassamenti di volume neanche minimi: roba che a passarci la notte mi sa che esci pazzo.

Volevo diventare un dottore. Forse ce l'ho quasi fatta, e sono già contento così.

Sono - davvero - già contento così.

Simone

02/12/13

Non impossibile.

Laureato in Medicina, ing. Civile e...no! Fisica, no.
Periodo di tutt'altro che entusiasmo tra tesi, lezioni, tirocini, prossimi esami... e insomma con tutto quello che riguarda l'università in generale.

Ma di questo riparleremo magari nel prossimo immediato futuro, che c'è tempo.

Per adesso mi limito a dirvi che - come promettevo qualche aggiornamento addietro - ho parlato con chi organizza il master in medicina d'urgenza della mia facoltà.

Gli ho parlato spiegandogli abbastanza chiaramente che:

- Non mi pare verosimile riuscire a entrare in specializzazione.

- Non mi pare interessante intraprendere un altro percorso lunghissimo dopo la laurea.

- Vorrei comunque lavorare in pronto soccorso per fare esperienza come medico, e per tale motivo stavo valutando l'eventualità di considerare la possibile iscrizione al master (così un po' sul vago, per non dare l'idea di sbilanciarmi troppo).

Ora capite che se il master lo organizza lui è evidente che più di tanto non potrà s-consigliarmelo... ma è pure vero che se provo a farlo o meno non gli cambia niente uguale, visto che i posti sono sempre comunque tutti presi (per cui c'è il rischio di non entrare manco lì, tra parentesi).

Gli ho chiesto anche senza mezzi termini se è vero - come mi ha detto quello del management sanitario - che senza una specializzazione non potrò mai e in ogni caso trovarmi uno spazio in un pronto soccorso se non - eventualmente - su una barella. Così, tanto perché era ora di saperlo: via il dente e via il dolore.

La risposta è stata che: "generalmente nei grossi ospedali è così. Però, nelle realtà più piccole, fare qualcosa senza specializzazione non è impossibile".

Punto.

Ora non sono stato (e non starò) a indagare su cosa faccia di preciso un non specialista. Su quali siano queste realtà piccole (i castelli romani o l'armadietto dei medicinali di una piattaforma petrolifera in mezzo all'oceano?) e se convenga o meno andarsi a impelagare con lavori precari con posti e orari e stipendi assurdi per ottenere alla fine non si sa bene nemmeno cosa.

Non ho chiesto, non ho indagato, e semplicemente non ho ancora assolutamente chiaro che cosa debba o possa succedere di preciso con una laurea in medicina, dopo quella in ingegneria, a quasi quarant'anni.

Ma diciamo che - per ora - il fatto che il mio non sia un progetto proprio impossibile, mi basta.

L'altro giorno ho parlato con un amico su Facebook, e lui mi ha fatto capire che forse mi stavo smontando un po' troppo da solo, e che era il caso di pensare in maniera più positiva. E dopo qualche altra riflessione ho realizzato una cosa importante:

Ho realizzato che pure quando ho deciso di provare il test di ammissione per medicina, di punti di vista negativi ne ho sentiti il doppio di troppi.

Da chi prevedeva una vita da studente, a chi votava per l'abbandono alla prima sessione d'esami. Da chi mi vedeva a svenire al primo prelievo, fino a chi mi ha dato del coglione per aver deciso che la vita che facevo non mi piaceva e di aver avuto le possibilità (perché anche quelle servono) e il coraggio per provare a metterci una pezza.

Nella psicosi che m'è presa ultimamente di pensare al dopo-laurea, ho riconosciuto i miei stessi pensieri autodistruttivi di 5 anni fa: non potrò farcela, andrà male, è impossibile.

Ma invece eccomi qua, un sacco di mesi e un sacco di esami dopo: laurea o non laurea, un po' dottore sento che forse ci sono già diventato. E tutti questi milioni di esami e impicci burocratici che parevano impossibili, invece, non lo erano.

Come ho detto anche un secolo e mezzo fa, forse su queste pagine o forse da qualche altra parte, al mondo c'è una specie di macchina della sfiga che ti butta giù al minimo dubbio e non ti fa fare e combinare un cazzo.

E non perché non sei capace o per altri motivi ma perché - semplicemente - appena una cosa ti pare un minimo più impegnativa o che vada a intaccare determinati equilibri da una parte c'è chi ti gufa o ti fa sentire una merda, da una parte ci stai tu che ti fai le paranoie e te la fai sotto, e in mezzo a tutto questo rimane la tua solita triste vita e il solito triste mondo dove non cambia mai assolutamente niente.

E insomma penso che laurearmi, fare una qualsiasi cazzo di cosa tanto per dire "ho un titolo post-laurea" e diventare un buon medico e fare quello che mi piace non sarà facile, non sarà semplice e non sara forse nemmeno così veloce come speravo.

Però sarà non-impossibile, di questo sono abbastanza convinto. E ho deciso di farmelo bastare.

Simone