11/09/13

Morire due volte.

Non so nemmeno come si chiami, ma facciamo Lucia, tanto per chiamarla in qualche modo.

Lucia è una donna sulla quarantina.

La vedo che sta lì, nel letto. Intubata, circondata da cavi, tubi, schermi e macchine di ogni tipo.

Accanto a lei, c'è il tecnico neurofisiopatologo: un ragazzo che si gira un po' tutti i reparti per fare gli elettroencefalogrammi ai pazienti ricoverati.

Ci sono tante cose in ospedale che trovo complicate, difficili, o delle quali semplicemente non capisco ancora nulla. Ma capire questa qui, al contrario, è stato facilissimo: sul computer del tecnico si vedono scorrere tante linee, che vanno da destra a sinistra, una parallela all'altra.

E nel caso di Lucia, ogni tanto si vede un cosiddetto spike. Vale a dire una variazione del tracciato. Una sorta di punta, insomma, proprio nel momento esatto in cui batte il cuore.

Ma se non fosse per quello, la macchina non registrerebbe nient'altro. È il famoso elettroencefalogramma piatto, tanto caro ai serial sui medici e ai giornalisti di cronaca nera: la cosiddetta morte cerebrale.

Lucia è morta a 40 anni.

Sento gli anestesisti che discutono tra loro. Parlano di carte, firme e burocrazia per avviare la donazione degli organi. Poi non so altro. Non lo voglio nemmeno sapere, e torno nella mia zona del reparto.

La giornata passa in fretta tra tanti pazienti, professori, cose da imparare. Non mi ricordo cosa ho fatto di preciso, e comunque non ha davvero importanza.

Poco prima di andarmene, mi trovo a passare di nuovo vicino al letto di Lucia, e scopro che non è più intubata. Hanno spento la macchina, e non respira più.

Non serve più nemmeno il monitor, staccato e messo da parte, visto che anche il cuore - ormai - si è fermato.

«Non doveva fare la donazione degli organi?» domando all'anestesista che sta lì vicino, intento a sistemare delle cartelle cliniche.

Lui sposta lo sguardo verso di me, e scuote appena la testa.

«Non hanno dato il consenso» dice, tornando a seguire il suo lavoro.

E io non aggiungo nulla: ognuno fa le sue scelte, e nessun altro può andare lì a dirgli che ha fatto bene o che ha fatto male. Perché quello che succede veramente, dietro a tanta retorica e a tanti discorsi già belli che fatti, lo vive soltanto lui.

Soltanto mi è dispiaciuto, per Lucia. Coperta da un lenzuolo bianco, su quel letto di ospedale.

Mi è sembrato di vederla morire due volte.

Simone

9 commenti:

TIM ha detto...

dici benissimo che ognuno è libero di fare le sue scelte, ma dopo aver letto il tuo bellissimo post, mi rimane tanta rabbia per quel rifiuto.

Simone ha detto...

Sì, così su due piedi la sensazione è quella. Ma cosa pensi e cosa provi quando ti cade così il mondo addosso lo sa solo chi vive quella cosa, credo, e forse non è facile da capire.

Simone

Nimbus ha detto...

Difficile giudicare. È anche vero che nella nostra cultura non è comune. Quando ti iscrivi all'nhs, ti chiedono cosa vuoi donare. Qui in Italia non credo funzioni così.

Simone ha detto...

Infatti è vero, non fa parte della nostra "normalità".

Simone

Veronica ha detto...

Questo post mi ha toccata profondamente, per molte ragioni, la delicatezza con cui è scritto e l' argomento a me molto caro.
Personalmente sono favorevolissima alla donazione degli organi, è un potenziale di vita, altrui, che verrebbe sprecato senza alcuna ragione valida. Sono però ben consapevole che quando hai la certezza della morte di quella persona ti attacchi a tutto, anche all' integrità del suo corpo per cercare di placare l' angoscia, la tua angoscia, tutto ti sembra una violenza inutile su quel corpo già martoriato, ed ecco il no.

dc ha detto...

Il nostro paese non ha la cultura si aper l'espianto di organi sia per l'accompagnamento alla morte...e non ce l'avremo mai.
Poi,sinceramente,dopo aver vissuto per 6 mesi,a latere,le procedure di espianto e il reale uso (inteso come validità dell'organo) non sono poi più così convinto che siamo ben organizzati in italia per questa pratica.

Simone ha detto...

Veronica: infatti credo che sia proprio un ragionamento come questo che spinge a dire di no... ed è difficile porsi nei panni degli altri e capire davvero quanto sia drammatica la loro situazione.

Dc: vero, manca proprio una cultura del genere.

Dama Arwen ha detto...

Quoto TIM, perché sarà molto "romanzato" o forse molto reale, che dalla morte di qualcuno si possa ridar la vita ad altri: e non come modo di dire, ma mi immaginerei davvero che il cuore, fegato e non so cosa altro possa davvero fare la differenza per qualcuno.
Luica è morta non due, ma tante volte quanti sono gli organi che non ha potuto donare.

Simone ha detto...

Già. A me però dispiaceva proprio per lei. Per come quel poco che restava della sua vita si fosse spento così.