04/11/09

La morte della paura.


Laboratorio di Anatomia.

Generalmente ci fanno osservare dei vetrini al microscopio, mentre un docente commenta le immagini proiettate su dei monitor. Oggi però è diverso: uno dei professori si presenta con 2 o 3 assistenti al seguito, e inizia a passare tra i tavoli distribuendo campioni di organi interni veri e propri.

Io mi ritrovo con in mano un cuore essiccato, o plastificato o non so come hanno fatto a conservarlo. Il fatto che molti (ma non tutti) gli organi siano di maiale mi fa sperare che quello che mi ritrovo davanti al naso non sia appartenuto a un essere umano, e solo grazie a questo resisto alla tentazione di correre in bagno per dare di stomaco.

Gli assistenti si allontanano per un po', e mentre noi stiamo lì a commentare quelle che potrebbero essere valvole, atri e ventricoli (diciamo che le nostre conoscenze sono ancora piuttosto vaghe) rientrano in laboratorio portando dei contenitori trasparenti con dentro qualcosa che sembrerebbe più adatta al banco frigo del supermercato che a un'aula universitaria: sono sezioni di teste umane, estratte dalla formalina per poter essere studiate. Prive di cervello (a medicina lo chiamano encefalo) e scatola cranica, consentono di osservare in maniera chiara e distinta tutte quelle strutture anatomiche che, normalmente, si possono vedere solo all'interno di qualche tavola disegnata.

Ci dividiamo in gruppetti, e nel giro di qualche minuto un assistente viene da noi con quella roba terrificante e inizia a spiegarci cos'è e cosa stiamo vedendo. Nel far questo tocca ovviamente ossa, vasi e cartilagini.

«Qui si vede il vestibolo della bocca» commenta, tirando la mezza-lingua verso l'esterno. «Non vedete i denti perché, evidentemente, questa persona non li aveva».

La lezione continua facendo passare uno strumento (ok: temo sia un semplice pezzo di filo di ferro) all'interno di fori e cavità, mentre io guardo e non guardo con la testa che mi sembra sempre più leggera e la paura di crollare a terra senza nemmeno accorgermene.

Tra i miei compagni di corso, c'è chi dice che schifo che schifo! e si volta dall'altra parte. C'è chi ridacchia per sdrammatizzare. Chi sembra quasi che ci provi gusto (e questi un po' mi preoccupano), chi si scambia occhiate a metà tra lo sconcertato e divertito, chi dà un'occhiata veloce per poi tornare a farsi gli affari suoi, e anche chi guarda con distacco: dopo un anno e mezzo di Medicina si sente già un grande chirurgo, e certe cose non lo impressionano per niente.

«Volete toccare qualcosa anche voi?» domanda l'assistente, finita la spiegazione. «Sulla cattedra ci sono dei guanti».

Io incontro lo sguardo di una ragazza che sta davanti a me, e i nostri pensieri si dicono all'unisono: non lo tocco neanche morto. Un'altra studentessa, invece, corre a mettersi i guanti. Poi torna, e inizia a maneggiare tranquillamente quella cosa terribile che gronda formalina ed emana una puzza tremenda che non dimenticherò mai. A quel punto mi dico che, se lo tocco adesso, potrei desensibilizzarmi un po' e provare meno repulsione per queste cose. La prossima volta potrei avere un po' meno paura, e alla fine dei sei anni - magari - riuscirò addirittura a mettere le mani su una persona ancora viva.

Rimedio insomma un paio di guanti, e torno al mio posto prima che lo facciano tutti e si formi una folla.

«Sentite l'Epiglottide» dice l'assistente, toccando una parte del corpo umano su cui è effettivamente piuttosto inusuale arrivare a mettere le mani senza rimediare un pugno sul naso.

Io mi copro gli occhi con una mano. Porto avanti l'altra, allungo un dito, e sento una cosa rigida che si sposta leggermente sotto la spinta del polpastrello. Il laboratorio attorno a me sembra inclinarsi a destra e a sinistra come nei vecchi telefilm di Star Trek, e io sono abbastanza convinto di stare per svenire. Per fortuna, però, resto in piedi.

«Continuate un po' per conto vostro» conclude l'assistente. E detto questo si allontana.

Restiamo in cinque o sei studenti attorno al preparato anatomico (se lo chiamo testa umana mozzata ho paura che qualche lettore s'impressioni). Piano piano il terrore inizia ad allentarsi, e le nostre manovre si fanno più ardite. Riconosciamo il nervo ottico (ok, per quello ci voleva poco) le ossa del cranio, le cavità nasali.

«Vediamo com'è dall'altro verso?» chiedo io, in un improvviso amore per l'anatomopatologia che - vi giuro - non fa proprio parte della mia indole.

Il silenzio degli altri equivale a un misto a paura, repulsione e gusto per le cose orride tipico dei ventenni. Porto la mano guantata sotto alla mandibola del reperto. Lo sollevo un po', e mentre la formalina mi cola giù dai guanti, gocciolando nel contenitore, sento che pesa davvero come la testa di qualcuno. E non è una sensazione gradevole.

Alzo il preparato ancora un altro po', e tra le esclamazioni di disgusto dei miei compagni mi ritrovo faccia a faccia (ok: metà faccia) con quello che era il suo legittimo proprietario: un vecchietto piccolo, con la pelle raggrinzita, che sarà morto che avrà avuto 80 anni o - gli auguro - anche di più.

Di colpo la morte non è più un vuoto lontano e incolmabile, ma si è trasformata nel viso di quel signore. In un primo momento è uno spettacolo che fa davvero impressione, ma poi mi chiedo se questa paura che mi trasmette abbia davvero un senso, oppure no. Di certo non ha avuto paura lui di donarsi alla scienza, e di finire così tagliato, aperto, svuotato, fatto a pezzi con una sega e lasciato a mollo dentro qualche schifezza chimica. Non si è preoccupato di finire in un contenitore, ammucchiato a chissà quante altre teste di sconosciuti. Coi professori che lo lasciano in giro come se fosse niente, studenti che che ci giocano e gli fanno le foto col cellulare, e quelli come me che lo toccano da tutte le parti solo per vedere se trovano davvero il coraggio di farlo.

Ha accettato di affrontare tutto questo, solo per insegnare l'Anatomia a dei ragazzini: da un corso di più di 100 persone uscirà fuori almeno un bravo chirurgo. Magari quel bravo chirurgo farà del bene a qualcuno, e tutto sommato sarà come aver pareggiato i conti con la morte in persona.

Di certo non farò il chirurgo io, che a mettermi a tagliare la gente non ci penso nemmeno, e di sicuro non diventerò il medico più bravo del mio corso. Non so insomma se sarà valsa davvero la pena d'insegnare l'Anatomia anche a me. Però a quel punto mi sono lavato le mani, ho cambiato i guanti, e ho ripreso a studiare quel preparato, cercando davvero di capirci qualcosa.

E non ho più avuto paura.

Simone

19 commenti:

Ariano Geta ha detto...

Penso che ogni singola paura umana abbia qualche recondita radice nel timore di morire... fa paura tutto ciò che, inconsciamente e in modo variabile a seconda dei soggetti, riconduca ad un rischio latente di morte o la evochi (il buio, l'irrazionale, lo sconosciuto).
Vederla "in faccia" é sicuramente un'esperienza che lascia il segno.

Simone ha detto...

Infatti. Per dire, il sangue che esce da una ferita rappresenta un pericolo mortale, per cui è normale esserne spaventati anche in situazioni controllate e senza particolari rischi come prelievi o semplici interventi.

Credo che col tempo ci si faccia comunque l'abitudine, visto che la ragione prevale sull'istinto.

Simone

Roby ha detto...

Ecco perchè non ho fatto medicina, grazie per avermelo ricordato! Di solito non mi impressiono ma il tuo post mi ha preso allo stomaco!

Mighty83 ha detto...

Ti prego fanne un libro! Senza dubbio io sarò un tuo lettore!! :-)

Sono serissimo! :-)

Simone ha detto...

Roby: scusami... ma l'idea era anche quella, volevo vedere se riuscivo a descrivere certe cose. Alla fine è un mix di tante cose, spero che come brano piaccia e non faccia solo venire la nausea ^^.

Mighty: grazie! Ma intendi un libro intero da una storia come questa? Non so, comunque da qui a un annetto come sempre metto insieme tutti i post e vedo che cosa ne viene fuori.

Simone

Mighty83 ha detto...

Beh dopo che hai fatto un libro sullo scrittore emergente e dopo quello tratto dal tuo secondo blog, io ce ne vedrei bene uno che parla delle tue "avventure" universitarie!

Storie come quella che hai appena scritto sono uno spettacolo! Complimenti :-)

Simone ha detto...

Mighty: sono contento che ti sia piaciuto. Io ho più in mente una serie di racconti sempre autobiografici, ma non necessariamente tutti universitari.

Ciao!

Simone

Shuzzy ha detto...

Io al tuo posto sarei svenuto. Per questo ho deciso di fare lettere e non medicina.

Simone ha detto...

Shuzzy: guarda, anche io mi impressiono facilmente (come si sarà capito dal racconto). Però dopo un po' non dà più tanto fastidio, è questione di abituarsi al primo impatto.

Poi tra un po' mi toccherà vedere un'autopsia... e allora sì, mi sa tanto che lì svengo ^^.

Simone

Shuzzy ha detto...

Alle medie c'era una studentessa di medicina che per guadagnare qualcosa controllava noi sul pulmino della scuola. Mi aveva raccontato cosa facevano in facoltà, non mi piacque per niente.

Mi disse che avevano rimesso insieme i pezzi di uno che si era suicidato buttandosi sotto ad un treno.

Non so se sia vero o se capii male, ma fu sentendo quelle storie che scartai immediatamente medicina. Fossero tutti come me non ci sarebbero dottori, per fortuna c'è chi trova il coraggio e non si fa impressionare. Anzi, ad alcuni entusiasmano queste "cose".

Matteo Poropat ha detto...

Al di la dei contenuti del testo, raccapriccianti e in qualche modo affascinanti, mi fa piacere vedere che quando abbandoni lo "stile da blog" e da "lezione sullo scrivere" ereditata dai precedenti lavori, scrivi molto molto meglio e con risultati (a mio avviso) molto più interessanti. Una bella descrizione che mescola sensazioni proprie, interazione con altre persone, idee e sentimenti.
Bel post.

Simone ha detto...

Shuzzy: non so quanto sia verosimile come storia. Comunque anche sulle ambulanze non è che mi sia mai capitato di vedere cose troppo spaventose. Penso che ai chirurghi e a chi si specializza in certi settori capiti più spesso di avere esperienze forti, mentre c'è anche chi fa lo psichiatra e dopo la laurea si occupa di tutt'altro.

Matteo: grazie per il bel commento. In effetti stavo cercando di spostarmi in questa direzione già dai primi post di questo nuovo blog. Poi ovviamente ci sono cose che riescono meglio... e speriamo di migliorare sempre!

Simone

dactylium ha detto...

Bel post, non c'è che dire!

Hai descritto molto bene sensazioni e reazioni umane (in tal caso le tue) che possono emergere davanti a una situazione non propriamente comune.

Non ho problemi a leggere ricostruzioni anche dettagliate come la tua, oppure a visionare immagini reali di parti anatomiche, però devo supporre che "dal vivo" (passami la battuta) sia tutt'altra cosa.
In quel caso non ho idea di come reagirei. Probabilmente potrei sentirmi male (non tanto a livello di stomaco), quanto avere forse un mancamento.

Ci sarebbe anche un'altra questione di cui poter discutere, volendo: la differenza cioè tra quando non si conosce il paziente (chiamiamolo così, non deve essere necessariamente morto) e quando invece per noi, prima che un paziente, è (stato) una persona.

Peraltro questo post mi ha fatto riflettere su un'altra cosa: già sono donatore di organi (regalo che mi auguro di dover fare il più tardi possibile) e mi stava frullando per la testa l'idea di donare il corpo alla scienza (non so bene come si faccia, e neppure se sia un gesto incompatibile con la donazione d'organi, era solo un'idea).
Ecco, leggendo il tuo scritto, questo seconda ipotesi si è del tutto spenta.
Spero magari di poter aiutare qualcuno da vivo...

Comunque Simo, tu devi pensare che il corpo umano non è poi tanto diverso da una macchina, che, da ingegnere, ti fa sicuramente meno impressione. ^^

Un saluto, dacty

dactylium ha detto...

Dimenticavo: in bocca al lupo per la serata!
Ciao, dacty

Simone ha detto...

Dacty: io trovo che è molto diverso quando guardi e basta anche delle immagini, e quando invece devi contribuire facendo qualcosa come succede magari in ambulanza.

Se ti concentri su quello che stai facendo piuttosto che su quello che stai vedendo è più facile. Credo sia difficile o comunque che alcuni abbiano difficoltà a creare questo distacco, nel vedere cioè quello che hai davanti come qualcosa con cui stai interagendo piuttosto che come l'oggetto in sé che magari fa paura o impressione.

E crepi il lupo, la serata è andata benissimo! Poi magari ci faccio un post.

Simone

DAMA ARWEN ha detto...

Strano, stranissimo post. Rispetto ai soliti. Quoto l'osservazione di Matteo.

Una mia amica lauretata in medicina legale fece le famose autopsie del disastro aereo di Linate in cui morirono bruciati circa 120 paseggeri... e provate a immaginare la sua festa di laurea! Tutti che mangiavamo allegramente sfogliando al sua tesi... Le immagini dopo un po' non facevano nemmeno più impressione.

A Chiago visitai non so più che museo, e c'erano vari barattoli con la formalina, contenenti dei feti, di varie grandezze (andavano ovviamente dagli 0 ai 9 mesi...) Si vedevano anche la peluria in quelli più grandi. Le mie amiche erano sconvolte non credevano fossero veri. A me nn fecero alcuna impressione...)
Credo che, specie per chi ha deciso di studiare medicina, dopo un po', x forza di cose ci si faccia l'abitudine. Ne sei la prova tu, con la piccola esperienza vissuta tra i banchi universitari.

Non donerei mai il mio corpo alla scienza: ma solo xké desidererei tanto che le mie ceneri venissero sparse nel mare mediterraneo, lanciate da un punto preciso di un promontorio dell'Isola d'Elba...

Il sangue una volta non mi impressionava minimanente. Ora rischio di svenire (in grosse quantità e in casi gravi, eh…). Diciamo che è un bene, mi è scattato l'istitnto di sopravvivenza. Vista la spiegazione tecnica del perché si sviene quando si vede il sangue! :-)

Fra ha detto...

... se la chiamo testa umana mozzata qualcuno si spaventa! :))
se non avessi fatto la mia tesi in anatomia, non avrei nemmeno potuto leggerlo questo post. ma invece, come dici tu, ci si abitua. le autopsie, no, non le ho mai fatte, per fortuna... non è compito dei biologi, ma dei medici sì!! ;)
una delle prime cose che ho visto in laboratorio è stata una testa mozzata sotto formalina priva di encefalo, proprio come quella che descrivi tu... io però non l'ho toccata. inorridisco, oggi, dopo quasi 15 anni, al pensiero...

Camilla ha detto...

Wow.una riflessione e un'esperienza "da brividp".davvero, ti invidio. Noi non facciamo di queste cose. Noi non abbiamo nessuno che ci permetta di capire che le immagini del netter non sono solo "a scopo illustrativo". Nella mia università (forse un po bigotta) non si può fare. Avrei tantissime domande da farti, ad esempio come potrei fare una esperienza come questa autonomamente, come poté iniziare a viver viver vita ospedaliera io in prima persona senza aspettare tirocini obbligatori... leggo da poco il tuo blog ma ti ammiro: credi davvero in quello che fai, non aspetti che l'occasione di apprendere ti piombi fra capo e Collo ma vai a cercartela e secondo me questo significa avere le palle. In più scrivi anche bene e non guasta.questo post mi ha stupito perche si capisce benissimo ciò che significa avere paura o anche un Po schifo ma prendere un bel respiro mettersi quei cavolo di guanti per poi iniziare a trovare la cosa anche piuttosto piacevole. Gli studenti di medicina sono un Po nel limbo... si sentono Fighi a parlare di cadaveri, malattie, organi e quant'altro ma allo stesso tempo si rendono conto di poter risultare, agli occhi e alle orecchie degli altri, anche un Po "serial killer" forse... comunque, dopo questo papiro ti lascio per andare a studiare la micidiale biochimica. Sappi di nuovo che ti ammiro e che mi fai capire che rispetto a miss e mister 30 e lode di turno, è come te che vorrei essere (ache perché, cavolo, con 10 anni in più dei tuoi compagni di corso, una certa esperienza dovrai pur averla maturata!)

Simone ha detto...

Camilla: per fare qualche esperienza basta che scegli un reparto o ambulatorio che ti interessa, e chiedi di frequentare. Non vedo perché dovrebbero farti qualche problema... anche se forse ti conviene aspettare almeno il terzo anno e iniziare con un reparto di medicina interna.

Simone