02/10/11

La prima volta in sala operatoria.

Quarto anno di Medicina. L'appuntamento con gli altri studenti è alle 8 davanti al reparto di Urologia. Arriviamo alla spicciolata, e alla fine non mi metto a contare ma saremo una quindicina.

Entrati dentro, ci ritroviamo come tante altre volte a vagare in un labirinto di scale e corridoi, in cerca del reparto giusto. Quando finalmente lo troviamo (sarà passato un quarto d'ora) il nostro professore decide che siamo troppi per restare tutti ammucchiati, e decide di dividerci.

«Voi cinque andate con lui» dice a un gruppetto di noi, indicando uno dei suoi assistenti.

«Altri cinque nell'altro reparto» aggiunge, scaricando altri studenti a una dottoressa che sarà l'unico urologo di sesso femminile del pianeta. «Voialtri, invece, venite con me».

Nel gruppetto degli ultimi rimasti ci siamo io, Silvia, Francesca e un'altra ragazza che conosco poco. Sono convinto che nel migliore dei casi finiremo nel giro visite o a maneggiare qualche poveraccio di paziente. Ho anche letto che da qualche parte hanno un simulatore di prostata, per cui magari ci faranno esercitare con quello: m'immagino già dentro a una specie di realtà virtuale, col casco 3D e una tutina attillata con addosso tutti i sensori... però ho il mezzo sospetto che il simulatore vero sarà un pochino diverso.

«Noi invece andiamo in sala operatoria» spiega il professore, mentre sistema le sue cose e chiude a chiave lo studio.

E non dico che a quel punto c'è stato il panico incontrollabile... però quasi: io in sala operatoria non ci sono ancora mai stato. Lo sapevo che prima o poi mi toccava, e già mi ero preparato all'idea da un sacco di tempo come in una sorta di training autogeno medicalizzato. Mi hanno trascinato a vedere un paio di autopsie, vi ho già raccontato delle teste mozzate a lezione di Anatomia, e in ambulanza qualche scena un po' sanguinolenta mi è capitata. Però, insomma, è uguale: io di andare in sala operatoria mi cago sotto lo stesso.

«Qualcuno di voi sviene, o si sente male?» domanda il professore. Sottintendendo che nel caso possiamo anche declinare l'invito, e andare a rintanarci tra le prostate virtuali.

«Speriamo di no» rispondo io, stringendomi nelle spalle.

Guardando le mie colleghe, mi rendo conto che anche per loro la situazione è la stessa: in tre anni di università nessuno di noi ha mai assistito a un vero intervento, e non è che ci sia questa gran convinzione di volerlo fare. Che poi invece ci sono quelli fissati che vogliono fare i chirurghi o i patologi o il tizio tipo CSI che fotografa la scena del crimine, e fanno a gara quasi per non perdersi una roba chirurgica che fosse una... ma noi quattro evidentemente no. E che uno possa finire col laurearsi in Medicina senza mai vedere un intervento chirurgico è a tutti gli effetti una cosa che mi pare un po' strana... eppure reputo che sia un'eventualità possibile.

Comunque sia nessuno di noi si tira indietro, e seguiamo il nostro professore lungo le scale verso il piano dove si eseguono gli interventi.

Speriamo almeno che sia un intervento tranquillo. Rifletto, tra me e me. Magari una medicazione, o un'unghia incarnita.

Invece il professore ci spiega che assisteremo a una nefrectomia con annessa splenectomia di elezione, che vuol dire che fanno un taglio talmente grande che solo a sentirne parlare quasi svengo che ancora sto scendendo le scale. L'unico intervento peggiore che posso immaginarmi è che taglino il paziente direttamente a metà, per poi operarlo in due sale operatorie separate... e comunque no: che io sappia, questa non è una cosa che fanno davvero.

Arriviamo nell'anticamera della sala operatoria, e ci fanno indossare una casacca usa e getta, una mascherina e una specie di cappellino che tiene i capelli. I guanti no, anche perché non rimarrebbero comunque sterili, e se solo tocchiamo qualcosa mi sa che si incazzano tanto. Mentre ci prepariamo, Francesca mi strattona rapidamente la manica del camice alcune volte.

«Questo è il segno» mi spiega. «Se faccio così, vuol dire che devi reggermi».

«E a me mi chi tiene, che peso il triplo di te?» Rispondo. Poi ci mettiamo a ridere, e la tensione scende un po'.

Finalmente entriamo nella sala operatoria vera è propria. Il paziente è sul lettino, già addormentato. Attorno a lui ci saranno dieci persone: tre chirurghi con relativi assistenti, un anestesista con due specializzandi, un tizio che si occupa degli strumenti e non riesco nemmeno a contare quanti infermieri e personale sanitario che entrano ed escono di continuo, portando il materiale necessario.

Noi ci mettiamo ai piedi del letto, dove bene o male riusciamo a vedere un 60% di quello che succede senza allo stesso tempo dare troppo fastidio.

Terminati gli ultimi preparativi inizia l'intevento vero e proprio, e c'è il primo taglio. La lama passa lungo la linea costale, affonda tra la pelle e il grasso, e c'è un po' di sangue: penso che se proprio non puoi fare a meno di svenire, durante un'operazione, credo che questo sia il momento migliore.

Ma nessuno di noi si sente male, e l'intervento va avanti. Il taglio si allarga, e con delle grosse spatole di acciaio vengono sollevate le costole e scoperto l'addome. Le mani dei chirurghi spariscono nel torace del paziente, e vedo quella benedetta milza che gli devono togliere immersa in ossa, adipe e muscoli che pulsano e si muovono seguendo la respirazione.

La paura è come un'onda che va e viene, che sale e scende, ritmicamente. Ma è sempre meno intensa, e sempre più facile da controllare. Finché, lentamente, scompare del tutto.

Mi sposto più avanti, nella sala, per andare a osservare il lavoro degli anestesisti: su degli schermi lampeggiano i parametri vitali del paziente, mentre lui è li che dorme. Intubato, con un ago nel braccio e dei cerotti che gli chiudono gli occhi. Avrà più o meno l'età di mio padre.

Rimaniamo in sala operatoria per circa un'ora e mezza, e terminato l'orario dei tirocini lasciamo l'intervento ancora in corso per andare a lezione: però mentre sto seduto al banco non riesco a concentrarmi per seguire, e penso a tutt'altro.

Io non voglio fare il chirurgo. Non ho mai pensato di volerlo fare, ed è una professione che non mi appassiona e non mi interessa. Ma il fatto è che - fino ad oggi - ero convinto di non poterlo fare. Di non riuscire ad affrontare una tensione e uno stress così grandi, e di non esserne semplicemente all'altezza. E invece nel vedere i chirurghi che lavoravano mi sono reso conto che è un qualcosa che si può fare, che si può apprendere. Ora sento che - se avessi voluto - avrei potuto fare anche quello.

C'è qualcosa, nel nostro modo di pensare, che ci fa credere che raggiungere certi traguardi sia impossibile, quando invece non è così. Viviamo a una frazione delle nostre capacità, sprecando talento e risorse dietro a cose misere e inutili. E quando racconto le mie esperienze, quando scrivo o quando parlo con chi mi chiede un consiglio, vorrei davvero riuscire a trasmettere questo messaggio: tante volte ci sembra tutto impossibile, ma invece non è vero.

Finita la lezione decido di tornare in reparto, e per qualche miracoloso colpo di fortuna riesco a incrociare il professore mentre sta salendo da un piano all'altro.

«L'intervento è terminato?» gli domando. «Volevo sapere se è andato tutto bene».

Ho l'impressione che lui ci metta un po' a riconoscermi: in fin dei conti sono solo una delle quattrocento persone che avrà visto nell'arco della mattinata, e forse l'espressione terrorizzata che avevo prima mi dava un aspetto diverso. O forse perché gli studenti non tornano mai a chiedere come è andata a finire l'operazione, chi lo sa? Poi mi racconta di vasi, arterie, ghiandole, e dei tanti altri dettagli della procedura chirurgica adottata. Di come è andato tutto come preventivato, senza che ci fossero stati problemi.

Anche il paziente, per fortuna, sta bene.

Simone

16 commenti:

Fra ha detto...

Hai ragione quando dici che molte cose che a volte ci sembrano impossibili, in effetti non lo sono. A volte noi stessi ci poniamo dei limiti molto "limitanti", che poi invece è facile superare. A me è capitato qualcosa di analogo con alcune cose che ho visto in sala di anatomia patologica (e tu puoi immaginare cosa sono), che pensavo non avrei avuto mai il coraggio di stare a guardare... oppure quando ho frequentato il corso di recitazione, io, che mi vergogno persino quando gioco ai mimi!

Simone ha detto...

Un po' i limiti ce li poniamo da soli, ma un po' è anche secondo me un qualche atteggiamento di gruppo o sociale che ci influenza negativamente. Sto andando troppo sul filosofico, mi sa ^^

Simone

Ariano Geta ha detto...

Ti dico la verità: ho iniziato a leggere, e poi mi sono fermato. Sono terrorizzato da tagli e incisioni, meno male che non tutti sono come me altrimenti non esisterebbero chirurghi. Ho il massimo rispetto per quelli come te che invece superano questa paura e si rendono utili al prossimo in ambito medico.

Gloutchov ha detto...

Sarà strano ma il mio più grande terrore sono le iniezioni. Per il resto, posso veder aprire un corpo umano che (credo) ne sarei affascinato. Ma gli aghi... oddio, forse è colpa delle punture che dovevo fare da piccolo, scappavo sempre sotto il letto. La tipa che le faceva aveva un viso da killer e usava le siringhe come fossero coltelli da lancio. Mi sa che son rimasto traumatizzato!

Simone ha detto...

Ariano: l'idea mentre scrivevo era anche trasmettere un po' di tensione e senso di "ansia" relativi alla situazione... se dici così magari è perché ci sono riuscito per cui prenderò il tuo abbandono come un complimento. O una specie... ^^

Glauco: be', prima di addormentarlo qualche puntura gliel'hanno fatta di sicuro! Comunque gli aghi danno fastidio a un sacco di gente, è proprio l'idea di bucare le vene e prendere il sangue che dà fastidio.

Simone

Francesco ha detto...

A noi ci portarono, facoltativamente, al primo anno. E' proprio come dici: in realtà pare proprio che nell'ambiente asettico della sala operatoria il ribrezzo per tutta quella roba sparisca.

AmosGitai ha detto...

Credo sia molto simile quando si inizia un esame. Si guarda il libro e si pensa: "Che diamine c'è scritto qui dentro? Non lo capirò mai!".
Poi dopo averlo letto un paio di volte, ci si rende conto che l'ignoranza iniziale bloccava ogni immaginazione positiva!

Simone ha detto...

Francesco: noi al primo anno abbiamo visto solo il museo di Anatomia. Poi al secondo la dissezione, al terzo i primi reparti e ora il quarto sempre reparti e per la prima volta in sala.

Mi pare un'andatura abbastanza graduale, ma se qualcuno ci teneva riusciva ad andare in sala fin da subito per cui non è tutto proprio così obbligato.

Amos: mi sa che hai fatto una descrizione perfetta!

Simone

Anonimo ha detto...

grazie dei tuoi racconti, seguo il tuo blog con interesse soprattutto quando racconti dei tuoi studi di medicina...e anche con un po' di invia, avrei voluto studiare medicina ma non sono riuscita a passare il test e così mi consolo leggendo le storie degli altri.
ciao giulia

Anonimo ha detto...

errata corrige terza riga: invidia
giulia

Simone ha detto...

Grazie Giulia! Ma non invidiarmi: metticela tutta, ed entrerai il prossimo anno!

Simone

Dama Arwen ha detto...

Anche questo post mi è piaciuto moltissimo: le parti ironiche hanno ben sdrammatizzato la tensione che hai provato, anche solo a riscriverlo.
Io mi ci son ammazzata dal ridere.

È vero, quasi nulla se davvero lo vogliamo è impossibile.

Rosy ha detto...

Ho trovato questa pagina per caso, e mi sono fermata a leggere.. Sono una studentessa del secondo anno in medicina e giorno 10 mi aspetta il mio primo ingresso in sala operatoria, per un intervento di cardio... hai consigli da darmi?! ho una paura folle di svenire o vomitare...

Anonimo ha detto...

@ Rosy

Se mi perdoni il gioco di parole: non avere paura di avere paura! Tutti hanno paura, anche chi fa lo spaccone e dice che non vede l'ora di assistere alle manovre più invasive. Quello che ti posso suggerire, come collega che ha terminato gli studi e che aveva le tue stesse paure, è di pensare al bene che quella procedura porterà al paziente; allo stesso tempo, prova a ricostruire "sul campo" le tue conoscenze di anatomia. E non ti preoccupare di svenire. L'hanno fatto in molti, e se anche dovesse capitarti non succederà nulla. Qualcuno ti aiuterà ad alzarti e la cosa finirà là.
Per ridurre la tensione, nel caso, concentrati sul tuo respiro diaframmatico. Non andare digiuna, perché altrimenti il calo glicemico potrebbe giocarti brutti scherzi, ma d'altronde non andare con il pranzo a base di lasagne e bistecche sullo stomaco da cinque minuti.
Ti ripeto, comunque, che il punto principale è accettare la tua umanità e i tuoi sentimenti. Vai serena!
Con affetto e un grande in bocca al lupo,
Un tuo futuro collega

Simone ha detto...

Di solito le sale operatorie sono divise in varie stanze. Se ti sentì nervosa o hai la sensazione di svenire allontanati un attimo dal paziente e riprendi la calma. Non devi per forza stare ferma a fissare l'intervento.

Come ti hanno detto è la paura di tutti, tu pensa che nessuno si aspetta nulla da te per cui pensa a cercare di capire qualcosa e se vedi le brutte esci un attimo e rientra. Dopo la prima volta sarà tutto più facile, anche io ero terrorizzato non preoccuparti è la semplice normalità.

Simone

Rosy ha detto...

Grazie mille!! Vi farò sapere come andrà, siete stati molto gentili!! Sono più tranquilla adesso. Grazie ancora.