24/11/09

7 anni fa.

Un grigio pomeriggio di un grigio novembre. Il cielo è un mattone scuro, e io sono ingabbiato nel traffico.

Spingo sull'acceleratore quel tanto che basta per percorrere un paio di metri, e poi mi fermo di nuovo. Qualcuno suona il clacson. La strada è un inferno di rumori sgradevoli. Persone ansiose vanno di fretta sul marciapiede.

Guardando fuori dal finestrino, chissà perché mi fermo a fissare il muro di un vecchio palazzo. E dentro mi sale una tristezza che congela ogni cosa. Non ho voglia di piangere, non mi viene da mollare la macchina lì e poi, non lo so, scendere e mandare tutti a quel paese. È solo un vuoto che si mangia tutto, una disperazione senza scopo. Il nulla che è venuto a cercarmi.

Arrivo a scuola, salgo nel laboratorio d'informatica e inizio la mia lezione. I ragazzini corrono e strillano come sempre, e io come sempre gli spiego le mie quattro cose. Ma i loro giochi sono distanti, e lo sono anche i miei pensieri.

È un po' che ogni tanto, di colpo, mi gira la testa. Poi tutto diventa mosso e sfuocato, e mi sento quasi svenire. Il dottore ha detto che non ho niente, e che devo solo prendere le gocce per dormire. Io prendo le gocce e mi sento ancora più triste, e poi sogno certe cose che era meglio restare sveglio.

Il lavoro lo odio, ma a cambiarlo non ci riesco. Un tempo scrivevo, ma ormai ho smesso, che erano solo delusioni. Progetto cose che non faccio, e sogno una vita che non ho il coraggio di andarmi a prendere. Poi mi alzo tardi con la noia per quello che mi aspetta, e ogni giorno mi sembra identico al precedente.

Finisco la mia lezione. I ragazzini mi fanno ciao prof, e poi corrono via, e le uniche due ore decenti della settimana sono già passate. La testa mi gira di nuovo, ho cento ore di sonno arretrato e le scale mi portano verso un'altra serata tra il PC e la noia.

Rimonto in macchina. La strada è il solito incubo di traffico e casino. Non voglio stare in questo posto. Non voglio andare a casa, non ho davvero voglia di fare niente. Ogni routine mi mette ancora più tristezza, e pensare a qualcosa di nuovo è una fatica che non so affrontare.

Mi chiedo se è tutto qui quello che mi aspetta. Se davvero sono io che valgo così poco, o se la vita è la stessa tristezza per tutti quanti. Magari dovrei solo accontentarmi, e smettere di starci male. Forse conviene semplicemente arrendersi.

E aspettare che il tempo ci porti via.

Simone

16 commenti:

Alex McNab ha detto...

Anche Marrazzo si faceva queste domande... ha pensato di risolvere con un po' di ritmo carioca, per rallegrarsi la vita!

Battutaccia a parte, bel post.
Momenti che, chi prima chi dopo, viviamo un po' tutti. Se non lo facessimo saremmo dei cretini, perché solo loro non hanno dubbi né debolezze.

Yeeshaval ha detto...

Un po' di sano sesso? ;)

Simone ha detto...

Alex: in effetti credo che ci passino un po' tutti.

Yeeshaval: in effetti in genere il problema è anche quello... comunque io ci sto! :-)

Simone

Carmelo ha detto...

Ho letto il tuo post con "Cluster one" dei Pink Floyd sparato nele orecchie...è stato bellissimo.

Grazie Simone, non ti conosco assolutamente, ma sento di volerti bene in questa fredda giornata di Novembre, qui a Pavia , a 1600 chilometri di distanza da casa, la Sicilia.






E' così strano crescere; inizi a capire cos'è realmente la vita e un po' ne rimani deluso.

Shuzzy ha detto...

Si tratta di imparare a convivere con l'inevitabilità.

La vita intendo.

L'alternativa è lasciarsi andare, ma forse è anche più difficile. E qualcuno dice anche "controproducente". Io ho scelto la prima via, altro non so.

Bel post.

Simone ha detto...

Carmelo: sono contento di essere riuscito a trasmetterti qualcosa, grazie. E crescere è difficile, ma poi tutto sommato stai meglio.

Shuzzy: magari come ognuno passa per certi momenti, poi ognuno trova anche il suo modo per superarli. Grazie anche a te... avevo paura che questo post non piacesse, meno male ^^.

Simone

Immanty ha detto...

Ciao Simone :),
arrivo sul tuo blog per simpatia, dopo aver letto il tuo "primo" libro, "Io scrivo", che ho molto apprezzato. Spero ti faccia piacere saperlo.:)
Ho letto il tuo post sulle lezioni di anatomia e questo... e unendo il brivido fisico del primo al freddo emotivo dell'ultimo ho pensato che in fondo siamo come coperte patchwork, anche se un quadrato è stato cucito 7 anni prima, riverbera ancora nel presente, con la sua stoffa e il suo colore rigenerando quel tepore... o la sua assenza.
Un saluto,
Ely

Simone ha detto...

Ely: una riflessione interessante. Magari allora certe "patch" coprono quelle vecchie, o tappano i buchi...

Grazie per aver letto il mio libro, ed effettivamente sono molto contento che ti sia piaciuto!

Simone

Ariano Geta ha detto...

I momenti di dubbio pieni di sensazioni negative capitano a tutti, e rievocarli a distanza di anni aiuta ad apprezzare meglio quelli piacevoli. Penso che il ricordo di quel novembre ti aiuti a godere di più del novembre attuale, o no? Io almeno provo un piacere particolare ogni volta che torno a casa dal lavoro, passeggio sul lungomare e ammiro il tramonto, e penso che avrei dovuto fare altrettanto anche in passato invece di camminare a testa bassa chiuso nei miei pensieri negativi.

Simone ha detto...

Ariano: infatti, a ripensarci adesso, sembra tutto tempo sprecato. Ma forse ci sono dei "tempi" che bisogna rispettare, in un certo senso, per arrivare a determinate conclusioni e cambiamenti.

Simone

iperkeno ha detto...

Neodoro che aveva lavorato tutto il giorno, ora era stanco e osservava soddisfatto la sua opera .
Si stiracchiò come un leone in un caldo meriggio, per poi lasciarsi cadere sul mucchio dei trucioli.
Così sdraiato, guardando il soffitto, li vide seduti sulle alte finestre e sorrise.
Si guardarono in silenzio, come si guardano i volti consueti.
Poi finalmente Neodoro parlò:

Zatabrà, tu mi hai insegnato l'arte del fare.
E ne gioisco.
Ma il mio sospiro è ancora fonte per la tristezza.
Mostratemi finalmente la magia del dire.
Parlate!
Parla Dyametra, ti prego.
Parla ora, che la luna illumina il tuo bel volto.


Ti dirò ciò che per me è facile e per tutti naturale.
Raccogli i tuoi pensieri migliori.
Quindi immergili nell'acqua.
Poi mettila a scaldare.
Con l'aumentare del calore e delle ore, la parte più pesante si depositerà sul fondo.
Quei pensieri che invece contengono i semi della parola che è più leggera di ogni cosa, saliranno in mille bolle.
Allora lascia un foglio bianco proprio sulla sommità e vedrai come questo vapore si fisserà in mille parole.

Si guardarono di nuovo nel silenzio.
Poi Zatabrà rise forte, perché cosi è la sua natura.

La magia del fare, la magia del dire.

Simone ha detto...

Iperkeno: bello, m'è piaciuto.

Simone

Raffaele ha detto...

Io voto per il ritmo carioca
ma penso che più che altro potresti ripassare tutto ciò che si son passati adriano e ronaldo...
dovrebbe rincuorarti.
Te le mando?
Mandami una corriera!
Eh smetti di cambiare blog!
Ciao
gelo

DAMA ARWEN ha detto...

Sono stata oberata dal lavoro in ufficio e da quello peronale per un po' e sono indietro con la lettura del tuo blog...
Questo post sembra incarnare la mia essenza... magari solo a randome per fortuna non in maniera costante.
Mi chiedo se sei risucito a (de)scrivere ora una sensazione di tanti anni fa, o se hai riesumato un pensiero giùà scritto all'epoca... cmq complimenti mi piace tanto come è scritto.

Simone ha detto...

Gelo: guarda, ancora non è arrivato niente!

Dama: mi ero perso questo commento... il post l'ho scritto adesso pensando a quel periodo del cavolo lì, ciao!

Simone

fpanciera ha detto...

per gli scrittori emergenti: potete pubblicare i vostri nuovi racconti su www.givemeachaance.it