
Tipica mattinata primaverile: c'è
un bel sole, fa giusto un po' caldo e io, come di consueto, lascio la Smart davanti all'ingresso del comune. In
divieto assoluto di sosta.
Salgo con un singolo passo i tre gradini che mi separano dall'entrata, supero un paio di
tecnici incravattati che chiacchierano e vado dentro. Il portiere non mi degna di uno sguardo. Faccio giusto qualche metro, svolto a sinistra aprendo una porta a vetri
troppo pesante per dare l'idea di un benvenuto, ed eccomi nell'
ufficio protocollo.
Con me ho
una 10/91. In gergo meno tecnico: la pratica relativa all'adeguamento di un edificio da civile abitazione alla
legge n°10 del 91. In soldoni si tratta del progettino di un impianto di riscaldamento, e per l'esattezza sono
quattro copie.
L'impiegato prende il
mezzo metro di fogli che gli ho portato, toglie l'elastico che li tiene insieme e si mette a timbrare tutto quanto. Alla fine scrive qualcosa su di un registro, e mi restituisce la mia copia protocollata. Io
ringrazio, torno alla macchina e chiamo il cliente con il cellulare:
"Pronto?" riconosco subito la voce
del professore che mi ha commissionato il lavoro. Un fisico o non so cosa che mi racconta sempre di essere tanto malato, anche se a vederlo
non si direbbe.
"Sono Navarra" dico al telefono. "Ho consegnato la sua Legge 10. Se vuole, passo
subito a portarle la copia protocollata".
"Grazie, ingegnere! Venga pure, che l'aspetto".
"Le ricordo che c'era anche
la fattura da saldare, per cui già che ci siamo gliela porto. A tra poco, allora!"
Il mio interlocutore non dice nient'altro, ma ho
il sentore che la parola
fattura non gli sia suonata troppo bene. In ogni caso monto sulla Smart, accendo motore, stereo e aria condizionata e parto. Tempo
venti minuti, e sono sotto casa del cliente: un edificio ben tenuto, in una zona residenziale tutta parchi e strade coi sensi unici regolamente opposti a quelli che farebbero comodo a me. Trovo un buco in cui entrerebbe
a malapena un cassonetto, e ci infilo la macchina salendo con le ruote posteriori sul marciapiede: un vero parcheggio da manuale.
Mi avvicino all'ingresso per citofonare, ma trovo il portone
aperto e sento qualcuno che mi chiama.
"Ingegner Navarra" è la voce del professore che arriva dal primo piano. "Si sbrighi!"
Un po' confuso, entro nel palazzo. Percorro
in fretta la rampa di scale che mi separa dal mio cliente, e mi ritrovo davanti a questo signore di sessanta e rotti anni, capelli arruffatti e completo di una taglia che
non pare la sua e che mi aspetta sulla porta di casa.
"Ho un appuntamento dal dottore" mi dice, in un tono
sofferente. "Meno male che è arrivato, perché stavo scappando".
Io capisco subito dove andremo a parare, visto che
del resto già me l'aspettavo.
"Le ho portato il lavoro" spiego, mostrando le carte che ho in mano. "Come le ho detto al telefono, ci sarebbe anche
la fattura da pagare".
"Ma certo! Mi lasci pure tutto, ingegnere. Grazie".
Con un gesto di
pura maestria il professore mi sfila la roba dalle mani senza che io accenni nemmeno a oppormi. Appoggia il tutto su un mobile dell'ingresso, poi torna sul pianerottolo e chiude la porta dietro di sé".
"Ora
la ringrazio, ma devo scappare dal dottore" dice, facendo per scendere le scale.
"Va bene. E per la fattura, come facciamo?"
Sono momenti di tensione
veri, questi, altro che le cavolate tutte effetti speciali che si vedono al cinema, elezioni, campionati,
scudetti e tutto il resto. E lo so che sono stato un idiota, e che il progetto non dovevo darglielo. Ma che potevo fare: strapparglielo dalle mani quando ha provato a sfilarmelo, e poi dargli
una testata?
Si tratta di una situazione
senza scampo: se gli dico
nun ce provà, niente soldi e niente progetto! faccio io la figura di quello che non si fida di un povero vecchio malato e trasandato. E pure
laureato in Fisica, poraccio lui! E tanto, se vuole, mi frega lo stesso: del resto, esistono anche gli assegni scoperti.
Potrei semplicemente mollargli uno spintone, e mandarlo giù per le scale. Così -
se non altro - il medico gli servirà per davvero.
In ogni caso, il professore sembra intuire il mio
stato emotivo, perchè si preoccupa di rassicurarmi:
"Non abbia timore" mi dice. "
Domani stesso vengo in ufficio da lei, e le porto i soldi".
Che nel dialetto della gente che si
finge malata pur di non pagarti, si potrebbe tradurre:
ormai il lavoro me lo sono preso, per cui col cazzo che te lo pago!E a tutti gli effetti il professore non si fece
mai più vedere o sentire. Io evitai la patetica situazione di tornare sotto casa sua a battere cassa per poi sentirmi prendere per i fondelli in qualche altro modo, e alla fine per quel lavoro non presi una lira. Ma forse, chi lo sa: magari era
malato davvero, ed è morto dieci minuti dopo che ci siamo incontrati. E io che sto pure qui a parlarne male, poverino!
Ma finiamo il racconto di quella giornata. Tornato alla mia macchina con le classiche
pive nel sacco riaccendo il solito stereo, aria e motore, e faccio rotta verso l'ufficio. Sulla tangenziale c'è una fila che potete anche immaginarvi
da soli, visto che sarà mezzogiorno, e per forza di cose mi ritrovo a riflettere sul mio lavoro.
Non che me la fossi presa più di tanto per questa storia della fattura: un cliente ogni tanto che non paga è
nella norma, e fa parte della libera professione. Una volta non prendi una lira perché ti hanno fregato, una volta c'è da pagare una multa che azzera ogni guadagno, ma la terza volta magari va tutto
più o meno bene, e più o meno le cose vanno avanti così.
Insomma, non sono i soldi il problema. È un po' il concetto di tutto lavoro
in sé: a fare un impianto termico ci metto un paio di giorni. Poi faccio le fotocopie che finiscono in parte al Comune, in qualche archivio dove
nessuno le vedrà mai, e in parte al cliente che non si prenderà nemmeno la briga di dargli una letta: a lui non serve tanto il progetto nella sua forma concreta, quanto il numero
di protocollo che ci hanno messo sopra.
Ma insomma non è che ci voglia chissà
quale impegno e chissà quale abilità, e a questo punto della mia vita penso che potrei scegliere di buttarmi completamente nella mia professione: potrei fare
tante fotocopie con tante firme, e avere tanti protocolli da rivendere a chi ne ha bisogno per richiedere altri pezzi di carta. Che poi i soldi sono fatti di carta anche loro, così come le fatture. Per cui è un po' come se dalla stampante del mio computer uscisse
direttamente del denaro, con la sola rottura di scatole che al Comune non si trova mai parcheggio e mi tocca lasciare la macchina in divieto di sosta.
Mi domando se gli altri lavori sono
tutti così. Certamente il mio è particolarmente immerso in questa sorta di catena alimentare cartacea, ma oggi come oggi viviamo un po' tutti tra timbri e fotocopie, fatture e fascicoli, protocolli e
fogli stampati. La burocrazia è diventata una specie di realtà alternativa in cui tutti hanno qualcosa da fare. Un mondo finto nel quale ognuno di noi può farsi scudo dei suoi pezzi di carta timbrati e firmati
al punto giusto, ma dove sostanzialmente non si combina un cazzo.
La radio manda una canzone che non conosco. La tangenziale è un tira e molla di macchine che fanno
tre metri e poi si fermano. Altri tre metri e poi si fermano di nuovo, da qui fino a casa.
Provo a immaginarmi come sarò tra dieci anni, e vedo una persona stressata e insoddisfatta che passa le giornate a inseguire
scartoffie, burocrazia e gente che non vuole pagare. Mi domando se è davvero il mio destino, o se è solo una possibilità. Se sono ormai
intrappolato in tutto questo, o se esiste ancora un modo per rientrare nel mondo reale e occuparmi di qualcosa di
più concreto.
Mi chiedo se sono ancora in tempo per mandare tutto
al Diavolo e cambiare strada, o se al contrario, a trent'anni, è già troppo tardi.
E, alla fine, la risposta è che
non lo so. Non lo so. Per davvero.
Non lo so.
O forse mi manca solo il coraggio.
Simone
Nota: questo è il "seguito"
di quest'altro post.